Società

Come è difficile il “suicidio virtuale”

Poche leggi e tanti problemi per chi vuole cancellare la sua presenza in Rete

S’è parlato molto negli scorsi giorni del caso di Elisabetta Tulliani. L’attuale compagna di Gianfranco Fini ha chiesto al Garante della Privacy un provvedimento per eliminare da Internet le foto che la ritraevano con il suo ex-compagno: Luciano Gaucci, già presidente del Perugia Calcio fuggito all’estero fino a quando ha patteggiato una pena di tre anni per bancarotta fraudolenta e reati fiscali. La Tulliani, è un personaggio pubblico, quindi per le foto che la riguardano vale il diritto di cronaca (il garante ha fatto una scelta salomonica: vanno rimosse dall’indice dei motori di ricerca).

Eppure, se per le persone in vista è giusto che la stampa e il web informino a 360 gradi, anche per le persone comuni la memoria perenne del web rimane sempre accesa ed accessibile a occhi indiscreti e no. È nata così l’esigenza, di compiere un vero e proprio “suicidio virtuale”: ovvero la possibilità di cancellare dai social network tutto ciò che ci riguarda: foto, frasi, account.

È un’operazione lunga e, se non si hanno approfondite competenze informatiche, non alla portata di tutti. Sono nati così dei servizi appositi che aiutano a compiere la dolce morte sul web. Nel Giappone antico Seppuku era il rito con il quale i samurai si toglievano la vita perchè responsabili di qualche colpa o per darsi una morte onorevole. E Seppuku è ora il servizio che permette di compiere il suicidio virtuale su Facebook.

“Come i Samurai si riprendevano il loro onore di guerrieri – è scritto sul sito – così puoi liberarti del corpo digitale e riscoprire l’importante di essere ciascuno, invece di qualcuno”. Il servizio è gratuito, e facile da utilizzare: si può anche lasciare un Memorial Page. Nel dicembre scorso Facebook ha deciso di bloccare il sito minacciando azioni legali. Ma Seppuku è riuscito ad aggirare il blocco ed è di nuovo operativo.

Stessa sorte è toccata a un’altra applicazione Facebook: Suicide Machine, la macchina dei suicidi, che consentiva di cancellare la propria esistenza virtuale, oltre che su Facebook, anche su altri social network: Twitter, Linkedin e MySpace. Anche qui Facebook si è subito attivato, bloccando l’applicazione. I gestori hanno promesso che riusciranno ad aggirare il blocco e torneranno presto.

Oltre ai social network, però, sono frequenti le occasioni nei quali può rimanere qualche informazione personale online che si vuole rendere non più raggiungibile. Il caso più semplice può essere quello di un annuncio di lavoro, nei quali vengono lasciati numero di telefono, età, indirizzo e che rimane on-line anche dopoché l’annuncio non è più valido. Problemi seri potrebbero porsi per tutti coloro, giovani o no, che pubblicano on-line video dei quali in futuro potrebbero pentirsi.

Per questi dati sensibili, non c’è ancora una soluzione vera. In Francia un dibattito è nato dopo il caso di una donna che si era rivolta al giudice per eliminare messaggi su un forum che contenevano dettagli sul suo stato di salute. Il sottosegretario all’economia telematica Nathalie Kousciusko-Morizet ha cominciato a lavorare a una legge per l’oblio telematico, ma la strada è stretta, come il crinale che divide la tutela della privacy dalla censura di informazioni di interesse pubblico.

Anche l’Unione europea è al lavoro. Il commissario europeo all’informazione Viviane Redint ha aperto una trattativa con Google per capire quanto tempo devono rimanere sul motore di ricerca le informazioni. Dal motore hanno proposto 18 mesi, specificando che Google si limita a indicizzare quello che trova on-line. Unica soluzione, perciò, rimane quella di rivolgersi al web-master del sito che ha pubblicato l’informazione che vogliamo cancellare. In Italia, la giurisprudenza sancisce un diritto all’oblio, ma non risulta di semplice applicazione. Eppure il problema è sempre più presente.

È recente il caso di una ragazza di Feltre, in provincia di Belluno, che si è fatta filmare dal ragazzo durante alcune performance sessuali. Il video è poi finito su Internet con nome e cognome, per bloccare tutto lei ha dovuto denunciare l’episodio in questura. Insomma, la questione della cancellazione dei propri dati su Internet rimane pressante.

Anche in Italia stanno nascendo della aziende che fanno questo servizio a pagamento, sulla scia di quanto già successo negli Usa. Per ora il problema rimane. E si aspettano delle procedure e delle norme che sappiano coniugare il diritto alla privacy, con il diritto della stampa e dei cittadini di essere informati.

Da il Fatto Quotidiano del 14 febbraio