Politica

Pentiti e processi soft: quel “programma di governo”

Quello che finora si era capito lo avevano spiegato i giudici del processo a Marcello Dell’Utri. Per loro, che in primo grado hanno condannato il senatore azzurro a 9 anni di carcere, l’accordo tra Bernardo Provenzano e il braccio destro di Silvio Berlusconi è certo. Provato. Per questo, già nel 2004, il tribunale considerava: "La promessa di aiuto politico a Cosa Nostra, proveniente da un soggetto che, in quel determinato momento storico, si poneva quale organizzatore di un nuovo partito [Dell’Utri], aveva un effetto rassicurante per il sodalizio criminale; lo orientava verso il sostegno a Forza Italia […]. Siffatta condotta rafforzava Cosa Nostra che […], addirittura contava sui massimi vertici della politica nazionale. Una promessa reputata, in quel frangente, seria ed affidabile, in quanto proveniente da un soggetto influente che, in passato, aveva dato buona prova di sé".

Conclusioni raggelanti, fin qui passate nel silenzio quasi totale della politica, che però non si discostano di una virgola da quanto raccontato ieri da Massimo Ciancimino. In sei anni di dibattimento contro Dell’Utri, infatti, testimoni, pentiti, investigatori e qualche intercettazione, hanno finito per cucire addosso al senatore lo scomodo vestito di referente delle cosche, prima per gli affari al nord, e poi per la politica.

Un legame antico il suo. Nato nella Palermo degli anni ‘60 e proseguito, per il tribunale, almeno fino al 1999. Tanto che proprio in quell’anno una serie di mafiosi legati a Provenzano vengono intercettati da una cimice mentre spiegano che Enzo Zanghì, un cugino di don Vito Ciancimino (padre di Massimo), ha dato l’ordine di votare Dell’Utri. Il senatore, infatti, stando a quanto dirà nel 2001 in un’altra intercettazione ambientale il capomafia di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, aveva "preso degli impegni", ma dopo le europee del ‘99 non si era più fatto vedere perché il boss Gioacchino Capizzi, "con cui parlava" era stato arrestato.

Ora Ciancimino junior dice che gli incontri tra il politico e i boss sono proseguiti fino almeno fino al 2001-2002. E che i faccia a faccia, stando al racconto di suo padre, avvenivano anche con Provenzano. Dal punto di vista processuale, è una conferma di peso. Perché del presunto legame Provenzano-Dell’Utri e di quello con Berlusconi, hanno già parlato molti collaboratori di giustizia. Il più importante è Nino "Manuzza" Giuffrè, il boss di Caccamo, ritenuto dai tribunali pienamente attendibile. Nei suoi verbali Giuffrè ricostruisce i mesi della seconda presunta trattativa, e spiega perché la mafia nel 1994, decise di appoggiare in massa Forza Italia.

Manuzza ricorda una serie di riunioni, avvenute a cavallo tra il ‘93 e il ‘94, in cui Provenzano ragiona di politica e parla della probabile discesa in campo del Cavaliere. Sono discussioni tra boss "molto approfondite" che si concludono quando Provenzano riceve precise "garanzie" sui punti che interessano i clan. "Oltre al discorso dei pentiti, oltre al discorso dei beni, oltre ad un alleggerimento dei processi, oltre ad un alleggerimento della pressione delle forze dell’ordine, c’era un altro argomento, che Binu ha messo sul tavolo: la revisione dei processi", dice Giuffrè in perfetta assonanza con il papello di Ciancimino.

È per questo che Provenzano chiude la stagione delle stragi e decide di far inabissare la sua organizzazione? Sì, secondo i magistrati. Dell’Utri, spiegano i pentiti, ha infatti detto che per risolvere i problemi "ci vogliono dieci anni". Ma che è necessario "non far rumore". Del resto, proprio in quel periodo il programma politico di Cosa Nostra finisce anche su un documento scritto. Ed è un programma semplice, addirittura banale. "Amnistia di cinque anni. Indulto di tre. Erano in commissione giustizia. Ora dovrebbe farla il nuovo governo" confida nel febbraio del ‘94, al colonnello dei carabinieri Michele Riccio, il boss Luigi Ilardo.

Riccio ha con il confidente decine di colloqui. A volte li registra, a volte prende appunti. Nelle sue agende, sequestrate nel ‘97, a pagina 32, si legge: "Quelli di Forza Italia hanno promesso che in caso di vittoria entro 6 mesi regoleranno ogni cosa a loro favore. Palermitani dietro le stragi, siciliani dietro gli attentati in Italia".

E a pagina 42: "Prov. (Provenzano) molto cambiato, parla di pace sintomo di debolezza. Spera in Forza Italia fra 5-7 anni tutto dovrebbe ritornare un po’ come prima". Pagina 49: "Andranno contro il partito dei magistrati, la gente non ne può più, mancano i lavori delle grandi aziende c’è solo repressione lotta alla mafia e nient’altro in alternativa protesta operaia […] aspettano un nuovo partito o schieramento".

Ilardo, è vero, non può più confermare. È stato ucciso. E Riccio, grande accusatore del generale Mario Mori, va preso con le pinze. È stato coinvolto in una brutta storia di droga e ha più di una ragione per avercela con i suoi ex superiori. Ma i suoi appunti sono lì. Certamente autentici. Anche per questo ora le parole di Ciancimino junior fanno tanta paura. Denunciarlo per calunnia, come annucia Niccolò Ghedini, è semplice. Vincere gli eventuali processi è tutta un’altra storia.

Da il Fatto Quotidiano del 9 febbraio