Il cuore a pezzi di Haiti

Viaggio nella capitale, mentre i sopravvissuti fuggono verso le campagne e la Repubblica Dominicana

di Simone Bruno e Federico Mastrogiovanni
Port-au-Prince

L’unica strada che collega Port-au-Prince alla frontiera sono ottanta chilometri di caos. Una strada sterrata per lunghi tratti, percorsa da enormi jeep che portano aiuti e personale di soccorso, da un lato, e da camion ricolmi di disperati dall’altro.
Troppo per una arteria che, pur essendo una delle sole tre uscite dalla capitale haitiana, è poco più larga di una corsia.

A Port-au-Prince molti abbandonano la città, hanno perso tutto e tornano verso le zone rurali dove ancora hanno qualche conoscente. Il flusso di persone che dalla capitale si sposta in campagna ha generato un “effetto esodo” che potrebbe avere degli effetti negativi. C’è chi si preoccupa che l’arrivo di molti appartenenti alle bande urbane di Port-au-Prince possa portare violenza e criminalità nelle città di provincia.

Chi può affrontare il viaggio, invece, raccoglie quanto può e scappa verso la vicina Repubblica Dominicana. La frontiera è saltata. Un gruppo di guardie armate dominicane cerca di mantenere una parvenza di ordine, mentre dal lato haitiano invece gli uffici sono proprio chiusi. È nato un piccolo mercato illegale dove si rimedia qualche cosa da mangiare e acqua potabile, ovviamente a prezzi di molto superiori al dovuto.

Si passa senza il controllo dei documenti, l’unico criterio che sembra adottare la polizia di frontiera è bloccare gli haitiani a piedi che a occhio giudicano più poveri. Ma tanto poco più in la dai buchi nella rete passa chiunque. L’anti-haitianismo a Santo Domingo lo ha inventato il dittatore Rafael Trujillo mentre in Europa scoppiava la Seconda guerra mondiale.

Il dittatore decise di far massacrare tutti gli haitiani nella Repubblica Dominicana e da quel momento è diventato comune, per dittatori e presidenti, dare la colpa dei mali del paese agli immigrati dell’ unico paese confinante. Crisi economiche, disoccupazione, delinquenza, tutto è colpa degli haitiani. Tanto è stata forte la propaganda per anni che oggi esiste un razzismo strisciante, non solo tra gli hotel di lusso e i casinò del lungomare, ma anche e soprattutto tra i dominicani più poveri. Un haitiano su dieci prima del terremoto era immigrato nel vicino paese, ora non è possibile capire cosa stia accadendo.

A poche decine di chilometri dalla frontiera, alle porte della capitale, il caos. Traffico bloccato e migliaia di persone che si muovono a piedi. Personale medico internazionale, cooperanti e camion di aiuto restano fermi per ore sotto il sole. Furgoni pieni di cadaveri e familiari sono invece fermi per ore nel tentativo di lasciare la città o di fare rifornimento di benzina o acqua. Qualche disperato si aggira tra le macchine bloccate nell’ ingorgo e cerca di sbirciare tra i vetri oscurati della cooperazione internazionale per chiedere qualcosa da mangiare o un po’ di denaro.

Ovunque donne camminano portando enormi pacchi sulla testa. A cinque giorni dal sisma, il soccorso delle decine di migliaia di feriti, la conta dei morti, la ricerca dei superstiti, il problema più impellente è la distribuzione di acqua, cibo e benzina “Qui se non entro tre giorni non si trovano questi beni primari, la situazione sarà insostenibile”, sostiene Jean, cooperante francese. “La gente raccoglie l’acqua di scarico perché la città è senza acqua, e presto aumenterà la tensione per accaparrarsi la benzina”. Migliaia di persone si affollano nelle tendopoli improvvisate da ong e Onu, dormendo per strada, lontano dalle case, per paura di nuove scosse di assestamento o della caduta dei molti edifici pericolanti.

La distribuzione dei soccorsi però va ancora a rilento. “Probabilmente ora di viveri e beni di prima necessità ne sono arrivati a sufficienza – commenta un funzionario Onu che preferisce rimanere anonimo – il problema è, come sempre, quello di distribuirli senza generare tumulti”. Per strada i volti della gente sono spaesati. Molti, ancora sotto shock, vagano per le strade, spesso indossando mascherine o stracci sulla bocca, per resistere al persistente odore di morte che si diffonde ovunque e si appiccica addosso.

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