Parigi, la protesta dei liceali diventa rivolta sociale: “La ricchezza va condivisa. I soldi prendeteli a chi li ha” – Le storie e i cartelli dal corteo

Dagli studenti di 15 anni agli infermieri, dagli insegnanti ai pensionati: la mobilitazione partita dalle scuole ha trascinato in strada intere generazioni: il racconto dal corteo nella Capitale
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Quando è passata un’ora dall’inizio del corteo, in place de la République a Parigi ancora non ci si muove. “Siamo troppi”, dice un ragazzo che sventola un cartello con la scritta “Tax the rich”. Studenti, lavoratori, sindacalisti, precari: le persone si appoggiano gli uni agli altri e cercano di avanzare. Boulevard Voltaire esplode di persone: non si passa né da un lato né dall’altro. “È un buon segno”, interviene una signora con la pettorina della sigla Cgt. “Siamo tantissimi e non sanno dove farci passare”. Dicono di essere oltre un milionead aver sfilato in tutto il Paese, almeno 350mila solo nella Capitale. Il movimento spinto dai liceali di appena 15 e 16 anni è diventato qualcos’altro: ha preso le strade e ricordato a tutti che devono e possono chiedere di più. Dopo settimane di repressione durissima, sfilare in corteo ha ancora un altro significato. Nella folla si fa strada Marise 77 anni, sulla schiena si è incollata un cartello con la scritta che è un’appello: “Organizziamo uno sciopero che duri”: “Siamo qui perché crediamo a dei giorni migliori. Crediamo soprattutto alla lucidità. E ai giovani. Abbiamo fiducia in loro e li ringraziamo. Sono molto intelligenti perché hanno capito che abbiamo già iniziato la sopravvivenza su questo pianeta”.

Tutto è partito per chiedere scuole dignitose e un numero adeguato di professori. Uno scatto di chi non ci sta ad accettare che lo cose vadano così e basta che ha saputo trascinare tantissimi altri. E ora le richieste si sono allargate: salari giusti, servizi pubblici all’altezza delle richieste e aiuto a chi è più fragile. Amina tiene un cartellone che dice: “La ricchezza va condivisa”. “Tutti contribuiscono a questa ricchezza che solo una parte della popolazione detiene”, spiega la ragazza che ha 26 anni e fa l’insegnante di scuola primaria. “Dicono che non hanno soldi perché non vogliono prenderli a chi li ha. I miliardari pagano meno di tasse della popolazione, non è normale. Il loro patrimonio aumenta, mentre l’inflazione colpisce tutti noi”. Interviene anche Roman: “Noi abitiamo in banlieue e la povertà la vediamo tutti i giorni”. Tra gli striscioni tesi tra gli alberi ce n’è uno che recita: “Chi ci ruba i miliardari?”.

La lotta ai privilegi di pochi mette d’accordo tutti. Anche il sindacato degli agricoltori: “Ci sono delle cose che il governo può fare”, dice Corinne che di anni ne ha 65. “Ci sono delle persone che stanno bene e delle altre che stanno molto molto molto male. Devono rendersi conto che quando le cose non vanno in basso, non è buono neanche per chi è in alto. I ricchi devono capire che siamo sullo stesso pianeta”. A sfilare anche tanti esponenti del mondo della sanità: “Tutto ha aumentato, i nostri salari no”, raccontano Mathilde e Pauline che sono infermiere. “E la sanità pubblica è più che critica. Abbiamo bisogno di soldi per poter curare le persone. Oggi prendiamo 2300 euro, quando per affittare una stanza ne servono almeno mille. Poi dobbiamo pagare le baby sitter se vogliamo andare a lavorare, per non parlare della benzina che ha aumentato”. Poco distante c’è un gruppo che lavora come personale negli ospedali: “Siamo qui per denunciare lo smantellamento della sanità pubblica”, dice François. “Vi faccio un esempio: noi abbiamo un servizio di pedopsichiatria e per arrivarci ci sono tre anni di lista d’attesa. Non ci sono i mezzi necessari per i bisogni della popolazione. È una politica che continua da anni: vogliono spingerci al privato e impoveriscono il povero”. E l’allarme non è solo dei sanitari. “Io non voglio che la Francia diventi gli Stati uniti. Per me essere francese vuol dire avere dei servizi pubblici. Per quello siamo qui”, interviene Stef che di mestiere è regista. Per molti oggi, anche essere in sciopero è un privilegio: “Noi avremmo tanto voluto”, raccontano Lena, Agathe e Zoe. “Noi siamo grafiche e al momento non lavoriamo. Ci preoccupa il futuro perché serviranno governi che investano nel mondo della cultura, o non ce la faremo”. E se sono in strada è perché “come tutti non ne possiamo più”. In francese si dice “On est en a gros” ed è uno dei cartelli più grandi che una ragazza si è trascinata per tutta la manifestazione.

Le difficoltà economiche pesano come macigni e si leggono in tutti i simboli della piazza. “Gros méchants”, ha scritto qualcuno sull’asfalto (letteralmente cattivoni). “Muori vecchio mondo”, dice il cartello di uno dei lavoratori. Sopra ci sono disegnati vari cuori. Ma la rabbia si respira in ogni frase: “I nostri sogni non entrano nelle vostre urne”. Ma anche: “I ratti teneteli all’Eliseo, non nei licei”. Poi c’è lo slogan che i giovanissimi usano per deridere la polizia dopo che, dicono, hanno intercettato un tentativo di inserirsi sotto copertura in una delle chat Snapchat usando frasi legate all’Islam: “Bismillah c’est le tenebre”, diceva il messaggio (“Nel nome di dio sono le tenebre”, letteralmente). E ora è diventato uno degli slogan più usati: “Bismillah le tenebre è il Rassemblement National”. Ma anche “il 10 del mese”, quando arriva lo stipendio e non si sa più come pagare le spese. “Acab” uno dei cori più pronunciati, usando l’acronimo contro la polizia. Ma anche “Bella ciao” e l’italianissimo “siamo tutti antifascisti” a ripetizione”. Tante anche le bandiere: quelle della Palestina a decine, ma anche qualche drappo francese. “Dobbiamo riappropriarcene”, dicono due ragazzi di origine thailandese e tunisina. “Questa è anche casa nostra”.

Le parole della piazza sono chiare. Resta da capire quale leader politico o partito riuscirà a interpretarle. A giudicare dall’accoglienza per Jean-Luc Mélenchon e le bandiere de la France Insoumise, in tanti hanno già scelto. Ma a sfilare con simboli riconoscibili anche il Partito comunista e gli ecologisti. Il candidato alle presidenziali per i Socialisti Glucksman dice di essere stato costretto ad andarsene. “Non lo vogliamo perché è di destra”, commentano dal corteo. “Si fa spacciare per uno di sinistra. Uno come lui lo abbiamo già avuto ed era Macron”. La testa di tutti è già alle presidenziali della primavera e a Marine Le Pen già in vantaggio in tutti i sondaggi. Anche per questo non intendono lasciare le strade e non molleranno tanto facilmente.

Campo largo, prove di coalizione con Italia Viva e +Europa: tutti insieme sul palco della Cgil, ma la patrimoniale divide

Per la prima volta anche i centristi partecipano al confronto con Pd, M5s e Avs. Sui temi del lavoro e del fisco prevale l'intesa, ma la proposta di Landini di tassare i grandi patrimoni spacca gli alleati. Sabato il primo tavolo programmatico della coalizione allargata
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Prove di coalizione per il campo largo. Per la prima volta, in attesa del tavolo del programma, nella foto dell’alternativa entrano anche i centristi, con Italia Viva e +Europa che partecipano all’evento organizzato dalla Cgil di Maurizio Landini, per l’assemblea di programma del sindacato, insieme ai leader del campo progressista. Con la politica estera e il nodo delle armi all’Ucraina che restano sullo sfondo del dibattito, incentrato sui temi fiscali e del lavoro, tra gli alleati, escluso il tema della tassazione delle grandi ricchezze, c’è così maggiore intesa rispetto alle tensioni delle ultime settimane.

“Stiamo finalmente parlando di temi, non di primarie”, taglia corto il presidente M5s Giuseppe Conte, quando il moderatore del confronto, il giornalista Marco Damilano, sottolinea i toni distesi dell’iniziativa e la sinergia su molti dei temi affrontati. Certo, non mancano le differenze. Di fronte alla platea dell’assemblea programmatica della Cgil, per il debutto del campo progressista allargato anche ad Italia Viva (presente la capogruppo alla Camera Maria Elena Boschi, non Matteo Renzi, ndr), ci sono oltre al leader pentastellato, per Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, poi Riccardo Magi (+Europa) e la segretaria Pd Elly Schlein, che da mesi lavora, dietro il motto del ‘testardamente unitaria’, a un tavolo così allargato ai centristi. Sabato pomeriggio è già in calendario il primo appuntamento programmatico via call, con i capigruppo di Pd, M5S, Avs, Iv e quindi Magi con Ernesto Ruffini e Franco Gabrielli di Più Uno e i rappresentanti dei Civici di Alessandro Onorato e del Psi di Enzo Maraio.

Intanto, all’assemblea Cgil, il tema più discusso è quello delle risorse da trovare per realizzare le proposte programmatiche. Ma è sul nodo della tassazione delle grandi ricchezze, rilanciato dal segretario Cgil Landini, che partono i distinguo, con Iv e M5s che restano contrari, mentre Magi si dice aperto al confronto. “La nostra proposta parte dai patrimoni sopra i 5,4 milioni euro, pensa come mi sono ridotto…”, scherza Fratoianni. E Schlein apre al confronto: ”Sulla questione fiscale, noi siamo favorevoli a una tassazione dei super ricchi ed è una battaglia che a livello europeo abbiamo sempre portato avanti. Siamo aperti anche con l’alleanza a discuterne anche a livello nazionale”.

Boschi e Conte però non sono d’accordo. In particolare, è il leader M5s a mostrare la sua contrarietà: “Se fosse così semplice e allora come mai a chi l’ha fatta non ha portato risorse nelle casse dello Stato? È stata fatta in tanti paesi europei. Quindi parliamone insieme, se volete facciamo un seminario sulla patrimoniale, ma discutiamone concretamente. Ci sono due problemi. Uno è valutare i patrimoni, sono nati dei contenziosi e dopo un po’ lo Stato ha dovuto rinunciare. E secondo è che chi ha soldi a quel livello non è che sta piantato in una cittadina di provincia, è una ricchezza che travalica i confini nazionali e quindi è facilmente occultabile e mobile. Ma parliamone”. Tesi subito smentite da Fratoianni: “Non è vero che non funziona, non lo dico per una questione ideologica, ma sul merito. Confrontiamoci, ma serve un programma di reale alternativa”, spiegano da Avs. L’unica certezza, concordano i leader prima della photo opportunity per la prima volta allargata, è che bisognerà evitare le divisioni del passato: “Non faremo più l’errore del 2022”.

Libertà di stampa, l’allarme del Consiglio d’Europa: “Il giornalismo è sotto attacco”. La relatrice Grippo: “Entro pochi anni potrebbe morire”

La risoluzione approvata all’unanimità denuncia cinque minacce al pluralismo e all’indipendenza dei media: dalla concentrazione della proprietà alle ingerenze politiche, fino all’intelligenza artificiale
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Una fotografia del mondo del giornalismo allarmante e preoccupante. È quella scattata dal Consiglio d’Europa che, lo scorso 30 settembre, ha votato all’unanimità la risoluzione dal titolo “Minacce crescenti al pluralismo e all’indipendenza dei media.” Il rapporto, presentato alla Camera dalla deputata di Azione e relatrice generale dell’Assemblea per la libertà dei media e la sicurezza dei giornalisti Valentina Grippo, racconta di un mondo della stampa sempre più sotto attacco.

“Oggi solo il 25% della popolazione mondiale ha accesso all’informazione – dice Grippo -, dobbiamo fare qualcosa non solo per difendere i cronisti, ma anche per difendere la democrazia“. Secondo la relazione, frutto di due anni di analisi e audizioni, sono cinque le aggressioni che l’informazione subisce: il deserto informativo, intere aree dove non è più presente un giornale locale, l’accentramento nella proprietà dei media, l’ingerenza, diretta o indiretta, della politica, l’aumento dell’uso dell’intelligenza artificiale e ultimo la sicurezza fisica e morale del giornalista.

“Il problema della nostra categoria è anche quello di chi fa inchiesta oggi – dichiara Guido D’Ubaldo, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio -. Noi abbiamo 30 professionisti che vivono sotto scorta e solo nell’ultimo anno ci sono stati 750 colleghi minacciati in tutta Italia”. Una delle richieste avanzate agli Stati membri è quella di creare un database europeo sulla proprietà dei media: “Deve avere accesso pubblico, gratuito e aperto – conclude Grippo -. Ci devono essere i titolari effettivi e non dei prestanome, ci deve essere tutto l’assetto societario e deve riguardare tutti i 46 Paesi del Consiglio d’Europa.”

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La socialista Nithya Raman come Mamdani: “batte” la dem Bass e diventa sindaca di Los Angeles

La consigliera comunale, esponente dei Democratici socialisti d'America, conquista la guida della metropoli californiana secondo le proiezioni dei principali network. Al centro della campagna casa, senzatetto e gestione degli incendi
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Los Angeles come York. Le due metropoli statunitensi – distanti quasi 4mila chilometri – vicinissime nel sentimento politico. Perché la consigliera comunale Nithya Raman, esponenente dei Democratici socialisti d’America (Dsa), sarà la prossima sindaca città californiana. Stato che vivrà anche un’altra novità politica di rilievo. Il governatore Gavin Newsom ha annunciato l’intenzione di commutare in ergastolo senza possibilità di riduzione della pena le condanne di tutti i 548 detenuti attualmente nel braccio della morte dello Stato.

Il cambio alla guida di Los Angeles

La vittoria di Raman, 45 anni, rappresenta un risultato significativo per i Democratici socialisti d’America (Dsa), il movimento di cui la neoeletta sindaca è esponente. Dopo New York e Washington D.C., anche Los Angeles si prepara dunque a essere guidata da una rappresentante dell’area socialista democratica. Secondo il New York Times, con oltre tre quarti delle schede scrutinate, Raman aveva un vantaggio di circa 35mila voti sulla sindaca uscente. Dato che viene riportato dalle proiezioni di Cnn e Nbc News nonché dal Los Angeles Times.

La sconfitta di Bass segna una battuta d’arresto per l’establishment democratico californiano, che aveva sostenuto la sua riconferma. La sindaca uscente, esponente di lungo corso del Partito democratico, era finita al centro delle critiche soprattutto per la gestione degli incendi del gennaio 2025, che avevano devastato l’area di Pacific Palisades provocando 12 morti e distruggendo migliaia di abitazioni.

Urbanista e attivista politica, Raman ha costruito la propria campagna elettorale proprio sulle criticità della gestione cittadina. Tra i principali bersagli delle sue contestazioni la risposta all’emergenza dei senzatetto e l’aumento dei prezzi delle abitazioni, temi sui quali ha accusato l’amministrazione Bass di non aver introdotto cambiamenti sufficientemente incisivi. Secondo la neo sindaca, la città ha bisogno di politiche trasformative che l’attuale amministrazione non è stata in grado di mettere in campo. Bass, dal canto suo, aveva contestato la preparazione della sfidante, sostenendo che sei anni trascorsi in consiglio comunale non fossero sufficienti per affrontare le responsabilità di una città complessa come Los Angeles.

Tra le questioni più impegnative che Raman dovrà affrontare ci sono i preparativi per i Giochi olimpici del 2028, che saranno ospitati proprio da Los Angeles. L’appuntamento rappresenterà un banco di prova per le infrastrutture cittadine, per il trasporto pubblico e per il sistema di sicurezza della metropoli. Durante la campagna elettorale, Raman ha inoltre assunto un impegno particolarmente ambizioso: dimezzare il numero delle persone senza dimora presenti in città prima dell’inizio delle Olimpiadi. Una promessa che si inserisce tra le priorità della sua agenda amministrativa e che dovrà misurarsi con una delle emergenze sociali più rilevanti di Los Angeles.

Newsom

La misura annunciata dal governatore, riferisce il Los Angeles Times, richiederà per quasi il 60% dei casi anche l’approvazione della Corte Suprema dello Stato. La decisione si inserisce in un percorso già avviato da Newsom nel 2019, quando il governatore aveva imposto una moratoria sulle esecuzioni. La California, infatti, non esegue una condanna a morte dal 2006, anche se la pena capitale continua a essere prevista dalla legislazione statale. L’annuncio arriva mentre Newsom valuta una possibile candidatura democratica alla presidenza degli Stati Uniti nel 2028.

Israele, Eisenkot “supera” Netanyahu nelle consultazioni: 67 deputati lo indicano per guidare il governo. Herzog deciderà domenica

Sei liste su dieci hanno espresso la preferenza per l'ex capo di Stato maggiore, che incassa anche il sostegno dei partiti arabi. Il presidente Herzog: "Il risultato delle consultazioni appare chiaro" sottolineando tuttavia che la sua responsabilità istituzionale è verificare chi sia effettivamente in grado di formare una maggioranza di governo
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Gadi Eisenkot è in vantaggio su Benjamin Netanyahu nella corsa alla guida del prossimo governo israeliano. Al termine delle consultazioni iniziate mercoledì con i rappresentanti delle forze politiche votate alle elezioni del 27 ottobre, sei liste, che complessivamente rappresentano 67 seggi sui 120 della Knesset, hanno indicato il leader di Eisenkot come candidato alla formazione del nuovo esecutivo. Al premier uscente sono andate invece le preferenze di quattro liste, per un totale di 46 parlamentari.

Il presidente israeliano Isaac Herzog deciderà domenica a chi affidare l’incarico: “Il risultato delle consultazioni appare chiaro”, ha dichiarato Herzog, citato da Haaretz, sottolineando tuttavia che la sua responsabilità istituzionale è verificare chi sia effettivamente in grado di formare una maggioranza di governo. Una possibilità che, ha osservato, resta incerta a causa dei veti incrociati tra i diversi schieramenti e all’interno degli stessi blocchi politici. Il presidente ha annunciato che intende incontrare direttamente alcuni leader di partito prima di prendere la decisione. “Non lascerò nulla di intentato nel tentativo di favorire la formazione di un governo stabile e valido per il popolo israeliano”.

Il risultato delle consultazioni evidenzia una situazione favorevole a Eisenkot, mentre si indeboliscono le possibilità di Netanyahu di ottenere una nuova investitura. Il blocco guidato dal Likud era arrivato in testa alle elezioni con 53 seggi, ma la coalizione che governa dal 2022 non sembra disporre di ulteriori alleati parlamentari. A complicare il quadro per il premier è stata anche la decisione del partito ultraortodosso Giudaismo Unito della Torah di non esprimere una preferenza per nessuno dei candidati, privando Netanyahu di sette raccomandazioni.

Eisenkot ha invece ottenuto anche il sostegno delle due liste arabe, Ràam e Lista Unita araba, rafforzando la propria posizione nel confronto con il capo del governo uscente. Una scelta che, come chiarito dai rappresentanti arabi durante le consultazioni con Herzog, non equivale a un’adesione incondizionata a un eventuale esecutivo, ma risponde alla volontà di favorire un cambiamento politico.

Il deputato Ahmed Tibi, della Lista Unita, ha spiegato che l’indicazione di Eisenkot nasce dalla volontà di superare l’attuale governo e non da una particolare vicinanza politica al candidato. “Indichiamo Eisenkot non per amore, ma per cambiare il governo attuale”, ha dichiarato, assicurando che il sostegno parlamentare non sarà ritirato immediatamente dopo la nascita del nuovo esecutivo. Tibi ha inoltre precisato che il suo gruppo non chiede incarichi ministeriali.

Durante il confronto, Herzog ha sollevato la “comprensibile” questione della doppia identità, israeliana e palestinese, dei rappresentanti arabi, chiedendo come intendano comportarsi nel caso in cui il Paese dovesse affrontare nuove guerre. Il presidente della Lista Unita, Jabareen, ha risposto che il peso politico dei partiti arabi potrebbe contribuire a orientare Israele verso una prospettiva di pace. “Non crediamo nelle soluzioni militari, bisogna pensare ad alternative”, ha affermato, riconoscendo la possibilità di divergenze con il futuro governo, ma ribadendo la volontà di impedire un ritorno di Netanyahu al potere.

A sostenere apertamente la necessità di un cambio di leadership è stato anche il partito Yashar, i cui rappresentanti hanno chiesto a Herzog di affidare a Eisenkot l’incarico di formare il nuovo esecutivo, escludendo un accordo di unità nazionale con l’attuale premier. Secondo Yoram Cohen, ex capo dello Shin Bet e futuro membro della Knesset, Israele ha bisogno di un governo stabile in tempi rapidi e Yashar è pronto ad accogliere qualsiasi forza politica che condivida i suoi principi.

Cohen ha inoltre richiamato il risultato delle elezioni e l’elevata affluenza alle urne, sostenendo che sarebbe sbagliato ignorare la richiesta di cambiamento espressa dagli elettori e portare il Paese verso una nuova tornata elettorale. Sulla stessa linea la deputata Orit Farkash-Hacohen, che ha indicato in Netanyahu un ostacolo all’unità nazionale, attribuendo alla sua leadership un peggioramento delle divisioni sociali. “L’unità non è uno slogan”, ha dichiarato, chiedendo al presidente Herzog di indicare una promessa mantenuta dal premier nelle precedenti esperienze di governo di unità.

Di segno opposto la posizione del Likud, che al termine delle consultazioni ha formalizzato la candidatura dello stesso Netanyahu. Il ministro dell’Istruzione Yoav Kish ha contestato l’ipotesi di un governo sostenuto dai partiti arabi, definendolo un esecutivo fondato su forze che, a suo giudizio, appoggiano il terrorismo. Rivolgendosi a Eisenkot, Bennett e Liberman, Kish ha sostenuto che non dovrebbero partecipare a un simile progetto politico. Ha inoltre rilanciato i sospetti di ingerenze straniere nel processo elettorale, chiedendo che vengano approfonditi.

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Cannabis durante i riti funebri di 2.800 anni fa, la scoperta in Siberia: rilevate tracce di Thc nei capelli

La scoperta - pubblicata su Science - in un tumulo funerario della cultura scita nella valle di Uyuk: oltre 1.400 semi e residui chimici del principio attivo della cannabis. La particolarità è che le tracce sono state individuate anche nei capelli umani, offrendo la più antica prova diretta e datata del suo utilizzo per effetti psicoattivi durante cerimonie rituali.
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La cannabis veniva utilizzata per i suoi effetti psicoattivi già 2.800 anni fa, non soltanto come pianta dalle possibili applicazioni pratiche, ma anche come parte di rituali e cerimonie funerarie. A dimostrarlo è una scoperta archeologica nella Siberia meridionale, dove un gruppo internazionale di ricercatori ha individuato tracce della sostanza in un antico complesso funerario. L’elemento più sorprendente del ritrovamento è che le prove del consumo non arrivano soltanto dai semi della pianta, ma anche dai residui chimici individuati nei capelli umani.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Science, è stato condotto da un gruppo di ricerca internazionale guidato dall’archeologo Gino Caspari, dell’Università di Berna e dell’Istituto Max Planck per la Geoantropologia. Gli scavi hanno interessato il sito funerario di Tunnug 1, uno dei più antichi e importanti tumuli monumentali della cultura scita, nella valle di Uyuk.

Qui gli archeologi hanno recuperato oltre 1.400 semi di cannabis associati alle sepolture. Le loro dimensioni ridotte e le caratteristiche fisiche suggeriscono che provenissero da piante selvatiche o appartenenti a varietà di tipo selvatico. La datazione al radiocarbonio ha permesso di collocare il deposito all’inizio dell’VIII secolo avanti Cristo, circa 2.800 anni fa, in coincidenza con la costruzione del complesso funerario.

Ma è un altro particolare a rendere il ritrovamento particolarmente significativo. Analizzando alcuni resti di capelli umani rinvenuti nel sito, i ricercatori hanno individuato tracce chimiche di tetraidrocannabinolo (Thc), il principale composto psicoattivo della cannabis, insieme al cannabinolo, una sostanza che si forma attraverso l’ossidazione del Thc. Un riscontro che rafforza l’ipotesi di un consumo effettivo della pianta e del suo impiego per alterare lo stato di coscienza durante pratiche rituali.

Secondo gli autori, si tratta della più antica prova diretta, accompagnata da una datazione certa, dell’utilizzo della cannabis per i suoi effetti psicoattivi nell’ambito di cerimonie e pratiche culturali delle popolazioni antiche. Non una semplice presenza botanica all’interno di una sepoltura, dunque, ma un insieme di evidenze che suggerisce un ruolo della sostanza nella dimensione rituale e religiosa della comunità.

Il contesto in cui sono avvenuti i ritrovamenti contribuisce a rendere ancora più particolare la scoperta. Tunnug 1 era infatti una tomba principesca caratterizzata da un apparato funerario particolarmente elaborato. Come ha spiegato Caspari, le sepolture erano accompagnate da numerosi sacrifici di cavalli e, con ogni probabilità, anche da sacrifici umani. Già in una precedente pubblicazione, lo stesso gruppo di ricerca aveva documentato il ritrovamento di 18 cavalli, originariamente disposti sul tumulo funerario. Le successive indagini hanno portato alla luce diverse decine di ulteriori sacrifici equini e resti ossei umani sparsi nell’area.

Lo studio

Pierpaolo Piccioli lascia Balenciaga dopo 16 mesi: “Abbiamo creduto in un sogno. La nostra identità e i nostri valori sono le uniche cose che possediamo veramente”. Il manifesto sulla libertà creativa e la stoccata a Kering

Dopo appena sedici mesi, lo stilista italiano lascia la direzione creativa della maison di Kering. Un addio inevitabile nato dallo scontro filosofico con il super-manager Luca de Meo: da una parte l'Alta Moda come grammatica e vocazione, dall'altra l'ossessione per i volumi di vendita tra Gen Z e streetwear
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Come si concilia il puro desiderio di riprendere e lavorare sulla complessa, architettonica couture di Cristóbal Balenciaga con chi, invece, pretende l’immissione sul mercato di sneakers goffe, felpe logate e prodotti scandalistici studiati a tavolino per fare clamore e vendere ai ragazzini? Non si concilia. E infatti, dopo poco più di sedici mesi di convivenza forzata, il sogno sartoriale si è infranto. Pierpaolo Piccioli e Balenciaga si separano, consumando un addio che certifica il cortocircuito filosofico e strategico attualmente in atto nel gruppo Kering.

L’uscita del designer italiano, arrivato a Parigi con il suo impressionante bagaglio di 25 anni in Valentino, segue a ruota l’abbandono di Anthony Vaccarello da Yves Saint Laurent e di Seán McGirr da Alexander McQueen. Ma se nel panorama del lusso i rimpasti sono all’ordine del giorno, il divorzio tra Piccioli e Kering rappresenta l’emblema di due visioni della moda diametralmente e fatalmente opposte.

Il Couturier vs l’Aziendalista

Da una parte c’è Pierpaolo Piccioli: l’ultimo vero, grande couturier contemporaneo. Un maestro della sartoria che ha fatto dell’alta moda la sua unica grammatica espressiva, devoto al culto fondativo del maestro Cristóbal, che ammirava con rispetto religioso fin dai tempi in cui era un semplice stagista a Roma. Dall’altra parte della barricata c’è Luca de Meo, amministratore delegato di Kering, un supermanager forgiato nell’industria automobilistica. Un uomo di numeri e di volumi, chiamato a risolvere la crisi nera di fatturato di Gucci e a verticalizzare gli altri brand del gruppo, con l’illusione di trasformare Balenciaga nell’esclusiva porta d’accesso della Generazione Z verso il mercato del lusso.

La frattura è emersa nei conti, inesorabili per de Meo, specialmente in un segmento cardine come la linea uomo. Come già trapelato a fine settembre sulla testata Miss Tweed, lo stile couture e l’approccio riflessivo di Piccioli non producevano l’hype e i volumi di vendita sperati dai vertici. Durante una call estiva con gli azionisti, lo stesso de Meo si era lamentato apertamente delle scarse performance commerciali della divisione maschile, un settore che, sotto la precedente direzione di Demna (oggi in forze a Gucci), garantiva invece introiti faraonici a colpi di estetica streetwear e provocazioni social.

Il commiato istituzionale e il manifesto di Piccioli

Nonostante i dissidi strutturali, il comunicato ufficiale di Kering è stato chirurgico e diplomatico. De Meo ha definito Piccioli “uno stilista eccezionale e un talento creativo per il quale nutriamo il massimo rispetto”, precisando che l’ambizione del gruppo resta quella di “far tesoro dello spirito d’avanguardia di Balenciaga e onorarne lo straordinario patrimonio”. Concetti ribaditi dal CEO della maison, Gianfranco Gianangeli: “Grazie alla sua visione, ha riaffermato le origini couture della Maison, apportando il suo approccio ponderato all’artigianato, alla costruzione e alla creatività”.

Ben diversa la caratura del messaggio di congedo che Piccioli ha affidato al suo profilo Instagram, una dichiarazione d’intenti e di resistenza artistica: “La Couture richiede tempo e attenzione; esige convinzione e coraggio. È un territorio inesplorato, un ecosistema delicato in cui la cura e il legame umano sono tutto”, ha scritto lo stilista. Il testo suona come una rivendicazione della propria integrità di fronte alle logiche del fast-luxury: “Alla fine, la nostra identità e i nostri valori sono le uniche cose che possediamo veramente. Rimanere fedeli a quell’identità e a quei valori è l’unico modo per navigare ciò che ci aspetta con grazia”.

Un manifesto artistico che Piccioli ha voluto sviscerare fino in fondo, tracciando una linea di demarcazione inequivocabile tra la pura creazione di moda e la mera ingegnerizzazione di prodotti da vendita. “La Couture è un modo di pensare, una prospettiva da cui scegliere di guardare”, ha precisato, ribadendo un concetto che per Kering suona oggi come un’eresia commerciale. “È il mio modo di intendere questa professione: non semplicemente un look, ma un gesto; non solo una silhouette, ma una mano consapevole, una prospettiva e un punto di vista da cui scrutare paesaggi immaginati”.

Parole che si ergono come un fiero rifiuto del compromesso aziendale. Per Piccioli l’Alta Moda non può piegarsi alle esigenze trimestrali, perché resta “una terra senza mappe e senza compromessi, un luogo di possibilità, uno spazio capace di diventare veicolo di un’espressione potentissima”. Un’ostinata difesa della propria libertà creativa che, pur essendosi appena schiantata contro il muro del pragmatismo dei bilanci, non lascia però spazio ai rimpianti: “Abbiamo creduto in un sogno. È stato un sogno bellissimo, da condividere e in cui credere. Eppure, la vita è un viaggio e ogni capitolo esiste per fare spazio al successivo. Niente finisce mai veramente; tutto si evolve”. Per poi concludere con una citazione di Pasolini, il suo autore di riferimento: “C’è una frase di Pasolini che porto sempre con me: ‘Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece'”.

L’ultima sfilata: “Il coraggio della libertà” e il sapore dell’addio

Il défilé parigino di inizio ottobre, aveva già tutti i contorni inequivocabili di un testamento stilistico. Fin dal titolo scelto per la collezione, “Il coraggio della libertà”, l’evento risuonava come un manifesto d’indipendenza autoriale e un commiato annunciato. Al centro di una sala dominata da una monumentale scultura di corallo in lino intrecciato, Piccioli ha messo in scena la sua ultima, disperata sublimazione del quotidiano, riversando l’intero patrimonio tecnico dell’alta moda su capi urbani. Nella collezione aveva condensato l’essenza del suo fallito tentativo di compromesso: tecniche di alta moda rovesciate su capi quotidiani, dal denim rimodellato a clessidra ai bomber militari in taffetà trattato ad aria compressa. Un lavoro d’atelier rigoroso, ma giudicato evidentemente ancora lontano da quell’estetica streetwear impressa al brand da Demna e fissata ormai nell’immaginario dei più giovani. E pazienza se nel 1937 Balenciaga nacque dall’idea dell’omonimo stilista ribattezzato poi come “perfezionista del suo mestiere e maestro di tutti i couturier”, per il pubblico generalista nella memoria non ci sono gli abiti bon-ton sfoggiati da Grace Kelly o Ingrid Bergman, quanto piuttosto le buste della spesa vendute come borse (a 3 zeri).

Con consumata professionalità, nel backstage Piccioli aveva accolto i giornalisti glissando su ogni illazione, eppure nell’aria vibrava già la tensione di un divorzio imminente, alimentata dall’insoddisfazione dei vertici aziendali per la contrazione delle vendite. Un’atmosfera densa di presagi, di sguardi sfuggenti e di silenzi strategici che ha trovato un’amara conferma nei fatti: dal 3 ottobre, all’indomani esatto di quello show dal sapore d’addio, i ben informati assicurano che il couturier non abbia mai più messo piede negli uffici parigini della maison.

Il destino della maison: l’ombra di Martine Rose

E infatti da giorni sui social circolavano voci di un rimpiazzo alla direzione creativa. Kering ha annunciato che il nuovo direttore creativo sarà svelato a breve. Tutti i bene informati, tuttavia, puntano univocamente in una sola direzione: Martine Rose. La designer londinese, che aveva già collaborato proficuamente con Demna alla creazione del menswear del marchio, porterebbe in dote esattamente quell’estetica ruvida, urbana e post-streetwear che i conti di Kering esigono. Una scelta che, se confermata, archivierà definitivamente la parentesi dell’Alta Sartoria, riportando Balenciaga nel territorio, assai più remunerativo, delle felpe e dello streetwear di lusso.

Legge sul fine vita in Veneto impugnata dal governo, Magi (+Europa): “Esecutivo talebano anche con i suoi stessi governatori, altro che autonomia”

"Quando il centrosinistra sarà al governo, dovrà necessariamente varare una legge nazionale"
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“La decisione del governo Meloni di impugnare la legge sul fine vita del Veneto governato dalla Lega? È il segnale di un esecutivo talebano e centralizzatore che va contro i suoi stessi amministratori, i suoi stessi elettori, contro la propria stessa maggioranza. Alla faccia dell’autonomia regionale o differenziata”. Queste le parole di Riccardo Magi, segretario di +Europa e da tempo impegnato sul tema del fine vita, ai microfoni del ilfattoquotidiano.it.

“Quando il centrosinistra sarà al governo, dovrà necessariamente varare una legge nazionale che regoli questo tema garantendo libertà di scelta a tutti cittadini come già chiesto dalla Corte Costituzionale e che oggi il governo vuole impedire”, ha auspicato il segretario di +Europa.

“Falsi allarmi bomba su aerei, nelle scuole e attacchi hacker? Guerra ibrida per seminare caos e terrore. Possibile un coordinamento unico”

5 giorni che hanno sconvolto l'Europa. Il primo episodio: falsi alert di raid nucleari e chimici sugli smartphone di ucraini e russi. Poi i frigoriferi a 50 gradi e gli esplosivi annunciati con false mail in 171 istituiti. Ma anche nei cieli e sul mare. Il parere degli esperti sentiti da ilfattoquotidiano.it
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Falsi allarmi bomba contro scuole e aerei. Attacchi informatici contro frigoriferi farmaceutici e dei supermercati. Finti allarmi di raid nucleari e chimici via app, sugli smartphone dei cittadini russi e ucraini. Il caos in pochi giorni, in Italia e in tutta Europa fino a Mosca. Il 5 novembre, almeno 27 alert di esplosivi a bordo hanno sconvolto i cieli europei. Ma la danza settimanale è iniziata la notte tra domenica 1 e lunedì 2 novembre. Il minimo comune denominatore è la tecnologia per seminare il terrore: false mail, intrusioni cibernetiche, attacchi informatici. Con l’ombra dell’Intelligenza artificiale.

Pierguido Iezzi, direttore Cyber di Zenita Group, nota “la coincidenza anomala della sequenza temporale”. La cronologia “può lasciare spazio all’ipotesi di una guerra ibrida per spaventare le persone, toccando punti centrali della sicurezza. Violando i frigo nei supermercati si colpiscono gli approvvigionamenti alimentari, con le bombe a scuole si minacciano i figli”, dichiara l’esperto interpellato da ilfattoquotidiano.it. “Nessuna prova di un’unica regia”, avvisa William Nonnis, analista tecnologico della presidenza del Consiglio dei ministri. “Tuttavia la successione eventi suggerisce un possibile coordinamento”, dice l’esperto. Nonnis riavvolge il nastro fino alla notte tra l’uno e il due novembre, quando un trillo sullo smartphone ha destato cittadini russi e ucraini.

I falsi alert di Mosca e Kiev alla scadenza della tregua. Poi l’attacco informatico contro i frigoriferi

Le app di emergenza ufficiali sui due fronti della guerra avvisavano di raid chimici e nucleari in corso. Ma era tutto falso. Poche ore dopo Kiev e Mosca denunciavano attacchi informatici contro i loro sistemi digitali per allertare la popolazione. “Non c’è alcun pericolo di radiazioni! Mantenete la calma e seguite i nostri aggiornamenti sul nostro canale Telegram”, ha rassicurato l’aeronautica militare ucraina con un messaggio sulla piattaforma di Pavel Durov, ammettendo l’intrusione nell’app di sicurezza. Idem in Russia, con la nota del ministero delle Emergenze. Secondo Mosca, criminali informatici hanno utilizzato l’app del Cremlino per inviare ai cittadini un falso allarme. Nessuna informazione sui possibili colpevoli. Quella notte scadeva la tregua umanitaria di Oleshky nella regione di Kherson.

L’indomani mattina, due novembre, l’Europa si sveglia con i frigoriferi a 50 gradi in centinaia di supermercati e tonnellate di cibo da gettare nella spazzatura. Il Commissario all’agricoltura Christophe Hansen definisce il sabotaggio come “un tentativo deliberato di interrompere la nostra catena di approvvigionamento alimentare e di minare la fiducia dei consumatori”. Nove Paesi colpiti: oltre l’Italia, l’elenco include Svezia, Belgio, Estonia, Finlandia, Lussemburgo, Irlanda, Paesi Bassi e Portogallo. Ma occorre aggiungere la Francia, prima della lista con l’attacco subito il 12 ottobre. Il “raid informatico” contro i supermercati d’Oltralpe poteva essere un monito per il Vecchio Continente. Invece nessuna precauzione ha evitato il bis su larga scala 20 giorni dopo. Il 4 novembre, i frigoriferi francesi sono stati ancora bersagliati. Stavolta nel mirino c’era l’Istituto francese per le donazioni del sangue, non i cibi nei supermercati. In 3 celle frigorifere per gli emoderivati la temperatura è salita da -30 gradi fino a 110 gradi. Per fortuna, “senza alcun impatto sanitario”, ha rassicurato il governo di parigi.

False per annunciare esplosivi a scuola e sugli aerei

Il 2 novembre, mentre i frigoriferi “impazzivano” manovrati da remoto, in Italia 271 scuole sono state minacciate con falsi allarmi bomba, come riferito dal Corriere della Sera. Esplosivo a bordo è stato preannunciato sul volo Ryanair dalla Lettonia a Roma, lo stesso giorno. 24 ore dopo l’intimidazione terroristica ha raggiunto altre due rotte della compagnia di Dublino, da Lisbona e Dublino con destinazione Fiumicino (Roma). La minaccia è sempre giunta via mail con falsi indirizzi di posta. Il Corriere cita come mittenti i Pasdaran iraniani, il ministero dell’istruzione egiziano, militanti della provincia di Neviansk. Come destinatari, le scuole italiane e la società Aeroporti di Roma. Il 3 novembre, almeno altri sei allarmi bomba hanno spaventato i cieli d’Europa anche in Polonia, Bulgaria, Ungheria e Spagna. Oggi i seminatori del terrore, ancora via mail, mostrano la firma dei “Combattenti dello Stato Maschile”, con 18 allarmi bomba nei cieli del Vecchio Continente: sei coinvolgono gli scali di Roma e Milano. Due voli sono stati deviati, caccia sono decollati per scortare gli aerei. Nessuna bomba scovata dagli artificieri. Falso allarme – come ha scritto il Corriere – negli ultimi giorni è scattato anche in mare: il due novembre sull’isola greca di Siro, nessun esplosivo a bordo della nave da crociera Crown Iris della compagnia israeliana Mano Maritime, con oltre 1.700 persone a bordo.

“Nuova strategia, attaccare l’Internet delle cose e minare le procedure di sicurezza”

Analizzando la cronologia, Pierguido Iezzi non esclude “la finalità di generare il caos, destabilizzando le certezze dei cittadini: è lo scopo della guerra ibrida”. L’esperto nota un cambio di strategia: “Prima si conducevano attacchi informatici DDoS (Distributed Denial of Service), per bloccare un sito o un servizio online, ora nel mirino c’è l’Internet delle cose, non solo i frigoriferi ma ogni oggetto connesso ad Internet”. E i falsi allarmi bomba? “Sono un’altra novità, indicano la volontà di testare e minare le procedure di sicurezza. Se c’è una minaccia, l’aereo atterra e la scuola chiude”. La guerra ibrida alimenta il caos con un menù di strumenti: “Non solo falsi alert di esplosivi, ma anche falsi video virali sui social network e fake news”, prosegue Iezzi. Gli attacchi informatici restano un’arma privilegiata, perché è facile cancellare prove e indizi di colpevolezza. Individuare il colpevole e la collusione di uno Stato, oltre ogni ragionevole dubbio, è quasi impossibile.

L’Internet delle cose (IoT, Intenet of Things) è un bersaglio facile. Andrea Saracino, docente di Cybersecurity al Sant’Anna di Pisa, indica la facile preda: “Milioni di oggetti connessi online, in tutto il mondo, sono già mappati sul sito shodan.io, accessibili a pagamento”. Telecamere, webcam e microfoni nelle abitazioni, router WiFi, dispositivi domotici e nelle automobili: la lista degli oggetti consultabili è virtualmente infinita. Per proteggerli dagli intrusi, il produttore installa sempre una password di default. Ma basta un’app per scoprirla. Su Shodan.io la parola segreta è già servita, neppure la fatica di scaricare l’applicazione sullo smartphone. Cambiare la credenziale rafforza le barriere di sicurezza per gli oggetti online, ma non in molti procedono al reset. E l’Intelligenza artificiale semplifica il lavoro dei criminali. “Ia e sistemi agentici possono abbassare i costi e amplificare le conseguenze, senza richiedere grandi strutture operative”, dice William Nonnis. “Oggi un individuo, con strumenti automatizzati, può potenzialmente produrre un impatto che in passato avrebbe richiesto un’organizzazione molto più ampia”. E la guerra ibrida sale di colpi, con bersagli sempre più ambiziosi: “Possiamo colpire sistemi idrico e centrali elettriche”, la minaccia su Telegram dei criminali informatici filorussi del collettivo NoName. Rivendicavano l’attacco contro i frigoriferi, ma nessuna prova ne certifica l’autenticità. Il Cremlino ha smentito ogni coinvolgimento. Mentre gli inquirenti indagano e i colpevoli restano, per ora, nell’ombra.

Paraguay, la banca fallisce e tre milioni di persone si svegliano con il conto svuotato: si dimette il presidente Peña

Il collasso di Ueno Bank congela i risparmi di oltre il 60% degli adulti del Paese. Sotto accusa i legami del presidente con l'istituto digitale e la gestione dei fondi pubblici
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Il crac di una banca travolge il presidente del Paraguay, Santiago Peña, costretto alle dimissioni dopo aver perso il sostegno del suo stesso partito. A provocare la crisi è il collasso di Ueno Bank, istituto digitale con circa tre milioni di clienti, oltre il 60% degli adulti del Paese, che tutto ad un tratto sono rimasti senza accesso ai propri risparmi. Peña ha annunciato la decisione giovedì 5 novembre, mentre in Parlamento si discuteva la sua messa in stato d’accusa e nella capitale Asunción le proteste riempivano le piazze. “Ho preso la decisione di presentare le mie dimissioni da presidente della Repubblica”, ha dichiarato in un video pubblicato su X, spiegando che lo ha fatto per tutelare la stabilità del Paese e la democrazia. “Voglio chiedere scusa alla popolazione se, in qualche momento, ho deluso le aspettative. Non è mai stata mia intenzione tradire la fiducia che avete riposto in me”. Le dimissioni devono essere accettate dal Congresso. A succedergli sarebbe il vicepresidente Pedro Alliana. Poco dopo l’annuncio delle dimissioni, la Camera ha votato all’unanimità a favore dell’impeachment.

La crisi era esplosa martedì 3 novembre, quando la Banca centrale del Paraguay è intervenuta su Ueno Bank dopo aver scoperto gravi irregolarità nei conti. L’istituto aveva concesso ingenti prestiti a società legate ai propri proprietari, oltre i limiti di legge e senza garanzie sufficienti. Alcune spese erano state inoltre contabilizzate impropriamente come attività. Apportate le necessarie correzioni contabili, si è scoperto che il capitale della banca era meno della metà del minimo legale. Poi, con la chiusura delle filiali e il blocco di carte, applicazioni e bonifici, si è scatenato il panico. La banca era cresciuta in fretta dopo aver ottenuto la licenza bancaria nel 2023. E sotto la presidenza Peña vi erano confluiti anche 800 milioni di dollari di depositi pubblici, compresi fondi pensionistici e sanitari. Lo stesso Peña aveva conservato, fino al 2025, una partecipazione nella holding collegata alla banca e aveva messo alla guida della Banca centrale Carlos Carvallo, già presidente della società finanziaria da cui era nata Ueno. Carvallo si è dimesso su richiesta di Peña.

Non solo: gli ispettori avevano individuato prestiti a rischio già lo scorso giugno, ma il presidente aveva continuato a difendere la banca e l’operato della vigilanza. Qualche mese dopo, otto dirigenti sono stati arrestati e 27 persone sono state incriminate per reati tra cui abuso di fiducia e tentata frode. Le autorità hanno avviato le procedure per restituire i depositi. Decisivo per la caduta di Peña è stato il voltafaccia del Partito Colorado, dopo che il suo leader ed ex presidente Horacio Cartes ha sostenuto l’impeachment, dichiarando che il partito non sarebbe rimasto “dalla parte del saccheggio dei fondi pubblici, privati e dei pensionati”. Una rottura che ha lasciato Peña senza la maggioranza necessaria per resistere alla crisi.

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