Oggi alle 19, senza alcuna discussione pubblica preliminare, arriveranno in Consiglio dei ministri gli accordi per l’autonomia differenziata di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto (la prima a guida Pd, le seconde Lega): siccome su alcuni punti non c’è ancora un accordo definitivo tra ministeri e Regioni, è probabile che la firma sui testi da portare alle Camere sarà apposta tra qualche settimana. Il carrozzone, però, è partito: una profonda riforma dell’architettura dello Stato (o una sua dissoluzione) – realizzata sulla base della pessima riforma del Titolo V del 2001 e della pre-intesa firmata dal governo Gentiloni a febbraio 2018 – portata a termine attraverso un confronto tra tecnici senza alcun coinvolgimento dell’opinione pubblica e dei (moribondi) corpi intermedi. Ecco un breve riassunto per punti di quel che si sa di un’iniziativa che è stata definita una “secessione dei ricchi”.

Post-democrazia. Le singole intese realizzate dai tecnici ministeriali con quelli delle tre regioni più ricche del Paese (oltre il 40% del Pil) verranno sottoposte al Parlamento: le Camere potranno accettarle o respingerle, ma non emendarle senza il consenso di Zaia e soci; le intese Stato-Regioni peraltro, giusta una sentenza della Consulta, non sono sottoponibili a referendum abrogativo. Per come è costruita la pre-intesa, poi, questi accordi sono una sorta di “legge delega”: uno schema che una commissione paritetica Stato-Regione riempirà di contenuti. E infine: senza consenso delle parti, le intese non sono modificabili per dieci anni.

Soldi/1. La faccenda è tutta qui. Il ricco Nord vuole tenersi la maggior parte del suo “residuo fiscale”, cioè all’ingrosso la differenza tra quanto ogni territorio paga di tasse e quanto viene poi speso in loco. Ovviamente, se il gioco è a somma zero, significa che meno soldi saranno trasferiti ai territori più deboli. Questa, al di là dei vincoli solidaristici pure scritti chiaramente nella Carta, non pare neanche una mossa intelligente: i fondi “trasferiti” al Sud a vario titolo finanziano infatti in larga parte l’acquisto di beni e servizi prodotti al Nord. Ma il gioco della trasformazione delle Regioni in staterelli semi-autonomi funziona, per i politici locali, solo se insieme alle competenze passano di mano anche i soldi: la formula è la “compartecipazione” al gettito territoriale dell’Irpef e di altri tributi (Irap, tassa sull’auto, etc). Il ministero dell’Economia, come anticipato dal Messaggero, ha finora opposto alle Regioni “la competenza statale esclusiva” su questi tributi, obiettando che in ogni caso – prima di parlare di soldi – andrebbero definiti i “livelli essenziali delle prestazioni” a cui ogni italiano avrebbe diritto secondo la Carta e la legge sul federalismo del 2009. Ieri sera, però, la ministra degli Affari regionali Stefani e il sottosegretario al Tesoro Garavaglia, entrambi leghisti, hanno annunciato che c’è un accordo “sulla parte finanziaria”: “Prevede l’approdo ai costi e fabbisogni standard partendo da una fase iniziale calcolata sulla spesa storica: la copertura sarà a saldo zero e le risorse sono garantite tramite la compartecipazione di imposte”. Se è così, la secessione dei ricchi è vicina.

Soldi/2. Non di sole tasse vive il potere politico. E allora i governatori di Lombardia e Veneto chiedono che passi alle Regioni tutto il sistema degli incentivi alle imprese (il fondo rotativo di Cdp, quello di garanzia per le opere pubbliche, quello per le Pmi, i fondi all’agricoltura) e persino la gestione della Cassa integrazione e delle politiche attive del lavoro (il che significa che il ministero di Luigi Di Maio dovrà accordarsi con ogni singola Regione per riuscire a erogare il reddito di cittadinanza).

Infrastrutture. Avendo già incassato il passaggio di proprietà delle grandi centrali idroelettriche e dei relativi canoni concessori, ora Attilio Fontana e Luca Zaia puntano ad autostrade, ferrovie e aeroporti, tutte opere costruite coi soldi di tutti. Le Regioni vogliono anche la competenza sulla loro quota dei fondi nazionali infrastrutturali. Il ministero di Toninelli finora ha detto no a quasi tutto.

Scuola. Ce ne saranno 21 diverse, tutto diventerà regionale, a partire dagli insegnanti, almeno i neoassunti: in realtà anche quelli che potranno conservare il ruolo statale – i quali saranno comunque sottoposti alla nuova disciplina “locale” – avranno interesse a passare sotto l’egida della Regione (il progetto prevede, grazie alla solita “compartecipazione”, un ricco contratto integrativo). Nei capoluoghi si deciderà su tutto: finalità e programmazione dell’offerta formativa, valutazione, alternanza scuola-lavoro e rapporto con le private (ottimi a Milano fin da Formigoni).

Sanità. È uno dei capitoli più spinosi. Le Regioni chiedono pieni poteri sul sistema tariffario e dei rimborsi, sull’edilizia, sulla governance e sui farmaci, sui fondi per personale, beni e servizi. Di fatto l’obiettivo è finanziare il sistema sanitario interamente “a carico del bilancio regionale”, uscendo così dal riparto nazionale che garantisce ogni anno una perequazione tra “ricchi” e “poveri”. In tutte le bozze d’intesa si sottolinea il ruolo dei fondi sanitari integrativi (le assicurazioni private). Si rischia, contemporaneamente, di avere 21 diritti alla salute diversi e di smantellare il nostro sistema pubblico.

Ambiente. Anche qui i governatori vogliono tutto. Si litiga in particolare sulla caccia, bacino di consenso che le Regioni vogliono interamente sottrarre al ministero, e sui rifiuti: Zaia e soci vogliono decidere da soli (trattando al massimo con l’Ue) per quali tipi di scarto autorizzare il riciclaggio (end of waste) nell’ambito della cosiddetta “economia circolare”. Anche qui: si punta a 21 sistemi di smaltimento in concorrenza tra loro.

Patrimonio. I governatori chiedono pure la piena potestà sui grandi tesori d’arte (musei, siti, biblioteche e quant’altro) e, con essa, “le relative risorse” insieme alle funzioni tecniche delle Soprintendenze.

Effetti. Questo incompleto riassunto (le materie da devolvere arrivano a 23) comporta un effetto poco considerato: togliere potere ai ministeri significa renderne superfluo il personale. È tanto vero che nella bozza veneta si parlava di enti da “ridimensionare”.

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