Ambiente & Veleni

Tav Torino-Lione, i sindaci sono di nuovo in piazza: è iniziato l’autunno caldo

Contro la nuova versione del tracciato si ricompattano movimenti e amministratori. Ma il caso Valsusa non smuove la politica nazionale e il Pd ribadisce l’utilità della nuova linea

La tensione si tocca con mano tra i comuni della Val di Susa, dove sono tornati a sfilare insieme sindaci e movimenti. Tutti contro l’ultima versione della Tav Torino-Lione, giudicata peggiore della precedente. Il corteo di oggi sembra preannunciare una nuova stagione di mobilitazioni. Le premesse non mancano, come nel 2005. Allora una massa pacifica e determinata, sindaci in testa, riuscì a bloccare l’avvio dei primi cantieri a Venaus. Fu un movimento di popolo, che i valsusini ricordano ancora con orgoglio. Da quel momento sono cambiate molte cose, compreso il governo, ma l’opera è rimasta sulla carta. Il progetto originario fu anzi abbandonato, nacque un Osservatorio tecnico-istituzionale per sbloccare l’impasse, si rafforzò il patto Pd-Pdl a favore dell’infrastruttura e venne messo a punto un nuovo tracciato, sperando che il tempo e una massiccia campagna mediatica facessero il resto.

Ma qualcosa deve essere andato storto, visto l’esito delle elezioni amministrative del giugno 2009. Le liste civiche No Tav, sebbene in gran parte espressione dei partiti, diventarono la prima forza politica della valle e diedero una scossa alle amministrazioni, proprio mentre l’Osservatorio si dimostrava ciò che il movimento denunciava da tempo: uno strumento di legittimazione dell’opera, che non poteva contemplare alcuna “opzione zero”. Da qui la decisione di 24 sindaci di uscirne e tornare in piazza, a fianco dei cittadini. Ma a far traboccare il vaso è stata l’ultima versione del progetto, diffusa dall’Osservatorio nel mese di agosto, che ha scatenato le ire dei valsusini.

Nel frattempo il nuovo corso travolge anche la comunità montana. All’indomani delle elezioni, l’accorpamento in un unico ente delle tre comunità esistenti (Bassa Valle, Alta Valle e Valsangone) non ottiene i risultati sperati da Pd e Pdl, che puntavano a una presidenza favorevole facendo leva sulle più moderate componenti dell’Alta Valle e della Valsangone. La maggioranza va infatti a Sandro Plano, esponente Pd e No Tav convinto. Ancora una volta sono le liste civiche a fare la differenza: forti del 25% dei voti si alleano ai consiglieri del centrosinistra a sostengo di Plano. Una spina nel fianco per il partito di Bersani, che in un comunicato stampa condanna senza mezzi termini l’accordo.

All’area democratica sono oggi riconducibili 19 tra i 24 sindaci contrari all’opera, su 48 comuni rappresentati nella Comunità Montana (che comprende tuttavia anche realtà ben poco interessate dalla Tav, come diversi comuni dell’Alta Valle). I militanti locali del partito lamentano una sostanziale assenza di dibattito interno sul tema, mentre nuove e crescenti perplessità vengono espresse da autorevoli esponenti del mondo accademico. Ma il nodo politico potrebbe nascondere ben altri interessi, in primis la torta degli appalti su cui hanno già messo gli occhi aziende “amiche” di entrambi gli schieramenti. In quota Pd è esemplare il caso della Cmc, Cooperativa muratori e cementisti di Ravenna, socia Legacoop, già impegnata nella progettazione e attuazione del cunicolo esplorativo di Venaus per 84,3 milioni di euro e ora dirottata sul tunnel di Chiomonte.

D’altro canto lo scollamento rispetto alla politica nazionale non riguarda solo il centrosinistra. Il coordinatore delle Lega Nord in Valsusa Paolo Tonasso non ha mai nascosto la sua opposizione alla Tav, in controtendenza con la posizione ufficiale del partito. Benché la Lega sia quasi assente nelle amministrazioni della valle, tra gli elettori è diffuso il malcontento ed è già comparso qualche simbolo No Tav dipinto di verde. Anche nel Pdl il fronte non sembra più così compatto, dopo la recente uscita dell’eurodeputato Vito Bonsignore. Le preoccupazioni riguardano l’impatto ambientale ma anche la sostenibilità economica della nuova linea, che detratto il contributo europeo costerà intorno ai 20 miliardi di euro. Troppo per le casse esangui del Paese.

Il conto più salato tuttavia lo pagheranno i comuni. Se Vaie, Chiusa San Michele e Sant’Ambrogio sono i più esposti, poiché situati sul punto di interconnessione con la linea esistente, le conseguenze saranno pesanti per l’intera valle. E il quadro non è ancora completo. Il documento dell’Osservatorio riguarda infatti la parte italiana della tratta internazionale che va dalla Piana delle Chiuse a Saint-Jean de Maurienne, appannaggio delle società italo francese Ltf, mentre da Settimo Torinese a Sant’Ambrogio è competenza di Rfi-Rete Ferrovie Italiane, che non ha ancora presentato il progetto.

“I vicini cantieri di Chiusa bloccheranno la vita del paese e dei comuni limitrofi per 15-20 anni – dice il sindaco di Sant’Ambrogio Dario Fracchia -. Il progetto stesso conferma il passaggio di 200 camion al giorno e un aumento del 10% delle malattie cardiovascolari e respiratorie. I lavori, attivi 24 ore su 24, assorbiranno oltre 2 milioni di litri di acqua industriale e 40.000 litri di acqua potabile su base giornaliera. Poi ci sono i materiali di scavo: 6,5 milioni di metri cubi, gran parte dei quali verranno stoccati a Carrier du Paradis passando per Giglione, attraverso una nuova teleferica con 42 piloni di 26 metri l’uno. I danni alla valle e al turismo saranno irreparabili”.

Non meno allarmato il sindaco di Vaie, Lionello Gioberto: “La nostra è una zona dove esiste ancora una frana attiva, una sorgente e una falda situata a poca distanza dalla superficie. Lo scavo delle gallerie comprometterà definitivamente il delicato equilibrio idrogeologico della zona, senza contare i vasti terreni agricoli espropriati e la case abbattute”. Il progetto infatti prevede l’abbattimento di tutte le case entro 30 metri dalla linea e circa 1.700.000 metri quadri di espropri, tra definitivi e provvisori (per circa 15 anni).

“Nel nostro comune Rfi ha scoperto una falda a poco più di tre metri di profondità”, rivela il sindaco di Chiusa San Michele Domenico Usseglio, “attraverso un sondaggio effettuato nel mese di agosto senza nemmeno avvertirci. Oltre al prosciugamento delle falde, il progetto preannuncia un possibile abbassamento del livello delle case fino a 100 metri dal passaggio del tunnel. Una follia, se pensiamo che l’attuale linea è utilizzata solo al 35% delle sue potenzialità”.

Sulla stessa linea il presidente delle Comunità Montana Valsusa e Valsangone Sandro Plano, già assessore a Venaus: “Vogliamo mostrare che a opporsi non è un piccolo gruppo – dice Plano -, bensì una parte importante dei comuni e della popolazione. Io sono tra coloro che promossero l’Osservatorio, convinto dell’utilità di un confronto istituzionale, ma dopo cinque anni il risultato è stato deludente. Siamo di fronte a un’opera inutile e dannosa, in una valle stretta e già molto infrastrutturata. L’unica opzione per noi resta il potenziamento la linea attuale. Saremo a fianco del movimento di cittadini mantenendo il nostro ruolo, ossia lavorando a livello istituzionale. Credo che anche il Partito Democratico, al quale sono iscritto, debba lasciare spazio a opinioni diverse”.

Opinioni che, per quanto documentate, non sembrano intaccare la posizione ufficiale del partito. “Non vediamo nessuna novità che possa farci cambiare idea sull’utilità dell’opera – afferma Matteo Mauri, membro della segreteria nazionale Pd con delega alla infrastrutture e trasporti-. Non dico che non ci siano criticità, ma dipende dal peso che gli si dà. Noi ci basiamo sulla documentazione analizzata dai nostri amministratori, Mercedes Bresso e Sergio Chiamparino, che hanno confermato la necessità della nuova linea”. Eppure autorevoli esperti, tra cui Marco Ponti del Politecnico di Milano, ne hanno smentito i benefici attesi, come si legge in un articolo apparso su LaVoce.info nel febbraio scorso. Su quali analisi si basa la scelta del Pd? “Le analisi non sono mai univoche, risponde Mauri, ognuna mette in luce un aspetto. In ogni caso non è pensabile che un partito rischi di perdere le elezioni locali per una posizione ideologica, i nostri amministratori sono persone serie. Ma la politica deve assumersi le proprie responsabilità, anche di fronte a scelte impopolari. Noi lo abbiamo fatto, pagando un prezzo, senza cedere a dichiarazioni strumentali come è avvenuto ultimamente nel centrodestra”.

Al di là dei mutevoli equilibri politici, a tenere alta la fiaccola della protesta negli ultimi anni è stato il movimento di base. Un popolo eterogeneo e nonviolento, se escludiamo qualche episodio marginale, che attraverso il lavoro paziente di comitati e presidi ha inciso non poco sugli assetti istituzionali. Le marce del 12 e del 25 settembre hanno riannodato i fili della protesta, mentre si diffondono le preoccupazioni per le voci su un’imminente ripresa dei sondaggi. Si tratta di operazioni volte ad analizzare la composizione del terreno, prima di aprire i cantieri veri e propri alla Maddalena di Chiomonte, da cui partirà la galleria di collegamento con il tunnel transfrontaliero, in uscita a Susa.

Ma gli abitanti sono convinti che l’infrastruttura, a dispetto dei miliardi in gioco, non vedrà mai la luce. Il 29 settembre una delegazione è approdata a Bruxelles per una serie di petizioni presentate dal movimento. Alla Commissione petizioni del Parlamento europeo, riunita in plenaria, è stata illustrata una relazione dal titolo eloquente: “Ecco perché la nuova linea ferroviaria Progetto Prioritario TEN-T n. 6 Lione-Torino non sarà costruita”.

di Roberto Cuda