Trapani Shark, una vergogna senza fine: anche contro Trento la partita dura 4 minuti, umiliati ancora dei ragazzini

Dopo la farsa in mondovisione contro l'Hapoel in Champions League, la società siciliana si è presentata con 7 cestisti a disposizione, di cui solo 3 professionisti
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Chiamatela farsa, vergogna, imbarazzo, pagliacciata. Come volete. Sono tutti termini adatti per definire quanto sta continuando a portare avanti il Trapani Shark di Valerio Antonini nel corso delle ultime settimane. Dopo aver giocato solo 7 minuti in Champions League contro l’Hapoel Holon – in una figuraccia in mondovisione ripresa da tantissimi quotidiani sportivi internazionali – la società trapanese ne ha giocati soltanto quattro in campionato contro Trento al Pala Shark. Solo sette giocatori a disposizione, di cui solo tre professionistiRossato, Pugliatti e Sanogo – e quattro ragazzi delle giovanili: due già purtroppo protagonisti della farsa in Bulgaria (Patti e Martinelli) e altri due esordienti, Giacalone e Alberti.

Tre 18enni e un 16enne – tutti con lo scotch sulle maglie a coprire il nome del precedente compagno che l’ha indossata – che forse in un triste sabato sera per il basket italiano avrebbero preferito fare altro anziché farsi umiliare da una società che ora ha sulle spalle una penalizzazione di 10 punti in classifica, arrivati da quattro diversi provvedimenti da parte della giustizia sportiva (ieri l’ultimo). Riguardo i pochi giocatori che risultano ancora sotto contratto, erano assenti Cappelletti (squalificato), Notae (infortunato), Arcidiacono e Petrucelli. Il copione è sempre lo stesso: prima si rimane in quattro, poi in tre, poi in due. Poi la sospensione.

Trapani non era già scesa in campo una settimana fa, sul campo della Virtus Bologna, prendendo anche una multa di 50mila euro. Alla prossima rinuncia sarà esclusione dal campionato. Intanto in ogni partita, per ogni giocatore in meno rispetto ai dodici contratti professionistici obbligatori, Trapani viene sanzionata con 50mila euro di multa: contro Trento saranno dunque 250mila euro totali. E la farsa continua.

Iran, Trump: “Pronti ad aiutare i manifestanti”. Il Wsj: discusso un piano d’attacco, ma non è imminente

Fonti del "Wall Street Journal" rivelano discussioni preliminari su un eventuale raid, qualora fosse necessario dare seguito alle minacce del tycoon: sarebbero già stati individuati i possibili obiettivi
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“Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare i manifestanti iraniani. Lottano per la libertà”. Ad annunciarlo è stato il presidente degli Usa Donald Trump su Truth. Intanto – nonostante il blackout di internet e un bilancio di diversi morti e migliaia di arresti – il popolo iraniano non si ferma. E torna in piazza per portare avanti una protesta giunta ormai al suo quattordicesimo giorno, che per numeri e portata non ha precedenti negli ultimi tre anni.

Intanto fonti informate al Wall Street Journal riferiscono che funzionari dell’amministrazione di Donald Trump hanno avuto discussioni “preliminari” su un eventuale attacco contro l’Iran, qualora fosse necessario dare seguito alle minacce del presidente e sarebbero già stati individuati i possibili obiettivi.

Una delle opzioni in discussione è un attacco aereo su larga scala contro diversi obiettivi militari iraniani. Secondo le fonti non c’è ancora un consenso sulla linea d’azione da intraprendere e non sono stati ancora mobilitati né equipaggiamenti militaripersonale in preparazione di un eventuale attacco. Le fonti hanno precisato che queste conversazioni rientrano nella normale pianificazione e non ci sono segnali di un raid imminente contro l’Iran.

Nel frattempo qualche analista inizia a parlare di “rivoluzione”, quasi a voler sottolineare che “stavolta è diverso” rispetto alle scorse mobilitazioni. Tanto che il regime ha deciso di alzare la posta minacciando la forca per tutti i rivoltosi in quanto “nemici di Dio”, mentre la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei ha posto i pasdaran in uno stato di allerta persino più elevato di quello adottato per la guerra dei 12 giorni con Israele, a giugno 2025. Misure che se da una parte fanno crescere il timore di una ancora più brutale repressione del dissenso, dall’altra infiammano le tensioni con l’Occidente e in particolare con Washington, da dove il presidente Donald Trump aveva ribadito l’invito a “non iniziare a sparare” sui manifestanti. “Altrimenti, inizieremo a sparare anche noi”.

Intanto anche l’Ue ha chiesto di fermare la repressione e la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, ha proposto di sanzionare il Corpo delle guardie della rivoluzione. Ma intanto, dalla Repubblica islamica trapelano le notizie sulle proteste e la repressione in tutto il Paese, da Tabriz a Teheran fino a Shiraz. Il blackout di internet ormai va avanti da 48 ore. A raggiungere i cittadini sono solo gli sms della polizia che li invitano a non unirsi alle proteste.

Una censura e una propaganda che va di pari passo alle violenze che accompagnano le manifestazioni e la conseguente repressione delle autorità: secondo l’ong Human Rights Activists News Agency, l’ultima notte di proteste avrebbe portato ad almeno 65 il numero delle vittime – tra cui 49 civili -, l’agenzia Hrana fino a poche ore fa ne segnalava 72, ma alla rivista Time un medico di Teheran, in condizione di anonimato, ha dichiarato che in sei ospedali della capitale sono state registrate 217 vittime tra i manifestanti, “la maggior parte a causa di proiettili veri”.

Secondo questa versione, la maggior parte delle vittime erano giovani, alcuni dei quali uccisi fuori da una stazione di polizia nel nord di Teheran, dove le forze di sicurezza hanno sparato con le mitragliatrici. Un medico e un assistente sociale di due ospedali in Iran si sono messi in contatto con la Bbc denunciando che le loro strutture sono ormai “sopraffatte” dai feriti. Le testimonianze parlano di caos nella capitale, con atti di violenza sia da parte dei manifestanti sia della polizia. Ad infiammare ulteriormente la crisi anche le notizie, non confermate, dell’arrivo di miliziani iracheni in Iran con lo scopo di sommarsi alle forze dell’ordine. Indiscrezioni che – stando a quanto riferito – hanno portato a un aumento delle aggressioni nei confronti della popolazione irachena.

La tensione è alle stelle e sembra non voler accennare a diminuire: si attendono infatti ulteriori mobilitazioni, spinte anche dagli appelli di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia, a sfruttare il momento per rovesciare il regime degli ayatollah. “Sono certo che, rendendo la nostra presenza in piazza più concentrata e interrompendo i canali finanziari, rovesceremo la Repubblica Islamica”, ha affermato, prima di “invitare i lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell’economia ad avviare uno sciopero nazionale“. E a “scendere in piazza” oggi e domani “con bandiere, immagini e simboli nazionali e occupare gli spazi pubblici”.

In risposta, le autorità iraniane continuano ad accusare i manifestanti di portare avanti “una guerra orchestrata dall’estero“, puntando il dito su Stati Uniti e Israele. E mentre l’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim ha annunciato per lunedì pomeriggio una grande contromanifestazione a Teheran per “condannare le azioni dei rivoltosi”, il procuratore generale del Paese, Mohammad Movahedi Azad, ha ribadito la minaccia secondo cui tutti i rivoltosi rischiano la forca in quanto accusati di essere “mohareb”, vale a dire “nemici di Dio“.

Di fronte a questo quadro, fonti di intelligence e diplomatiche dei Paesi dell’area sono d’accordo nell’indicare che i prossimi giorni saranno cruciali. Se infatti la risposta delle autorità è stata finora giudicata dura ma più “disciplinata” rispetto al passato, il protrarsi delle manifestazioni e il vandalismo rischiano di spingere il regime a cambiare passo. Dando il via a una vera e propria stagione di repressione della popolazione nel sangue.

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Ucraina, idea Draghi come inviato Ue. Ma da Bruxelles frenano. “La Francia pronta a inviare 6mila soldati”

La suggestione arriva dopo l’apertura di Giorgia Meloni alla necessità che l’Europa, unita, dialoghi anche con Putin per arrivare alla tanto attesa pace giusta
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L’apertura di Giorgia Meloni alla necessità che l’Europa, unita, dialoghi anche con Vladimir Putin per arrivare alla tanto attesa pace, scatena una suggestione: la figura di Mario Draghi potrebbe essere quella giusta come inviato speciale Ue in Ucraina, dove gli ultimi attacchi russi hanno provocato 4 morti e diversi feriti in più regioni. Ad alimentarla sono le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari: “Sì, se fosse per noi, sì”, ha dichiarato a Il Foglio. Una valutazione positiva su Draghi che però non può rappresentare una candidatura da parte del governo, spiegano fonti della maggioranza, perché su questo argomento il boccino viene mosso in primo luogo da Bruxelles.

E a proposito di ciò, da Bruxelles fanno sapere che la nomina di un inviato speciale dell’Ue per l’Ucraina non è al momento all’ordine del giorno: la regia politica sulle garanzie di sicurezza resta saldamente nelle mani della coalizione dei Volenterosi, con il formato E3 (Regno Unito, Francia e Germania) a guidare il lavoro sulle iniziative per il dopoguerra. A riferirlo sono più fonti istituzionali europee a Bruxelles.

L’ipotesi di un emissario incaricato di aprire un dialogo con Mosca, precisano, è su un piano distinto. Dopo le sollecitazioni a un contatto con Putin fatte daMeloni ed Emmanuel Macron, l’idea circola nei palazzi europei come “nuova” e sul tema non c’è ancora nessuna discussione concreta. Sul nome di Draghi non ci sono preclusioni – come evidenziato dalle fonti da Bruxelles – ma l’ipotesi è ancora prematura. La figura del nuovo inviato nascerebbe comunque più all’interno del Consiglio europeo, senza sovrapporsi al lavoro della Commissione e dei Volenterosi.

Intanto due giorni dopo il vertice della coalizione dei Volenterosi, Emmanuel Macron ha incontrato in una riunione a porte chiuse tutte le forze politiche rappresentate in parlamento per presentare loro il piano di dispiegamento di diverse migliaia di soldati francesi in Ucraina, dopo che si sarà concluso un accordo di pace. Secondo la leader del gruppo parlamentare France Insoumise Mathilde Pano, la Francia potrebbe inviare “6mila soldati” in Ucraina. Lo riporta Le Monde. Alla riunione hanno partecipato anche il premier, il ministro delle Forze Armate, il capo di Stato Maggiore, i presidenti dell’Assemblea Nazionale e del Senato.

DEMOCRAZIA DEVIATA

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Caracas rilascia l’italo-venezuelano Antonio Gerardo Buzzetta: era nello stesso carcere di Trentini

Era stato arrestato il 30 settembre 2024 a Maracaibo, senza mandato di cattura né colto in flagranza di reato, mentre era con il deputato José Sánchez Montiel
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È stato rilasciato l’italo-venezuelano Antonio Gerardo Buzzetta Pacheco, italo-venezuelano, poco più di trent’anni. Era detenuto nel maxi-carcere de El Rodeo I – lo stesso di Alberto Trentini – da un anno e due mesi. Buzzetta Pacheco è stato arrestato il 30 settembre 2024 a Maracaibo, nello stato di Zulia, insieme all’ex-deputato per l’assemblea nazionale José Sánchez Montiel, detto “Mazuco”. Entrambi fermati da un commando di polizia nella zona “Milagro Norte”, senza mandato di cattura né colti in flagranza di reato. In seguito al suo rilascio Buzzetta è rientrato nella sua città di residenza.

La liberazione del giovane italo-venezuelano, rimasto fuori dai radar dei media, rientra nell’ambito delle scarcerazioni annunciate giovedì dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez con la finalità di aprire “una nuova stagione politica” affinché ciascuno possa “fare la propria parte” nella pacificazione del Paese. Caracas ha anche rivendicato il carattere “unilaterale” della decisione, nonostante le recenti pressioni di Washington sui rilasci dei detenuti politici e ostaggi nel Paese. In realtà il rilascio dei prigionieri da parte di Caracas avrebbe scongiurato “un secondo attacco” da parte degli Stati Uniti, come annunciato venerdì da Donald Trump.

Washington ha anche inviato una delegazione americana per garantire l’esito dei rilasci, già concordati in anticipo con la presidente ad interim Delcy Rodríguez. Nel mirino il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, che insieme al controspionaggio militare e all’intelligence ha provato a rallentare le scarcerazioni. “Gli è stato detto di sostenere il governo oppure di farsi da parte. Ora si sente costantemente inseguito da droni o agenti della Cia presenti nel Paese”, spiega a Ilfattoquotidiano.it una fonte a lui vicina.

Riprendono – anche se centellinate – le scarcerazioni nella struttura penitenziaria con sede nel municipio Zamora, rinnovando le speranze per la scarcerazione del cooperante 46enne Alberto Trentini e i concittadini Mario Burlò e Daniel Echenagucia, detenuti da più di un anno e mezzo. Con il rilascio di Buzzetta si contano almeno tre italiani scarcerati da giovedì dopo il giornalista e attivista politico Biagio Pilieri e l’imprenditore Luigi Gasperin.

“I rilasci proseguiranno nei prossimi giorni. È importante che tutti vengano rilasciati, ma ci sono aspetti procedurali che non vanno trascurati: documenti, trasporto e visite mediche”, spiega a Ilfatto.it l’ong Encuentro Justicia y Perdón. Nel frattempo almeno cinque spagnoli rilasciati da Caracas, tra cui Rocío San Miguel, hanno raggiunto Madrid in attesa di visite mediche. Alla maggior parte dei detenuti viene imposto il silenzio stampa, previsto anche nei negoziati. Resta in piedi la vigilia dei familiari dei detenuti de El Rodeo I, molti dei quali sono stati visitati venerdì sera. “Molti di loro non erano al corrente della caduta di Maduro. Lo hanno saputo da noi stessi. Qui le informazioni non arrivano”, riferisce la madre di un ex militare in cella.

Cadono le accuse nel processo “Cara accoglienza”: assolti il sindaco e funzionari della prefettura

Dopo gli avvisi di garanzia notificati nel 2020, si è concluso il dibattimento davanti al Tribunale di Palmi. Sono stati assolti anche gli altri imputati coinvolti nell'inchiesta
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Truffa ai danni dello Stato, peculato, abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e falso ideologico commesso da pubblico ufficiale. È caduto tutto alla fine del dibattimento nel processo “Cara accoglienza” che, nel 2020, aveva portato la Procura di Palmi a emettere sei avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta “Cara accoglienza” sulla gestione del centro migranti attivo nell’agriturismo “Villa Cristina” di Varapodio, in provincia di Reggio Calabria, dal settembre 2016 all’aprile 2018. Tra questi c’era pure il sindaco Orlando Fazzolari, allora di Fratelli d’Italia e oggi transitato nel partito Noi moderati che lo ha candidato alle ultime regionali quando, proprio per l’inchiesta “Cara accoglienza”, la Commissione antimafia lo aveva inserito nell’elenco degli “impresentabili”.

Sono stati assolti dalle accuse contestate anche gli altri cinque imputati: due commercianti di abbigliamento, Carlo Cirillo ed Ernesto Cruciani, due ispettori della Prefettura di Reggio Calabria, Pasquale Modafferi e Salvatore Del Giglio, e la titolare della cooperativa sociale “Itaca” Maria Giovanna Ursida. Pure per quest’ultima, secondo i giudici di Palmi, le accuse di truffa, corruzione e falso “non sussistono” mentre il reato di peculato, commesso tra il 2016 e il 2017, dopo essere stato derubricato in appropriazione indebita è stato dichiarato “estinto per intervenuta prescrizione”.

Assoluzione piena, invece, per i due commercianti, accusati di “frode nelle pubbliche forniture”, e per i due funzionari della prefettura di Reggio Calabria che rispondevano solo di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale. Entrambi, infatti, erano stati rinviati a giudizio per avere redatto “falsamente un verbale ispettivo” del 2017 e aver omesso di indicare “la mancata manifestazione di interesse da parte del Comune di Varapodio per altre cooperative oltre la ‘Itaca’ affidataria della convenzione per la gestione dei servizi relativi al terzo settore del medesimo Comune”.

In attesa di leggere le motivazioni, nel dispositivo del Tribunale di Palmi c’è scritto che il “fatto non sussiste” per quanto riguarda le accuse di abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture e corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio contestate al sindaco Orlando Fazzolari, finito al centro dell’inchiesta in quanto il responsabile e referente della convenzione stipulata dal Comune di Varapodio con la Prefettura di Reggio Calabria.

Stando alle indagini condotte dai carabinieri, il centro di accoglienza sarebbe stato caratterizzato da una gestione poco trasparente e corretta, soprattutto in riferimento all’affidamento di servizi e forniture alle imprese, ma anche in relazione all’assunzione dei singoli collaboratori che dovevano occuparsi dei migranti. Il sindaco Fazzolari si è sempre dichiarato innocente quando la Procura lo ha accusato di avere assegnato i servizi a imprese amiche con cui si trovava in conflitto di interessi. Assegnazioni che, per l’accusa, erano avvenute senza alcuna autorizzazione del Consiglio comunale e senza alcun bando pubblico ma solo attraverso affidamenti diretti.

La gestione dei migranti, infatti, secondo gli inquirenti finiva regolarmente in mano a soggetti privati per i quali il sindaco Fazzolari era stato consulente fiscale o intermediario commercialista. Il tutto, stando alla ricostruzione dei carabinieri, dopo aver firmato autodichiarazioni con le quali “attestava falsamente – c’era scritto nel capo di imputazione – di non trovarsi in alcuna situazione di conflitto di interesse, tra cui anche legami professionali o di amicizia e frequentazione, con i titolari delle imprese affidatarie”. Da qui il reato di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale per il quale, a cinque anni e mezzo dalla chiusura delle indagini, Fazzolari è stato assolto. Ma “per particolare tenuità del fatto”.

Gelo e neve sull’Italia: allerta in diverse regioni, temperature record da nord a sud

Per oggi, sabato 10 gennaio, la Protezione Civile aveva diramato una allerta gialla in cinque regioni – Lazio, Campania, Abruzzo, Umbria e Calabria – a rischio temporali e idrogeologico
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In Italia è stato e sarà un weekend di freddo e neve: l’aria gelida in discesa dall’Europa e fenomeni meteorologici estremi stanno caratterizzando diverse aree del paese con neve a bassa quota e vento fortissimo. Per oggi, sabato 10 gennaio, la Protezione Civile aveva diramato una allerta gialla in cinque regioni – Lazio, Campania, Abruzzo, Umbria e Calabria – a rischio temporali e idrogeologico.

Negli scorsi giorni si erano toccate temperature record: -23,1 °C giovedì sull’Altopiano di Asiago, in provincia di Vicenza, e -9,3 a Montepiano nel Pratese. Basse temperature che hanno colpito anche il centro-sud, compresa la Sicilia dove si sono imbiancate le cime più alte delle Madonie nel Messinese. Le previsioni delle prossime ore indicano temperature fino a 9 gradi sotto lo zero a Courmayeur, -20 a Livigno, -14 a Bolzano, -18 nelle valli dell’AltoAdige, -12 a Trento, -15 a Cortina.

E anche in Pianura Padana, in Toscana, in Umbria le temperature saranno decisamente basse. Sottozero anche tutta la fascia appenninica fino in Calabria. Già però da domenica dovrebbe andar meglio: “Dalla giornata di domani – ha dichiarato all’Adnkronos Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it. – il vortice di maltempo si sposterà e si allontanerà dall’Italia: per questo le condizioni del tempo sono previste in deciso miglioramento da domani, con le ultime piogge solamente sulla fascia adriatica e su parte del sud, oltre alle nevicate fino a quote collinari ma solamente sui settori adriatici, quindi Marche, Abruzzo, Molise, nord della Puglia, fino ai 6-700 metri”.

Le condizioni quindi sono in miglioramento, ma farà ancora molto freddo di notte e al primo mattino. Anche a Roma, dove comunque non nevicherà, sia domani che lunedì le temperature minime scenderanno fin verso gli zero gradi. Per quanto riguarda il nord ci sarà invece un tempo decisamente più stabile e soleggiato, ma con temperature comunque molto basse.

Intanto per la giornata di domenica la protezione civile ha diramato l’allerta gialla nel nord della Sicilia, che interessa le province di Trapani, Palermo e Messina. Rischio ghiaccio anche nel fiorentino, dove la Protezione Civile della Città Metropolitana di Firenze ha diramato l’allerta gialla rischio ghiaccio per i soli comuni del Valdarno Superiore, Mugello-Val di Sieve e Romagna-Toscana. Previste temperature sotto zero anche in pianura sulle zone interne, con possibile locale formazione di ghiaccio sui tratti più umidi e quelli maggiormente interessati dalle recenti precipitazioni e nevicate.

Migrante nepalese in fin di vita a Trieste. La denuncia: “Stop alle sospensioni di fatto dei diritti”

L'uomo, che ha avuto un attacco di cuore, aveva dolori da giorni, ma non riusciva ad accedere alla Questura per presentare la domanda di asilo. Per il Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus l'accaduto "non può essere derubricato a un fatto imprevedibile"
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“La sospensione dei diritti” dei richiedenti asilo a Trieste “mette a rischio la vita”. Lo denuncia in una nota il Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus, spiegando che “oggi (sabato 10 gennaio, ndr) un cittadino nepalese 43enne, richiedente asilo, è stato soccorso per arresto cardiaco all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste”, area in cui i migranti trovano rifugi di fortuna.

L’uomo accusava da giorni forti dolori al petto, ricostruisce il Consorzio e “aveva ricevuto una prima visita medica in centro diurno e stava tentando, senza successo, di avviare la procedura di asilo. Ieri aveva tentato di presentarsi in Questura, senza riuscire ad accedere agli uffici. Con condizioni di salute ulteriormente peggiorate, è rientrato nell’area del Porto Vecchio, dove oggi la situazione è precipitata. Di fronte a dolori sempre più intensi, alcuni connazionali hanno chiamato i soccorsi“.

L’uomo è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale di Cattinara in prognosi riservata, le sue condizioni sono disperate. Quanto accaduto, secondo il Consorzio, “non può essere derubricato a un fatto imprevedibile. Chiediamo – conclude quindi la nota – che cessino immediatamente le prassi che negano nei fatti diritti garantiti dalla legge. Ogni ulteriore rinvio rende episodi come questo non accidentali, ma riconducibili a precise responsabilità istituzionali”.

“Mi sono sposato con Veronica solo per vincere Amici ed ereditare i soldi? Parlate ma non sapete un ca**o”: lo sfogo di Andres Muller contro gli haters

Il ballerino risponde agli haters: "Avete una vita talmente vuota che dovete per forza screditare gli altri"
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Andreas Muller, ballerino e coreografo, vincitore di Amici 16, ha affidato ai social un video-sfogo per rispondere ai numerosi haters che ogni giorno affollano con commenti non proprio carini i suoi profili. “Sono dichiaratamente omosessuale ma mi sono sposato con Veronica Peparini per vincere Amici, aprire il mio negozio, comprarci l’attico ed ereditare tutti i suoi soldi – esordisce Muller, ripetendo alcuni dei commenti odiosi ricevuti – Parlate ma non sapete un ca**o“.

Il ballerino quindi dice che “è arrivato il momento di dare spiegazioni”: “Ho vinto Amici grazie a Veronica? Penso non abbia questo potere, la mia vittoria è accaduta sotto gli occhi di tutti, se oggi mi si vuole accreditare il titolo di raccomandato, me lo accollo”.

“Io di Veronica mi sono innamorato perché mi piace, ci amiamo – dice ancora – Poi io capisco che siete abituati a coppie che nascono e scoppiano, ma se io mi sono innamorato della “vecchia” è una colpa? Con lei ho avuto le mie due figlie, Ginevra e Penelope che a detta vostra sono oscene”. Muller quindi difende le due piccole: “Io capisco criticare il personaggio, il talento, ma arrivare a parlar male di due bambine…siete rovinati“.

Quindi risponde a un’altra delle accuse: “Mi sono fatto aprire il negozio? Non è andata così, l’ho aperto con i miei soldi, di questo sono fiero e di certo non devo rendere conto a nessuno. Ho iniziato a lavorare a 15 anni e mi sono fatto il culo da solo. Il mio lavoro da ballerino mi ha portato a guadagnare soldi”.

“Avete una vita talmente vuota che dovete per forza screditare gli altri”, conclude Andreas rispondendo direttamente agli haters, augurando invece tutto il bene “a chi c’è sempre stato”.

Bpm sarà sempre più francese: a breve il Credit Agricole potrà salire oltre il 20% della banca milanese

Sei mesi dopo le scampate nozze con Unicredit maledette dal governo, arrivano le determinazioni della Bce sulla presa francese del banco
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Sei mesi dopo le scampate nozze con Unicredit maledette dal governo, si vanno delineando i confini della presa francese sul Banco Bpm. È atteso a breve il via libera della Banca Centrale Europea al Credit Agricole a salire oltre il 20% nel capitale della banca milanese.

L’istituto francese che ha una forte presenza in Italia con sovrapposizioni anche territoriali e di business con Bpm, dovrà rispettare alcune indicazioni in termini di governance. Tra le raccomandazioni poste da Francoforte ai francesi per limitare quella che è di fatto un’acquisizione, fa sapere l’Ansa, ci sarà un limite di massimo 7 consiglieri da nominare nel consiglio di amministrazione dell’istituto.

In Italia la soglia limite per il lancio obbligatorio di un’offerta pubblica di acquisto è attualmente al 25%, ma la riforma del Testo unico della finanza al vaglio del Parlamento riporterà al 30 per cento.

Schlein supporta il No al referendum giustizia: “Riforma serve a chi è al potere e vuole sfuggire a ogni controllo”

La segretaria dem ha partecipato all'iniziativa organizzata dal comitato per il no al referendum
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Anche Elly Schlein ha preso parte all’iniziativa del comitato per il No al referendum della giustizia. “Questa non è una riforma della giustizia perché non migliora l’efficienza del sistema giustizia, non renderà più veloce i processi, non assumerà l’organico che manca, non inciderà sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri dove è record di suicidi. Non è una riforma che tocca alcuno dei nodi che possono rendere più efficiente la giustizia del Paese”, ha spiegato la segretaria dem nel suo intervento, sottolineando che non è neanche una riforma che “incide sulla separazione delle carriere” visto che molti passaggi “sono stati già limitati dalla riforma Cartabia” e riguardano numeri molto bassi. “Per il destino di 20 o 40 persone si cambia la Costituzione?”, si chiede Schlein.

“E allora, se non serve al funzionamento della giustizia né alla separazione delle carriere, a cosa serve questa riforma e a chi serve? Serve a chi sta già potere e vuole sfuggire a ogni controllo. Serve a chi crede che chi governa non debba essere sottoposto a controlli. Serve a dire che la legge non è uguale per tutti”, ha detto ancora la dem. “È stata chiara la stessa presidente Meloni quando la Corte dei Conti ha fermato il Ponte sullo Stretto, ha detto che la riforma della giustizia e della Corte dei Conti sono la riposta più adeguata a una intollerabile invadenza che non fermerà l’azione di governo. Così chi governa vuole avere la giustizia al suo servizio”.

“Ecco la politica vuole limitare l’indipendenza della magistratura”. Questa riforma “non serve agli italiani ma solo a chi governa per avere mani libere e stare sopra a leggi e Costituzione. La democrazia non è un assegno in bianco nelle mani di chi prende un voto in più alle elezioni”. E “quando Nordio dice che dovrei capire che questa riforma serve anche a noi se andremo al governo, gli rispondo che a noi non interessa controllare la magistratura ma essere controllati come avviene in ogni democrazia”.