Ceuta, è scontro diplomatico. Tajani fa arrabbiare la Spagna: “Ci aspettavamo solidarietà, non demagogia di parte”

Convocato l'ambasciatore. "La scelta di Madrid di dare la cittadinanza spagnola ad oltre 500mila immigrati irregolari è profondamente sbagliata e incentiva il traffico di essere umani", le parole del vicepremier italiano
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La crisi di Ceuta accende lo scontro diplomatico tra Spagna e Italia dopo le parole del vicepremier e ministro degli esteri Antonio Tajani per l’arrivo di migliaia di persone nella città autonoma spagnola. “Sono favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna e ho piena fiducia nell’operato del Ministro Piantedosi”, aveva dichiarato Tajani dopo quanto accaduto. “L’immigrazione irregolare e incontrollata rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale. Le immagini che arrivano da Ceuta dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani“, le parole del ministro degli esteri italiano in riferimento alla regolarizzazione di migranti avviata ad aprile dal governo di Pedro Sanchez.

Parole che hanno subito scatenato l’ira del governo spagnolo, che ha “bacchettato” Tajani e ha convocato per domani l’ambasciatore d’Italia. “Questo messaggio è inappropriato da parte del ministro degli Esteri di un Paese partner e amico, dal quale ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia di parte. Ho convocato per domani l’ambasciatore d’Italia”, ha annunciato su X il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares, commentando il tweet di Tajani. “Gli eventi di oggi sono legati a una sentenza del tribunale e non hanno nulla a che vedere con il contenuto del tweet“, ha replicato Albares, in quello che sembra un riferimento alla sentenza della Corte Suprema spagnola che ha stabilito che non si possono applicare i respingimenti a caldo, ovvero immediati, ai migranti intercettati in mare aperto che puntano a entrare a nuoto nelle città autonome di Ceuta e Melilla.

Intanto il governo italiano sta valutando di sospendere il trattato di Schengen con la Spagna. “Le immagini che arrivano da Ceuta sono impressionanti e dimostrano, ancora una volta, che l’immigrazione clandestina fuori controllo rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza dei confini europei”, ha commentato la premier Giorgia Meloni, affermando che il governo è pronto a intervenire “anche con strumenti straordinari per difendere i confini“. Qualche ora prima Sanchez aveva assicurato: “Il governo della Spagna è totalmente impegnato a fornire una risposta immediata alla situazione a Ceuta. Stiamo mobilitando tutte le risorse necessarie, lavorando con le autorità marocchine e internazionali, e preparando le misure necessarie per ripristinare la normalità il prima possibile”. Il ministro dell’Interno spagnolo ha affermato che Madrid e Rabat hanno concordato di rafforzare il coordinamento e gli sforzi per affrontare la crisi migratoria e che i due Paesi sono inoltre impegnati a rivedere e attuare misure per il rimpatrio, “il prima possibile, di tutti coloro che sono entrati illegalmente“.

Riecco Banda: l’attaccante del Lecce posta un video in palestra e rompe il silenzio

Dal 12 luglio il club lo aspetta in Italia. La vicenda, con il passare dei giorni, ha assunto contorni più delicati, ma nelle ultime ore si è aperto un canale di dialogo
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Lameck Banda sta bene. Dopo giorni di apprensione e di silenzio attorno alla situazione dell’attaccante zambiano, arrivano rassicurazioni sulle sue condizioni: il calciatore si trova ancora in Zambia ed è in buono stato di salute. A confermarlo è stato anche lo stesso giocatore, che nelle ultime ore ha pubblicato alcune stories sul proprio profilo Instagram mentre si allenava in palestra. Resta però ancora da chiarire il futuro dell’esterno offensivo del Lecce, che il 12 luglio non è rientrato in Italia per aggregarsi al gruppo di Eusebio Di Francesco nel ritiro precampionato di Bad Loipersdorf. In un primo momento l’assenza era stata ricondotta a problematiche logistiche e burocratiche che avrebbero impedito il viaggio dallo Zambia.

La vicenda, con il passare dei giorni, ha assunto contorni più delicatitanto che lo stesso direttore sportivo Trinchera si era detto “preoccupato – ma nelle ultime ore si è aperto un canale di dialogo per cercare di comprendere meglio la situazione e individuare una possibile soluzione. Il club salentino sta lavorando per chiarire le motivazioni personali che hanno portato Banda a rimanere in Zambia e valutare i prossimi passi, pensando anche a un eventuale risarcimento. Il futuro del classe 2001 resta dunque da definire. Banda è legato al Lecce da un contratto in scadenza nel giugno 2027 e la società salentina continua a monitorare l’evolversi della vicenda.

Carnevali critica Malagò: “Poteva muoversi meglio. L’importante è non inserire gli amici”

L'amministratore delegato della Juventus ha commentato anche il caso Pirlo: "Mi dispiace, è stato attaccato in un modo molto forte per scelte magari anche sbagliate, ma sarebbe stato giusto pensarci prima"
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“Alla fine, per guidare gli azzurri, Malagò è andato sulla sua prima scelta: Mancini è un ottimo allenatore, ma non mi è piaciuto come si è comportato con la nostra nazionale“: così l’amministratore delegato e direttore generale della Juventus, Giovanni Carnevali, ha commentato la nomina del nuovo commissario tecnico azzurro. “Secondo me Malagò poteva muoversi meglio, bisogna cercare di costruire ciò che non siamo stati in grado di fare”, ha aggiunto da Courmayeur il dirigente bianconero, durante un evento organizzato da La Stampa. Come noto, la Serie A avrebbe preferito Antonio Conte come allenatore e non ha gradito particolarmente la scelta di Mancini. I club avevano infatti appoggiato Malagò in fase di elezione e avrebbero preferito avere voce in capitolo nella scelta del nuovo ct. Così non è stato.

Poi Carnevali ha lanciato un’altra frecciata alla gestione del caso e alle scelte di Malagò: “Come Serie A abbiamo suggerito di costruire una federazione come una società, con un presidente e un dt e con un progetto sui giovani con tecnici ed educatori: mi piacevano le proposte di Maldini e Leonardo, l’importante è non inserire gli amici ma persone capaci“. In conclusione anche un pensiero su quanto accaduto con Andrea Pirlo, inizialmente scelto come commissario tecnico e poi escluso per il caso Fonbet, l’agenzia di scommesse russa con cui Pirlo ha un contratto di sponsorizzazione. “Mi dispiace anche per Pirlo, è stato attaccato in un modo molto forte per scelte magari anche sbagliate, ma sarebbe stato giusto pensarci prima”, ha concluso Carnevali.

“Tornato al lavoro”: il video di Sinner che si allena a Montecarlo. Poi sfinito si appoggia alla rete

Il numero uno al mondo ha svolto una sessione atletica, come mostrato sui social: dopo la rinuncia a Montreal, il focus è ora su Cincinnati e gli Us Open
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Dopo le polemiche degli ultimi giorni relative alla sua rinuncia a Montreal – torneo sul cemento canadese in programma dal 2 al 13 agosto – Jannik Sinner è tornato ad allenarsi e lo ha fatto a Montecarlo, come testimoniato sui social. “Back to work“, “Tornato al lavoro”, ha scritto il tennista italiano con una significativa emoji che indica le temperature altissime anche nel Principato. Un breve video in cui Sinner svolge una parte di lavoro atletico, senza racchetta, ma facendo quelle che in gergo si chiamano “navette“, ovvero un lavoro di scatti avanti e indietro. Poi a fine serie, il numero uno al mondo – sfinito – si appoggia alla rete in preda alla stanchezza.

Salvo clamorose altre decisioni, Jannik Sinner tornerà in campo a Cincinnati, nel secondo torneo preparatorio su cemento in vista degli Us Open. Il Masters 1000 di Cincinnati si svolgerà da martedì 11 agosto a domenica 23 agosto: sarà l’unico di preparazione in vista dell’ultimo Slam dell’anno. A Cincinnati, nella passata stagione, Sinner si ritirò sul 5-0 contro Alcaraz per un problema fisico. Il focus è ovviamente agli Us Open, dove Sinner deve riscattare la sconfitta in quattro set nel 2025 contro Carlos Alcaraz.

Istat: occupazione stabile a giugno, ma aumentano i contratti a termine e calano quelli stabili. Sempre più over 50 al lavoro

l numero degli occupati su base mensile è rimasto stabile, ma si evidenzia una crescita dei disoccupati e una diminuzione degli inattivi. L'incremento maggiore della disoccupazione riguarda i ragazzi tra i 15 e i 24 anni
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Il numero degli occupati a giugno resta sostanzialmente invariato rispetto a maggio, sono solo mille in più. E la crescita dei disoccupati si accompagna al calo delle persone inattive. All’apparenza i numeri dell’Istat sembrano positivi e per questo hanno scatenato subito l’entusiasmo da parte del Governo.

Il numero degli occupati si conferma a 24 milioni e 310mila, ma “sotto alla stabilità del dato complessivo si muovono contratti, generi ed età” sottolinea Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT (Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali), su X. Si assiste infatti a una modifica nella composizione contrattuale. A spiccare è la crescita di 91 mila dipendenti a termine, un aumento che non si vedeva dal 2021. Ma una diminuzione di 46 mila unità permanenti e di 44 mila degli autonomi. Insomma si fanno più contratti a tempo determinato che fissi.

C’è poi il ritorno alla disoccupazione: +97mila persone in un mese. Seghezzi però invita a non leggerlo come un dato negativo infatti “i nuovi disoccupati vanno letti insieme al calo degli inattivi a – 103 mila unità”. Il dato quindi è rappresentativo di quelle persone che torna a cercare lavoro ma non riescono a trovarlo immediatamente.

Il dato di genere invece è squilibrato: gli occupati uomini sono aumentati di 116 mila unità mentre le donne soltanto di 15 mila nel giro di un anno. E tra l’occupazione maschile e quella femminile ci sono più di 17 punti percentuali di distanza. Persistono anche le difficoltà tra i più giovani. Rispetto al giugno del 2025, si contano 55 mila occupati in meno tra i 15 e i 24 anni e 120 mila inattivi in più. A migliorare è piuttosto la fascia tra i 25 e i 34 anni che registra un + 72 mila occupati e – 80 mila inattivi in un anno. Aumentano però anche i disoccupati, 15 mila in più rispetto allo scorso anno.

Anche la distanza tra le generazioni resta forte, “merito delle trasformazioni demografiche ma non solo” secondo Seghezzi. La diminuzione degli occupati riguarda i 15-24enni di 55 mila unità e i 35-49enni di 205 mila. Tra chi invece ha più di 50 anni l’occupazione aumenta di 318 mila persone. A conclusione dell’analisi, Seghezzi commenta: “Il secondo trimestre chiude comunque con 116 mila occupati in più rispetto al primo. Ma giugno conferma una crescita lenta, molto dipendente dall’invecchiamento della popolazione e accompagnata nel mese di giugno da più contratti a termine e persone in cerca di lavoro”. “L’Italia continua a crescere oltre le previsioni, confermando la solidità del percorso avviato dal Governo Meloni” ha commentato la viceministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci. Per Mario Turco, senatore del M5s “un Paese in cui la disoccupazione giovanile è oltre tre volte quella generale e dove gli occupati over 50 sono oltre dieci volte più degli under 25 è un Paese che sta compromettendo irrimediabilmente il proprio futuro”.

Milano-Cortina, salasso senza fine: il Veneto sborsa altri 31,5 milioni di soldi pubblici per i costi delle Paralimpiadi

I Giochi 2026 sono finiti da quattro mesi, ma ancora presentano il conto: la Regione guidata dal leghista Stefani ha approvato il trasferimento della somma
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Salasso senza fine. Altri 31,5 milioni pubblici che se ne vanno. I giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina 2026 sono finiti da quattro mesi, ma il denaro continua a uscire dalle casse. Già, pochi giorni fa la Regione Veneto ha firmato una variazione al bilancio 2026-2028. Poche righe, ma pesanti. Sono stati versati infatti 31,5 milioni. Rappresentano, come ha scritto il Corriere delle Alpi, la quota di competenza delle Regione sul totale delle garanzie pubbliche offerte nel 2019 al momento del lancio della candidatura dei Giochi paralimpici invernali.

La notizia era già stata rivelata dal Fatto, ma nei giorni scorsi è arrivato l’atto ufficiale che trasferisce la somma: la giunta regionale guidata dal leghista Alberto Stefani infatti ha approvato la delibera. In pratica, queste ulteriori decine di milioni contribuiranno anche a pagare servizi e attività realizzati durante le Paralimpiadi che si sono tenute dal 6 al 15 marzo, soprattutto a Cortina. Tra le altre, ci sono opere legate a sicurezza e mobilità, come i percorsi tattili e i “new Jersey”. Il documento su cui si basa la delibera regionale prevede “l’applicazione della quota accantonata del risultato di amministrazione per l’importo di 26 milioni”. Non basta: c’è anche “l’utilizzo dello stanziamento accantonato mediante prelievo di 5,5 milioni dalla missione Fondi e Accantonamenti”.

La somma sarà versata nelle casse del Commissario Straordinario, Giuseppe Fasiol, nominato dal Governo. Insomma, i Giochi Invernali Milano Cortina 2026 continuano a presentare il conto: quello delle Paralimpiadi è ormai di circa 550 milioni. Mentre le Olimpiadi hanno richiesto circa 2 miliardi di spesa alla Fondazione Milano Cortina, mentre – contando le spese per le infrastrutture legate ai giochi – la spesa complessiva è valutabile intorno ai 6-7 miliardi (contro un investimento iniziale previsto intorno al miliardo e mezzo).

E pensare che la prima ipotesi di candidatura – allora si parlava di Giochi delle Dolomiti – era nata come Olimpiadi zero cemento, che avrebbero dovuto utilizzare soltanto strutture esistenti. Giochi diffusi nelle montagne patrimonio dell’Unesco per cercare di combattere la piaga dello spopolamento. Da una parte c’è infatti l’inverno demografico, dall’altra quello che viene chiamato ‘lo sfratto del turismo’. Un fenomeno che in Trentino Alto Adige è stato affrontato con maggior successo, mentre in provincia di Belluno (Veneto) sta portando al crollo della popolazione – fino al 20 per cento – che entro il 2042 potrebbe scendere dagli attuali 195mila abitanti fino a 180mila. Il primo embrionale progetto delle Olimpiadi era nato per questo.

Voci di Gaza – Le dottoresse che girano di tenda in tenda per non lasciare indietro nessuna: “Così aiutiamo le donne rimaste senza cure”

La testimonianza di Taghreed dall Striscia: fin dall'inizio dei bombardamenti assiste le donne tra Deir al Balah e Khan Younis, occupandosi della salute sessuale e riproduttiva in un contesto di totale distruzione
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La devastazione lasciata da due anni di bombardamenti e morti ha caricato sulle donne di Gaza un peso difficile da portare. Sono 690mila quelle in età fertile, che devono fare i conti con l’assenza di servizi igienici e materiale sanitario. Sulle donne ricade quasi tutto il lavoro di cura non retribuito e l’assistenza a qualsiasi livello: a oggi sono quasi 60mila i nuclei familiari guidati da loro, mentre la disoccupazione femminile si attesta al 92%. E chi è incinta o chi ha appena partorito non può ricevere le cure di cui avrebbe bisogno perché il sistema sanitario è stato devastato e al collasso. Taghreed è una dottoressa che collabora con Juzoor e Oxfam e fin dall’inizio dei bombardamenti si occupa dell’assistenza alle donne in gravidanza e della salute sessuale e riproduttiva in un contesto di totale distruzione. In questa testimonianza video racconta il difficile tentativo di non lasciare indietro nessuna: oltre a due presidi medici nei campi di Deir al Balah e Khan Younis, le dottoresse e le ostetriche del team girano tra le tende per raggiungere chi ha bisogno di aiuto ma non può spostarsi.

Questo racconto fa parte di ‘Voci di Gaza’, una serie di testimonianze degli operatori e dei manager di Oxfam a Gaza che ilfattoquotidiano.it ha iniziato a pubblicare regolarmente a ottobre 2023, per avere un racconto in prima persona da parte dei civili che si trovano nella Striscia. Sono loro infatti che hanno pagato, e stanno ancora pagando, il prezzo più alto.

LA CAMPAGNA – Oxfam ha lanciato una campagna “©Palestina, tutti i diritti riservati” per ripotare al centro del dibattito pubblico l’importanza dell’autodeterminazione del popolo palestinese in Cisgiordania come a Gaza (QUI IL LINK PER ADERIRE)

DEMOCRAZIA DEVIATA

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“Non riesco davvero a credere che Sinner venga criticato in Italia per aver saltato Montreal”: il giornalista portoghese è sconvolto

José Morgado è uno dei commentatori di tennis più seguiti al mondo: ha rivelato tutto il suo stupore per le polemiche attorno al numero 1 al mondo
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“Non riesco davvero a credere che Sinner venga criticato in Italia per aver interrotto la serie di Masters 1000 vinti e per aver saltato Montreal“. Comincia così il post di José Morgado, giornalista portoghese e commentatore di tennis, firma di diverse testate, compreso il quotidiano sportivo Record. Morgado è una delle voci più seguite del tennis a livello internazionale: soprattutto su X, informa lettori ed appassionati su news, dettagli e curiosità legate sempre al mondo della racchetta. Uno dei suoi ultimi post però lo ha dedicato proprio alle deliranti polemiche che hanno riguardato Sinner in Italia, mostrandosi sconcertato.

Un breve riassunto: dopo la decisione del tennista numero 1 al mondo di rinunciare al Masters 1000 del Canada, in programma a Montreal da domenica 2 agosto, alcuni appassionati e anche alcuni giornalisti lo hanno pesantemente criticato per la sua decisione. Lo hanno accusato di essere un “anti-personaggio”. Il motivo? Sinner ha vinto i primi 5 Masters 1000 della stagione, quindi teoricamente avrebbe potuto provare a vincerli tutti, impresa mai riuscita a nessuno. Secondo i critici, avrebbe dovuto provarci.

Una tesi assurda per vari motivi: già vincere 5 Masters 100 consecutivi (sei, anzi, considerando anche Parigi 2025) è un record. Riuscire a vincerli tutti poi è praticamente impossibile. Paolo Bertolucci, parlando a ilfattoquotidiano.it, ha spiegato: “A parte che è molto difficile fare questo record, ma al di là di questo sarebbe una medaglia di latta che ti metti al petto, solamente di latta, che non ti porta niente e che ti può uccidere fisicamente“. E ha aggiunto: “Una vittoria dello Slam ti ricopre di gloria, questo è il tennis”.

È ovviamente anche la tesi sostenuta da José Morgado, che nel suo post sottolinea: “Sarebbe senza senso compromettere gli US Open andando in Nord America con troppo anticipo”. Insomma, la vittoria di uno Slam è troppo più importante nel tennis rispetto a qualsiasi altro record, seppur affascinante. D’altronde, anche la sfida tra Novak Djokovic, Rafa Nadal e Roger Federer si è sempre misurata sugli Slam. In un’epoca in cui, peraltro, i Masters 1000 erano meno impegnativi, perché si giocavano su una settimana e prevedevano meno giocatori in tabellone. “Nel precedente formato di una settimana, Sinner avrebbe avuto 10 giorni di riposo in più dopo Wimbledon”, scrive ancora Morgado.

Il problema quindi non è Sinner, semmai lo è il nuovo format dei Masters 1000 che per impegno sono diventati dei piccoli Slam. Mentre, per prestigio, restano ancora molto distanti. E il giornalista portoghese non è il primo all’estero a stupirsi per il trattamento che viene riservato in Italia al numero 1 del tennis. Da Rick Macci, storico coach delle sorelle Williams e di Roddick, a Rennae Stubbs, anche i principali esperti internazionali hanno giustificato la scelta del numero 1 al mondo parlando proprio dello Slam americano: “In questo momento il suo unico pensiero è capire come vincere gli US Open”.

I precedenti di Ceuta, dal “record” del 2021 (quando il Marocco chiuse un occhio) ai proiettili di gomma del 2014. E ora il governo rischia di finire sotto accusa

Le immagini che arrivano dall'enclave spagnola colpiscono l'opinione pubblica ma i dati per ora dicono che non si tratta di un'emergenza fuori controllo. Ma l'effetto sarà un nuovo scontro politico sull'immigrazione, in Spagna e in Europa
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Non è il 2021 e nemmeno il 2014, ma l’ondata di migranti che si è riversata in poche ore lungo uno dei confini più sensibili dell’Unione Europea rischia di innescare nuove accuse incrociate sia dentro la Spagna, tra le forze parlamentari sulla gestione dell’enclave di Ceuta, che tra lo Stato della penisola iberica e il Marocco, riaccendendo vecchie tensioni diplomatiche che – di tanto in tanto – finiscono per inasprirsi facendo leva proprio con la pressione migratoria.

Centinaia di persone sono riuscite a superare le recinzioni di protezione, che in quel momento non risultavano presidiate dalle forze dell’ordine. Tra chi si è avvicinato al confine c’erano anche famiglie intere, donne, minori e persone di età diverse. La polizia marocchina ha allestito cordoni in alcuni punti d’accesso, ma numerosi gruppi sono riusciti a proseguire passando per le colline attorno al perimetro, raggiungendo in alcuni tratti la spiaggia e il reticolato senza un dispositivo di sicurezza in grado di fermarli. Altre decine di persone hanno tentato l’ingresso via mare, nuotando lungo la linea di confine.

Episodi di questo tipo non sono nuovi per Ceuta. Il precedente più noto risale al maggio 2021, quando in appena due giorni circa 6.000 persone, comprese oltre 1.500 minori, entrarono nell’enclave nuotando o scavalcando la valle, dopo un evidente allentamento dei controlli sul lato marocchino. Quell’episodio, legato alle tensioni diplomatiche tra Madrid e Rabat per l’ospitalità concessa dalla Spagna al leader del Fronte Polisario Brahim Ghali, portò il governo spagnolo a schierare l’esercito lungo la costa e fu definito da Madrid una crisi seria per la Spagna e per l’intera Unione Europea.

Alla memoria collettiva della frontiera di Ceuta resta legato anche il caso Tarajal, dal nome dello spiaggia dove, nel febbraio 2014, un gruppo di migranti che tentava di raggiungere a nuoto l’enclave spagnola perse la vita: quindici persone annegarono dopo che agenti della Guardia Civil avevano fatto uso di materiale antisommossa, tra cui proiettili di gomma, per contenere il tentativo di attraversamento. Il caso è approdato più volte nei tribunali spagnoli, sollevando un acceso dibattito giuridico e politico sulla proporzionalità dell’intervento delle forze dell’ordine; nel 2019 il tribunale competente assolse gli agenti coinvolti, una decisione contestata da diverse organizzazioni per i diritti umani, che continuano a chiedere un coinvolgimento delle istituzioni.

Ogni nuovo episodio alla frontiera riaccende in Spagna il consueto scontro politico sulla gestione dell’immigrazione. Le forze di opposizione, in particolare Vox, tendono ad accusare il governo di Pedro Sánchez di debolezza nella difesa dei confini nazionali ed europei, chiedendo misure più rigide; l’esecutivo e le forze di sinistra, dal canto loro, respingono queste letture come strumentali e sottolineano la necessità di un approccio che coniughi sicurezza e tutela dei diritti dei minori e dei richiedenti asilo. Sullo sfondo resta anche la dimensione diplomatica: i rapporti tra Madrid e Rabat, storicamente altalenanti, condizionano il livello di collaborazione marocchina nel controllo della frontiera, e non sono mancate in passato accuse reciproche di usare i flussi migratori come leva negoziale tra i due Paesi.

Al momento le autorità di entrambi i Paesi stanno gestendo la situazione con i consueti strumenti di controllo di frontiera, senza che si registrino i numeri eccezionali del 2021. Resta un fenomeno da monitorare con attenzione, ma che finora non presenta i tratti di un’emergenza fuori controllo, quanto piuttosto quelli di una pressione migratoria ricorrente su uno dei confini più sensibili d’Europa.

Rai, i richiami di Mattarella smentiscono la (non) riforma del governo: “L’Ue chiede indipendenza editoriale del servizio pubblico”

Il presidente della Repubblica alla cerimonia del Ventaglio ha ricordato il ritardo "incomprensibile" dell'Italia nel recepire le nuove norme Ue. E chiesto di "porre fine alla paralisi del sistema". Floridia (M5s): "La maggioranza si fermi"
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Sulla riforma della Rai il governo non è solo in ritardo di almeno un anno, ma l’ultima proposta partorita non rispetta le nuove regole Ue sulla libertà dei media. In particolare, quelle che riguardano la trasparenza della governance e l’indipendenza dall’influenza della politica. Quello annunciato da Meloni e i suoi è un (non) intervento che di fatto ripropone semplicemente lo status quo, sul cui paradosso è arrivato a esprimersi anche Sergio Mattarella. Intervendo oggi alla cerimonia del Ventaglio, il presidente della Repubblica ha infatti ricordato lEuropean Media Freedom Act, il regolamento entrato in vigore l’8 agosto scorso e a cui anche l’Italia dovrebbe adeguarsi per evitare una procedura d’infrazione: regole, ha detto il capo dello Stato, “immediatamente applicabili, che riguardano – fra l’altro – le questioni della indipendenza editoriale, i contenuti delle grandi piattaforme digitali, il funzionamento indipendente dei media del servizio pubblico”. E “il ritardo, anche in Italia, per il pieno recepimento di indicazioni cui hanno contribuito gli stessi governi dell’Unione e i deputati al Parlamento Europeo, espressi dai diversi Paesi membri, appare difficilmente comprensibile“.

Cosa chiede l’Ue e perché Meloni va nel senso opposto

A dire il vero, un’accelerata al dossier è arrivata solo due giorni fa. Peccato che vada nella direzione opposta rispetto a quanto richiede Bruxelles. L’art.5 del regolamento prevede, infatti, che gli Stati organizzino il servizio pubblico radiotelevisivo in modo che sia “indipendente dal potere politico”, sia nelle nomine dei vertici sia nell’attività editoriale e nel finanziamento. L’attuale governance non rispetta nessuno di questi criteri per colpa della legge voluta da Renzi, ma il governo Meloni non intende intervenire per cambiare l’assetto. Stando agli emendamenti presentati in commissione Lavori Pubblici al Senato dai relatori Fi, come raccontato da il Fatto quotidiano, due consiglieri saranno indicati dal ministero dell’Economia (come nella legge attuale e come non era previsto dal testo base) e quattro dal Parlamento. L’unica novità, sbandierata dai forzisti, è che i due esponenti scelti dal ministero non sarebbero per forza amministratore delegato e presidente perché poi a esprimersi sarebbe tutto il cda. Ma è evidente che in questo sistema non ci sarebbero né indipendenza dalle pressioni del governo né trasparenza. Senza contare che l’obiettivo dell’esecutivo è quello di procedere ora veloci per poter far decadere il cda attuale e arrivare a elezioni con altre nomine a loro favorevoli. Insomma, niente di quello che predica il regolamento Ue. “In tutto e per tutto un trucco“, lo ha definito Barbara Floridia, senatrice del M5s e presidente dimissionaria della Vigilanza Rai.

Lo stop senza precedenti della Vigilanza Rai

E proprio sul caso dell’organismo di controllo, paralizzato per due anni a causa del boicottaggio della maggioranza e ora azzerata dopo le dimissioni in massa delle opposizioni, è tornato a esprimersi anche li capo dello Stato. “Auspicabile”, ha detto sempre durante la cerimonia, “che si ponga finalmente riparo alla paralisi del sistema radio tv pubblico, determinato dal blocco nel funzionamento della Commissione parlamentare. Ho segnalato più volte come libertà, informazione, democrazia, siano co-essenziali”. Uno stallo senza precedenti nella storia parlamentare che ha spinto gli osservatori internazionali a fare denunce e richiami senza però che la politica se ne sia mai davvero preoccupata. La Vigilanza è il principale organismo di controllo parlamentare sul servizio pubblico e, se non può riunirsi, non assolve alla sua funzione. “Abbiamo scelto di dimetterci”, ha spiegato oggi Floridia, “proprio per denunciare uno stallo che ha sin qui impedito qualsiasi passo avanti. Di fatto è ancora tutto fermo: la riforma è ancora ferma in commissione ma soprattutto il testo che sta emergendo viola apertamente i principi fondamentali del Media Freedom Act europeo. La maggioranza si fermi, non lasciamo cadere nel vuoto l’ennesimo richiamo del presidente della Repubblica”. Di parere opposto Fratelli d’Italia che scarica tutta la responsabilità sulle opposizioni per quello che definiscono “un Aventino senza senso”. Mentre la politica litiga, il consorzio europeo di ricercatori Media Freedom Rapid Responsenel suo ultimo report diffuso a luglio – ha messo la Rai tra le principali preoccupazioni in un contesto italiano di “continua erosione della libertà dei media”. Nessuno sembra voler invertire la rotta.