Società

“Bonus bebè solo per gli italiani” <br/> Ma le ordinanze leghiste hanno vita breve

L'ultimo caso a Tradate, in provincia di Varese. Il sindaco, però, difende la sua delibera: "Evitiamo l'attacco dei corsari della residenza"

Adro, Brignano Gera d’Adda, Morazzone, Palazzago, Tradate. Non vi dicono niente? Sono cinque comuni del profondo Nord, cinque amministrazioni delle province di Brescia, Bergamo e Varese guidate dalla Lega Nord. Tutte promotrici dei cosiddetti bonus bebè, aiuti alle famiglie sotto forma di denaro. Ma solo per le coppie italiane. Le analogie, però, non finiscono qui: i provvedimenti, infatti, sono stati tutti bocciati dai tribunali per atti discriminatori.

“Lesione del diritto alla parità di trattamento, atti della pubblica amministrazione discriminatori in ragione dell’origine nazionale” si legge nelle sentenze che hanno rimosso le ordinanze. E c’è di più. I giudici del lavoro sono concordi che “deve essere attuata la parità di trattamento tra le persone, indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica”. E i richiami alle legge nazionali sono sempre gli stessi, perchè le ordinanze discriminatorie sono vietate in Italia. Eppure nonostante le sentenze sfavorevoli, la voglia di legiferare a favore dei lumbard non manca. Il primo è stato il Comune varesotto di Morazzone, che prevedeva un contributo una tantum di 500 euro per ogni bambino non primogenito. A ricorrere contro il provvedimento è stata l’associazione cattolica Acli. Era il 2006. Dopo 2 anni il Tribunale di Roma ha riconosciuto la “sicura valenza discriminatoria per evidenti motivi etnici” anche se nel frattempo il Comune di Morazzone ha modificato le delibere precedenti, pagando però più di 40 mila euro in spese legali. La lezione non è servita e i sindaci di Brignano Gera d’Adda, Adro e Palazzago hanno emesso ordinanze fotocopia negli anni successivi, spesso associate a sussidi di disoccupazione e contributi per gli affitti esclusivamente per italiani.

L’ultima bocciatura è arrivata il 26 luglio per il comune di Tradate, di nuovo in provincia di Varese. L’ordinanza, emessa dal sindaco Stefano Candiani nel 2007, è stata definita discriminatoria e l’amministrazione è stata condannata al pagamento delle spese legali (circa 2 mila euro più le spese accessorie) e alla cancellazione del punto che esclude i cittadini stranieri nella richiesta del bonus bebè. Il sindaco Candiani, raggiunto da ilfattoquotidiano.it, difende l’ordinanza: “Noi non volevamo escludere nessuno, ma privilegiare chi è residente da almeno 5 anni”.

Secondo Candiani, che è anche segretario provinciale del Carroccio, dare 500 euro solo ai genitori italiani favorisce “l’integrazione e la natalità per tutti”. E aggiunge che “fortunatamente c’è chi, come la Lega Nord, ritiene che queste azioni devono essere fatte e sono necessarie, evitando l’attacco dei corsari della residenza”. Cioè le associazioni che si sono costituite nelle cause contro le discriminazioni.

Inutile anche l’esempio della città di Brescia, dove il sindaco del Pdl Adriano Paroli ha deciso (con uno stanziamento da un milione e 250 mila euro) di dare un contributo di mille euro per ogni bambino nato nel 2008. Basta che sia bresciano, o figlio di almeno un genitore italiano. L’ordinanza è stata impugnata da quattro migranti provenienti da Bangladesh, Pakistan, Algeria e Srilanka con l’appoggio della Cgil locale. A gennaio 2009 la sentenza: il tribunale del lavoro ordina di estenderla anche agli immigrati perchè viola il testo unico sull’immigrazione per gli articoli 43 (discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi e nazionali) e 44 (azione civile contro la discriminazione). L’amministrazione però non si rassegna, presenta un ricorso (bocciato) e a un mese dalla sentenza si arriva all’epilogo, paradossale: il Comune approva una nuova delibera che elimina del tutto il bonus, togliendolo anche agli italiani.