Dimenticate la scienza così come l’avete sempre immaginata: laboratori asettici, strumentazioni lucide e perfette, moquette intonsa sulla quale avanzano scienziati con camici immacolati pronti a gioire di successi sicuri e roboanti. La vita di uno scienziato, in realtà, è completamente diversa e, per fortuna, molto più movimentata di quanto possiamo immaginare. Portare avanti un progetto scientifico può essere addirittura rocambolesco, un’avventura fatta di amicizie intense ma anche puntellata da incidenti dai tratti persino tragicomici. E spesso vissuta in luoghi inospitali dove non ci sono alberghi a cinque stelle, ma vecchie camerette, niente web, spedizioni dove bisogna tornare a casa col sacchettino degli escrementi per non lasciare traccia. A raccontarci quest’altra faccia della scienza è L’esperienza del cielo (La nave di Teseo edizioni), scritto dall’astrofisico Federico Nati (federiconati.it) dell’Università Milano Bicocca.

Il romanzo è il diario di una missione in Antartide effettuata nel 2018 con una squadra internazionale e nata per scoprire come mai – come dice l’autore con una battuta – “c’è un calo demografico delle stelle”, in altre parole nascono meno stelle del previsto. Per cercare di capirne di più, la Nasa decide di spedire nella stratosfera un telescopio di tre tonnellate, chiamato Blast, e Federico Nati entra a far parte del progetto attraverso un semplice colloquio via Skype. Il finale del libro non è quello che ci si potrebbe aspettare – Blast non viene lanciato – ma in un certo senso proprio questo è il bello, perché restituisce la verità che c’è dietro ogni esperimento scientifico: “Lavori anni, decenni, poi una vite messa male, un cavo tagliato da qualcuno che ci è passato sopra con una sedia, un pulsante che ci si dimentica di premere, uno spedizioniere che distratto dallo smartphone non clicca la spunta giusta rischiano di far saltare tutto il progetto”.

I problemi, infatti, spuntano da ogni parte, gli insuccessi creano tensioni e ansie. Eppure, “fallimenti e rinvii non impediscono la crescita dei progetti, che a volte riescono per scoperte casuali”, dice Nati, che tra breve tornerà in Antartide per ritentare il lancio. Nel libro l’autore racconta anche i sacrifici, la fatica – contro una certa retorica dei cervelli in fuga entusiasti – di lasciare il proprio Paese e di avere carriere complicate in luoghi lontanissimi da casa. Non c’è rabbia verso l’Italia, solo la consapevolezza del “grandissimo spreco del formare esperti validissimi senza trattenerli”.

E poi lo stupore del fatto che la scienza non sia considerata cultura, “tanto che ci si vergogna di non aver letto i Promessi Sposi ma non di non conoscere il Teorema di Pitagora”, mentre c’è scarsa conoscenza del metodo scientifico “l’unico che può spiegare ciò che sta accadendo”. Così come gli scienziati, anche quelli che lavorano “senza le glorie della storia, senza i successi dei premi, senza le prime pagine dei giornali” sono gli unici in grado di prendersi cura della Terra, guarire le persone, creare conoscenza dell’universo.

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