Canya, la labrador che ha trasformato il Girona in un caso unico nel calcio europeo: dal bordocampo alla pet therapy, passando per i social

La storia di Canya, la labrador del Girona che accompagna la squadra in ogni momento della vita del club: dal campo alle attività con tifosi e comunità, dentro quello che è considerato il primo club pet-friendly del calcio europeo
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In Spagna, nel cuore dello Stadio “Montilivi”, casa del Girona, c’è una presenza che ha cambiato il modo di vivere il calcio, dentro e fuori dal campo. Si chiama Canya, ed è una labrador retriever che da quattro anni è ormai una punto di riferimento per giocatori, staff e tifosi. Non una mascotte qualunque, ma un vero cane da supporto emotivo inserito stabilmente nella vita del club catalano. Il Girona è stato tra le prime squadre al mondo a sperimentare in modo strutturato un approccio pet-friendly all’interno del calcio professionistico. Con questo termine si intende un modello di lavoro e di gestione che integra la presenza degli animali nel contesto sportivo, non come semplice elemento simbolico, ma come parte attiva del benessere di atleti, staff e ambiente. Un’idea che i Blanquivermells hanno reso concreta anche attraverso il proprio profilo social ufficiale, dove vengono raccontate e documentate tutte le iniziative legate a questo progetto, tra allenamenti, partite e momenti di vita quotidiana.

In questo contesto si inserisce Canya. Addestrata per stare tra le persone e abituata a muoversi in mezzo a grandi folle e situazioni di forte tensione emotiva, la labrador ha sviluppato una straordinaria capacità di adattamento. Non a caso, sul sito ufficiale del club viene descritta come una “cagnolina tranquilla e socievole, particolarmente a suo agio con i più piccoli”. Ma è soprattutto il suo ruolo a bordocampo a renderla ormai indispensabile: accoglie i giocatori prima della partita, li accompagna verso gli spogliatoi e poi resta a bordo campo durante il match. Indossa sempre la pettorina del club e segue il gioco con una curiosità continua, come se fosse davvero dentro la partita e non semplice spettatrice.

E non è solo il profilo ufficiale del Girona a raccontare la vita della mascotte a quattro zampe: anche Canya ha un suo account Instagram verificato, dove vengono condivisi momenti della sua vita allo stadio e dietro le quinte. Canya vive davvero la partita, si muove con i tifosi, a volte li raggiunge anche sugli spalti, e finisce per diventare una presenza costante in ogni angolo dello stadio. E quando il Girona gioca in trasferta, la sua routine non cambia: segue comunque la squadra da casa, davanti alla televisione, indossando sempre la sua pettorina del club. Attorno a lei si è costruito un legame immediato con il pubblico. I bambini la cercano per accarezzarla, i tifosi la riprendono, i giocatori stessi si fermano spesso per un gesto rapido o una coccola prima di entrare in campo. Anche gli avversari, non di rado, finiscono per fermarsi e interagire con lei, lasciandosi andare a un momento di leggerezza prima della partita. Emblematiche, in questo senso, alcune immagini dei calciatori del Barcellona che giocano con la cagnolina prima del match del 16 febbraio 2026, poi vinto dal Girona 2-1, che hanno rapidamente fatto il giro dei social.

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L’impatto social di Canya

Nel tempo, l’ immagine di Canya è diventata anche un piccolo fenomeno mediatico e un caso interessante di comunicazione sportiva. Il suo profilo Instagram ufficiale conta oggi circa 86.000 follower e continua a crescere grazie a contenuti che raccontano il dietro le quinte del club, tra allenamenti, partite e momenti di vita quotidiana allo stadio e fuori. Un racconto costante che ha trasformato Canya in un contenuto riconoscibile e altamente condivisibile, capace di generare attenzione ben oltre i confini del Girona.

Ma più dei numeri, colpisce l’impatto che ha avuto sul piano del marketing e dell’identità del club. Canya è diventata un elemento distintivo della narrazione della società, un volto anche dal punto di vista commerciale e comunicativo. La sua figura rappresenta un valore aggiunto: attira interesse, aumenta l’engagement sui canali social e rende il club più riconoscibile.

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Oltre lo stadio: il ruolo sociale di Canya

Canya però non vive solo lo stadio. Il suo ruolo si estende anche fuori dal calcio giocato: visite in ospedali, case di riposo, incontri con bambini e anziani. Una presenza che si traduce in compagnia, contatto, distrazione dal disagio o dalla solitudine. È qui che la dimensione sportiva si intreccia con quella sociale, in un progetto che il Girona ha progressivamente consolidato come parte della propria identità. Canya si inserisce anche nel discorso più ampio della pet therapy: la riduzione dello stress, il miglioramento della gestione emotiva, la capacità di creare un ambiente più disteso in contesti ad alta pressione.

Il caso di Canya è l’emblema di come la relazione con un animale possa avere un impatto reale anche in un contesto professionistico. Non si tratta di romanticizzare il calcio, ma di osservare un dato semplice: la sua presenza contribuisce a rendere l’ambiente più umano, più accessibile e meno rigido. E in uno sport scandito da pressione, attesa e risultati, è proprio questo che serve per stemperare: una carezza, due occhi che si incontrano senza dire nulla. E il ruolo di Canya è lì, visibile a tutti, dentro quel flusso continuo di voci e movimento, una presenza che non chiede spazio ma lo riempie.

“Presenteremo richiesta di revisione”, la difesa di Alberto Stasi attende il 415bis della procura di Pavia sul delitto di Garlasco

L'allora fidanzato della vittima, unico condannato in via definitiva, sta terminando di scontare una pena a 16 anni in regime di semilibertà. In passato sono state respinte tutte le sue istanze
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“Appena ci sarà la discovery, leggeremo tutti gli atti e presenteremo richiesta di revisione”. È da questa dichiarazione che si riapre, ancora una volta, il fronte giudiziario sul delitto di Chiara Poggi. L’avvocata Giada Bocellari, storica legale di Alberto Stasi, annuncia la strategia alla luce del capo d’imputazione formulato dalla Procura di Pavia, che oggi individua in Andrea Sempio l’unico responsabile dell’omicidio. L’indagato, all’epoca dell’omicidio 18enne amico del fratello della vittima, è stato convocato dai pm per essere sentito. Stasi, finora unico condannato in via definitiva, sta terminando di scontare una pena a 16 anni in regime di semilibertà. In passato sono state respinte tutte le sue istanze, compresa revisione, un ricorso straordinario alla Cassazione e uno alla Cedu. Ma all’epoca non c’era un pool di pm che avevano disegnato una pista alternativa al massacro del 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco.

Ma mentre la difesa di Stasi prepara le prossime mosse (e sul punto la procura generale di Milano sta studiando le carte fornite dagli inquirenti pavesi), dalla parte della famiglia Poggi emergono forti perplessità sulla ricostruzione dei pm. “La dinamica degli eventi indicata nel capo d’imputazione presenta elementi che a mio giudizio non trovano riscontri oggettivi sulla scena del crimine così come documentata durante i sopralluoghi dei carabinieri della territoriale e dei Ris di Parma”, afferma Dario Redaelli, consulente dei familiari della vittima.

Nel dettaglio, l’esperto mette in discussione alcuni passaggi chiave della nuova ricostruzione dell’omicidio avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007. “Si parla di corpo spinto sulle scale della cantina ma sui primi due gradini ci sono presenti solamente gocciolature, nessuna traccia da trascinamento”, osserva. E ancora: “Si parla di 4-5 colpi vibrati con violenza tale da cagionare l’ampia frattura cranica in posizione parieto-occipitale sinistra ma lungo le scale non si riscontrano tracce di sangue dovute al brandeggio del corpo contundente utilizzato oltre alla presenza di schizzi limitati”.

Elementi che, secondo il consulente, aprono interrogativi significativi: “Pertanto diversi dubbi sulla ricostruzione, ma massima cautela ed assoluta necessità di vedere il materiale investigativo-tecnico raccolto dalla Procura”. Le nuove valutazioni tecniche si inseriscono in un contesto già reso complesso dalle recenti dichiarazioni della difesa di Sempio, ha contestato l’introduzione di un presunto movente sessuale e dell’aggravante della crudeltà, parlando di un’imputazione ancora “provvisoria” e tutta da verificare alla luce degli atti.

Cosa pensa Francesco Totti delle nozze tra Ilary Blasi e Bastian Muller? L’indiscrezione

Non ci sarebbe grande gioia per il Capitano nel sapere la ex moglie convolare a nozze con l'imprenditore
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Il Capitano non vedrebbe di buon occhio i fiori d’arancio“. ‘Il Capitano’ è Francesco Totti e i ‘fiori d’arancio’ sono quelli delle nozze di Ilary Blasi e Bastian Muller: a lanciare l’indiscrezione è Alberto Dandolo nella sua rubrica sul settimanale Oggi. Non solo, il giornalista racconta anche che Muller è stato accolto benissimo in casa Blasi e che avrebbe un ottimo rapporto persino con Chanel che non vedrebbe invece di buon occhio la nuova compagna del papà, Noemi Bocchi: “Tra le due l’intesa stenta a decollare anche se in pubblico si mostrano in grande armonia2, si legge sempre nella rubrica di Dandolo.

“Lui è un valore aggiunto, mi fa stare bene”

Ma nozze s’hanno da fare o no? “Sono molto centrata, sto bene con me stessa, quindi la persona che sta vicino a me deve essere un valore aggiunto. Allora la cosa può funzionare. Se ho fatto questa scelta è perché veramente ne vale la pena. Bastian è un valore aggiunto: mi fa stare bene, sono felice. È una persona solida, che mi dà sicurezza, mi dà gioia”, le parole di Blasi a Chi a proposito del matrimonio.

Assolto Rui Pinto, l’hacker al centro di “Footbal Leaks”. Il giudice di Lisbona: “Persecuzione tipica di uno stato di polizia”

È il secondo processo in Portogallo, prima era stato condannato in Francia. Adesso rischia una terza indagine a suo carico. Una lunga storia giudiziaria iniziata nel 2015 con la diffusione di milioni documenti che hanno sconvolto il mondo del calcio
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Assolto in Portogallo Rui Pinto, l’hacker portoghese di 37 anni che ha dato inizio a “Footbal Leaks“, la più grande fuga di notizie della storia del calcio. L’inchiesta ha svelato le transazioni finanziarie e gli espedienti fiscali opachi utilizzati dal mondo del pallone europeo. Quello terminato il 29 aprile è il secondo processo in Portogallo per Pinto: per questo il giudice del Tribunale penale centrale di Lisbona ha ritenuto invalido l’atto d’accusa della Procura accusando i pm di “persecuzione tipica di uno stato di polizia“. Nelle carte si legge di un'”intollerabile ostinazione nel voler sottoporre l’imputato a giudizio sulla base degli stessi mezzi di prova”. L’hacker, che vive sotto uno speciale programma di protezione e che è diventato collaboratore di giustizia, potrebbe però ora dover fronteggiare una terza indagine a suo carico. Il reato è sempre lo stesso ma cambia l’entità danneggiata. Pinto ha infatti rubato e diffuso 18,6 milioni di documenti che coinvolgono club di calcio ma anche agenzie governative, studi legali e istituzioni dello Stato.

Le infinite vicende giudiziarie

Per capire fino in fondo la questione occorre fare un passo indietro. Il secondo processo per cui Pinto è stato assolto il 29 aprile è iniziato il 13 gennaio 2025 e lo vedeva accusato di un totale di 241 capi d’imputazione: 201 per accesso non autorizzato aggravato, 22 per violazione aggravata della corrispondenza e 18 per danneggiamento informatico. Al centro delle carte c’era l’accesso illegale alle email di club come Benfica e Porto, ma anche di altri enti, tra cui la Lega dei club, studi legali, giudici, pubblici ministeri, l’Agenzia delle Entrate e la Rete nazionale per la sicurezza interna. Pinto però era già stato condannato a quattro anni con pena sospesa nel settembre 2023 per il primo caso “Footbal Leaks“. L’accusa era di tentata estorsione, violazione aggravata della corrispondenza e accesso non autorizzato. In questo primo procedimento giudiziario la Corte Centrale di Investigazione Criminale gli aveva concesso l’amnistia per 134 capi d’accusa, garantita dalla legge approvata nel 2023 per la Giornata mondial della gioventù. I reati a lui attribuiti infatti sono stati commessi prima che compisse 30 anni. Pinto però ha collezionato anche condanne internazionali, come quella del novembre 2023 in Francia dove ha ottenuto una pena di sei mesi di reclusione per accesso illegale alle email del Paris Saint-Germain.

La storia giudiziaria inizia però nel 2019 quando la polizia ungherese bussa alla porta della sua abitazione di Budapest. Dalla perquisizione dell’appartamento vengono confiscati circa 70 terabyte di dati sensibili. Pinto passa un anno in custodia cautelare in Ungheria prima di accettare di collaborare con le autorità dando loro accesso a informazione crittografate. Già all’epoca l’hacker aveva dichiarato in aula di processo: “Temo per la mia vita se dovessi tornare in Portogallo. Sono certo che non sarò sottoposto a un giusto processo, la mafia del calcio è ovunque nel mio Paese e il messaggio che vogliono far passare è che nessuno deve mettersi in mezzo”.

Cos’è Footbal Leaks?

L’inchiesta condotta da Pinto inizia nel 2015, dopo che, a suo dire, era rimasto scioccato in estate dallo scandalo di corruzione che aveva investito la Fifa. Così ha iniziato a raccogliere dati sui principali investitori del calcio mondiale, trovando molte informazioni scomode. Dal 2015 al 2018 diffonde milioni di documenti sul sito internet Football_leaks, che però poche settimane dopo l’apertura viene messo offline. L’anno dopo l’inchiesta viene ripresa, con elementi nuovi, dal settimanale tedesco Der Spiegel. La fonte è anonima, si fa chiamare John, ma dopo si scoprirà essere Pinto. Il lavoro finisce così in mano all’European Investigative Collaborations (EIC), un gruppo di lavoro che comprende 60 giornalisti in 14 Paesi.

Dai dati diffusi emergono così due inchieste parallele. Da un lato le informazioni rivelano un complesso sistema fiscale usato da club ed enti terzi per nascondere grossi capitali in paradisi offshore. Tutti questi enormi profitti venivano ricavati dallo sfruttamento dei diritti di immagine dei calciatori. Un secondo filone di indagine invece riguarda le proprietà dei giocatori. Dai dati di Pinto emerge infatti che il “cartellino” dei calciatori veniva di fatto posseduto non dai club ma dalle società e dai fondi di investimento. Al centro dell’inchiesta finisce Doyen Sports, fondo con sede a Malta, che dal 2008 ha acquistato il cartellino di moltissimi giocatori tra Sud America e Europa. “Footbal Leaks” ha rivelato che la società sollecitava le squadre a vendere un calciatore per guadagnare grandi somme di denaro alla cessione, grazie a clausole contrattuali appositamente pensate. È emerso poi che molti di questi fondi, come Doyen Sports, addirittura possedevano le quote delle società su cui facevano pressioni nella compravendita.

Tra scandali e curiosità

Le conseguenze delle rivelazioni di Pinto per alcuni club sono state pesanti. Un esempio è il Twente, squadra olandese squalificata per tre anni da ogni competizione europea per aver ricevuto 5 milioni di euro dalla Doyen Sports in cambio di alcune percentuali sui futuri trasferimenti di sette giocatori. Tra i nomi più importanti coinvolti nell’inchiesta però c’era quello di Cristiano Ronaldo. Secondo i dati a disposizione di Pinto, tra il 2009 e il 2014 l’allora attaccante del Real Madrid ha trasferito circa 70 milioni di euro sui conti di una società delle Isole Vergini Britanniche, la Tollin. Un’operazione ripetuta alle fine del 2014 con 74 milioni versati in un conto svizzero. Il problema è che questo versamento è avvenuto nei giorni successivi alla vendita dei suoi diritti di immagine quinquennali a un imprenditore, Peter Lim, che oltre ad essere proprietario del Valencia era collaboratore della Doyen.

Altro nome importante emerso è quello di José Mourinho, per i periodi compresi tra 2004 e 2007 e tra il 2010 e il 2013. In quegli anni l’allenatore portoghese ha depositato circa 12 milioni di euro in un conto della Banca cantonale di San Gallo, città svizzera, intestato a una società delle Isole Vergini Britanniche. Come Ronaldo, ed esattamente come l’attaccante, anche Mourinho era rappresentato dalla GestiFute, tra le più influenti società del settore delle procure sportive fondata da Jorge Mendes. Quest’ultimo ha lavorato per anni a stretto contatto sia con Peter Lim sia con la Doyen Sports.

La lista di rivelazioni di “Footbal Leaks” è lunga, ma spesso si trattava anche di semplici curiosità sui contratti dei calciatori. In un caso era stato diffuso ad esempio l’ingaggio di Mario Balotelli quando giocava nel Liverpool. Era emersa una clausola di un milione di euro a stagione attivata solo se il calciatore non si fosse fatto espellere per comportamenti violenti o antisportivi per più di tre volte. Tra le informazioni più particolari però c’è quella dell’ex attaccante dell’Austria Vienna, Olarenwaju Kayode. Per contratto gli era concesso di “uscire la sera dopo le partite e il giorno seguente, senza limitazioni”. Se invece c’era un turno infrasettimanale non gli era permesso tornare a casa dopo le tre di notte. Tra le multe più peculiari c’era la possibilità del club di multarlo di 100 euro in caso di uso del telefono in pullman. Se invece si presentava ubriaco in pubblico o all’allenamento il suo stipendio poteva essere tagliato del trenta per cento.

Walter Mazzarri atterra a Salonicco accolto da un mazzo di fiori: può tornare in panchina all’Iraklis

L'ex allenatore di Napoli e Inter a 64 anni cerca un'occasione per rilanciarsi: il club greco ha appena ottenuto la promozione nella massima serie
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Walter Mazzarri riparte dalla Grecia. A 64 anni, l’ex allenatore di Napoli e Inter è pronto a rimettersi in gioco: destinazione Salonicco, dove lo aspetta l’Iraklis, fresco di promozione nella massima serie ellenica. Il tecnico livornese è sbarcato nella tarda serata del 29 aprile, accolto da un mazzo di fiori. Un dettaglio simbolico, quasi fuori tempo, che però racconta bene il momento: un allenatore fermo da due anni che prova a riannodare il filo della sua carriera lontano dai riflettori della Serie A. La trattativa è in fase avanzata, gli ultimi colloqui serviranno a definire durata e termini dell’accordo, ma la direzione è tracciata.

Per Mazzarri si tratterebbe del ritorno in panchina dopo la parentesi, breve e amara, al Napoli nella stagione 2023-24. Chiamato a novembre al posto di Rudi Garcia, era stato esonerato a febbraio dopo il pareggio interno contro il Genoa. Un epilogo che aveva chiuso la sua seconda esperienza in azzurro, molto diversa da quella che lo aveva consacrato anni prima.

Ora l’Iraklis, terza realtà di Salonicco dietro Paok e Aris, prova a puntare sull’esperienza per reggere l’urto della Super League. Il club ha vinto la Serie B greca e cerca una guida capace di trasformare l’entusiasmo della promozione in stabilità. Mazzarri, che non ha mai nascosto la volontà di continuare ad allenare, vede nell’occasione greca una ripartenza concreta.

Non è la prima volta che la sua carriera si interrompe e riparte. Dopo l’addio al Cagliari nel maggio 2022 era rimasto fermo un anno e mezzo, prima della chiamata del Napoli. Anche in precedenza le esperienze al Torino e al Watford si erano concluse prima del previsto, lasciandogli lunghi periodi di inattività. Eppure il suo nome resta legato soprattutto a due capitoli: il Napoli del tridente Hamsik-Lavezzi-Cavani, che riportò gli azzurri al centro del calcio italiano, e l’Inter, chiusa però con un epilogo negativo. Oggi, senza proclami, Mazzarri prova a ripartire da Salonicco.

Perché il decreto Primo Maggio è una truffa e una doppia lesione, anche costituzionale, dei diritti del lavoro

Ci vuole una rottura sociale vera, altrimenti le paghe dei lavoratori continueranno a sprofondare
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Il cosiddetto decreto Primo Maggio del governo Meloni è una truffa e una doppia lesione, anche costituzionale, dei diritti del lavoro.

È una truffa perché non stanzia un solo centesimo per i lavoratori, mentre finanzia le imprese con circa un miliardo di euro, distribuito su tre anni. L’unica spesa del decreto è costituita dai soldi che vengono donati alle imprese che assumono o che confermano a tempo indeterminato i giovani e i lavoratori del Mezzogiorno. È la solita esenzione contributiva che in realtà viene pagata dagli stessi lavoratori, a cui vengono mancare i fondi per l’Inps. E forse ho sbagliato a dire che il governo non dà nulla ai lavoratori: in realtà il governo Meloni toglie un miliardo ai lavoratori per finanziare le imprese.

Questa è la truffa, poi ci sono due gravissime lesioni a danno delle retribuzioni dei lavoratori, che il governo ha titolato sotto il nome beffardo di “salario giusto”.

La prima, gravissima, è lo stravolgimento dell’articolo 36 della Costituzione. Il testo costituzionale recita che la retribuzione dei lavoratori debba essere: “…in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.” Ed è proprio rifacendosi a questo principio costituzionale che molte sentenze della magistratura hanno annullato accordi e contratti con salari da fame. Così ha fatto il tribunale di Milano per lavoratori che avevano paghe inferiori ai 4 euro all’ora, a seguito di regolari contratti sottoscritti da Cgil/Cisl/Uil.

Anche la Corte di Cassazione ha ribadito che il principio della “equa retribuzione” non coincide affatto con quello della contrattazione e viene prima di essa. Invece il governo Meloni ha ribaltato questo dettato costituzionale, come del resto ha fatto per diversi principi della costituzione antifascista, e ha affermato che i contratti, purché firmati da sindacati “comparativamente più rappresentativi”, siano già un’equa retribuzione. Quindi sono gli accordi firmati da Cgil/Cisl/Uil a definire cosa sia un salario giusto. Non è un caso che la segretaria della Cisl abbia ringraziato il governo per il regalo incostituzionale ricevuto.

La seconda lesione ai diritti del lavoro è una correzione della prima. Infatti se a Cgil/Cisl/Uil viene concesso il potere di fare contratti che valgono come la Costituzione, alle imprese viene offerta la convenienza di non firmare gli accordi. Il governo Meloni ha stabilito che se un contratto non venisse rinnovato da più di dodici mesi, allora le imprese dovrebbero pagare ai lavoratori un’indennità del 30% della rivalutazione delle paghe dovuta all’indice Ipca dell’inflazione.

A parte che questo indice è già penalizzante per i lavoratori e Cgil/Cisl/Uil sono anche riusciti a peggiorarlo, eliminando da esso i costi del petrolio e del gas, con questo decreto si incentivano le imprese a non firmare. Se non firmano il contratto, devono pagare meno di un terzo del già poco dovuto per recuperare l’aumento dei prezzi. Più allunghi il tempo del contratto, meno paghi.

Diverso sarebbe stato se il governo avesse approvato la norma, annunciata in precedenza, secondo la quale alla firma del contratto le imprese avrebbero dovuto pagare tutti gli arretrati dalla data di scadenza del contratto stesso. Firmi dopo due anni? In ogni caso mi paghi tutto fin dal primo giorno. Era una buona proposta che avrebbe messo pressione sulle aziende, era strano che fosse venuta a Meloni, che infatti l’ha abbandonata.

Così mentre i dati ufficiali Istat ci fanno sapere che i lavoratori dal 2021 hanno perso più del 7% per l’inflazione, quasi un mese di salario, il Governo Meloni incentiva il moderatismo rivendicativo di Cgil/Cisl/Uil e l’intransigenza contrattuale delle imprese. Così il precipizio verso il basso dei salari sarà ancora più rapido. E anche come imprenditore il governo Meloni colpisce i salari. Nella sanità pubblica il governo offre un aumento dei salari attorno al 6%, di fronte ad una perdita di potere d’acquisto dei lavoratori del 12%. Un contratto che riduce le retribuzioni, con Cgil/Cisl/Uil che si dichiarano disponibili.

Ci vogliono un salario minimo di almeno 12 euro all’ora, il ripristino della scala mobile, una retribuzione effettiva di almeno 2000 euro netti al mese, per far uscire il mondo del lavoro dalla catastrofe sociale nella quale è affondato. Il decreto del governo Meloni invece incentiva a continuare come nel passato o peggio, e il moderatismo contrattuale di Cgil/Cisl/Uil di tutto questo è complice.

Ci vuole una rottura sociale vera, prima di tutto contro il governo Meloni, poi contro la trentennale politica dei bassi salari, infine per rovesciare la concertazione sindacale; altrimenti le paghe dei lavoratori continueranno a sprofondare. Questo è il messaggio che deve venire da questo Primo Maggio.

Lino Banfi: “Un clochard mi diede un intruglio che mi infiammò le tonsille abbastanza da farmi ricoverare. La morte? Mi è comparsa davanti ma l’ho cacciata via”

L'attore racconta vita e gavetta nel memoir per i suoi 90 anni: la moglie Lucia, la morte, i debiti e un clochard che gli diede un prezioso consiglio.
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Lino Banfi compirà 90 anni il prossimo 9 luglio. Per l’occasione l’attore ha voluto raccontare la sua storia con un libro “90, non mi fai paura!”. Oltre ai suoi successi al cinema, l’attore si apre sulle sue sfide personali più profonde. Riflette su momenti di grande dolore, tra cui la scomparsa della moglie Lucia, il pensiero di togliersi la vita e un tragico incidente dal quale si è salvato per miracolo. “Non ho paura – racconta Banfi nel memoir – però mi è comparsa davanti la signora morte. Non so se chiamarla al maschile o al femminile, dato che oggi su questo tema c’è un pò di confusione. So solo che l’ho cacciata via!”.

L’attore si è poi raccontato con una intervista al settimanale Oggi: “È a mia moglie che dedico il libro, Alla mia dolce Lucia, con la preghiera di farla leggere, lassù, anche a Papa Francesco. Senza il suo coraggio e il suo sostegno, quando la lunga gavetta ci ha tenuto lontano, forse sarei crollato. Era una brava parrucchiera e all’inizio mi aiutava, di nascosto dal padre, anche con qualche soldino. Quando si annaspa per restare a galla, una persona che crede in te può salvarti la vita”.

Tante le difficoltà della gavetta così come i soldi che scarseggiavano: “Seguii i consigli di un clochard: mi diede un intruglio che mi infiammò le tonsille abbastanza da farmi ricoverare e ricevere una decina di giorni di vitto e alloggio a sbafo. Quando il primario decise di dimettermi gli chiesi di restare un po’ per rimettermi in forze”.

Nonostante i primi lavori i soldi “non bastavano mai, tanto che per un periodo finii in mano agli strozzini. Chiudere quei debiti fu un incubo, ho pagato rate per anni, i soldi veri arrivarono con il boom delle commedie scollacciate, che venivano impropriamente chiamate commedie sporche, e non era vero, quelle ragazze non facevano altro che farsi docce. Le Barbara Bouchet, Edwige Fenech, Nadia Cassini, ricordo tutte con grande affetto, alla fine era un mondo innocente e loro avevano colto che le rispettavo veramente”.

Dona la casa alla figlia, ma lei la vende: il padre chiede la revoca per ingratitudine, il giudice dice no

Il Tribunale di Ravenna respinge la richiesta: “Il dono è definitivo”. Pur criticando sul piano umano il comportamento della figlia, la sentenza stabilisce che non ci sono i presupposti legali per revocare l’immobile intestato nel 2011
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Ciò che è dato è ceduto per sempre e non basta l’ingratitudine per revocare il dono. È quanto invece sperava un padre che, dopo aver intestato alla figlia una casa acquistata da lui e dalla moglie in provincia di Ravenna, è stato costretto a lasciarla perché messa in vendita dalla stessa. L’uomo si è rivolto al Tribunale di Ravenna chiedendo la revoca della donazione per “ingratitudine”.

Come ricostruisce il Corriere della Sera, tutto inizia nel 2011 quando due coniugi fanno la scelta di acquistare un immobile nella provincia ravennate allo scopo di intestarlo alla figlia. Qualche tempo dopo muore la madre e il padre vedovo sceglie di continuare a vivere nella casa in un regime di comodato d’uso gratuito. La permanenza resta pacifica fino al 2022 quando la figlia espone al genitore l’intenzione di voler vendere l’immobile: il periodo di preavviso datogli è circa un anno insieme alla disponibilità di aiutarlo nella ricerca di una nuova sistemazione.

Passano i mesi e nel 2023 si arriva al punto di rottura: la figlia inizia a rimuovere tutti gli elettrodomestici minacciando il padre di chiedere aiuto ai carabinieri per spingerlo ad andar via. Quest’atto ha indotto l’uomo a citare in giudizio la donna chiedendo la revoca dell’immobile per ingratitudine.

Le richieste dell’uomo sono tuttavia state respinte. Secondo la sentenza del giudice Pierpaolo Galante, la figlia ha agito correttamente sul piano legale: non solo ha dato un lungo periodo di preavviso al genitore ma si è anche offerta di aiutarlo nella ricerca. Sebbene sul piano umano la donna non è stata “esente da censure”, il comportamento non è stato considerato così oltraggioso da revocarle un bene inequivocabilmente suo.

Quasi una persona su due ha paura di essere meno desiderabile o rilevante invecchiando: si chiama Sindrome di Dorian Gray e non è solo una questione di vanità

Non è la morte a spaventare, ma l’irrilevanza: tra longevità e ossessione per l’immagine, gli italiani fanno i conti con la paura di perdere "valore"
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È più grande la paura di invecchiare che quella di morire. È il momento in cui ci si sente meno desiderabili, meno rilevanti, meno visti a spaventare gli italiani ed è su questo punto che si concentra l’ndagine dell’EngageMinds Hub: quasi una persona su due vive quella che viene definita “sindrome di Dorian Gray“, ovvero il timore che l’età possa erodere attrattività e riconoscimento sociale. Un dato che racconta più di una semplice preoccupazione estetica. L’invecchiamento, oggi, non è percepito solo come un processo biologico, ma come una trasformazione identitaria, che tocca il modo in cui ci si vede e si viene visti. “Dal punto di vista psicosociale resta associato a una perdita di salute, di ruolo, di stabilità economica”, spiega la docente Guendalina Graffigna, che ha coordinato la ricerca.

Eppure, qualcosa è cambiato. L’ingresso nella cosiddetta “terza età” viene collocato sempre più avanti: per gli italiani si diventa anziani attorno ai 71 anni. Non è più la pensione a segnare il confine, ma il corpo. Quando cala l’autonomia, quando la salute inizia a farsi sentire, allora si entra davvero in un’altra fase della vita. Il punto che preoccupa gli italiani quindi è legato a cosa si perde in questa fascia di età. I numeri sono chiari: il 47% teme di non sentirsi più utile, il 41% di contare meno per la società, il 30% di non aver raggiunto traguardi importanti. E il 20%, ha paura di essere esclusa socialmente.

È qui che si inserisce la cosiddetta “sindrome di Dorian Gray”, un’espressione che richiama il protagonista de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde: il desiderio di restare giovani mentre il tempo agisce altrove. Oggi quel timore si traduce nella convinzione che l’aspetto fisico sia parte integrante del proprio valore. Non solo vanità, dunque, ma identità. Non sorprende allora che crescano i consumi legati all’estetica: dalla cosmesi alla medicina estetica, fino alla chirurgia, con un aumento evidente anche tra gli uomini. “Sempre più spesso – osserva Graffigna – investono sulla propria immagine per non mostrarsi vecchi, soprattutto se orientati all’affermazione sociale”. Il paradosso è tutto qui: più si allunga la vita, più aumenta la pressione a restare giovani. L’Italia, uno dei Paesi più longevi al mondo, si trova così a fare i conti con una contraddizione culturale sempre più evidente. Da un lato il valore dell’età, dall’altro la fatica ad accettarne i segni.

“Ho rispetto per i mafiosi italiani in America. È molto difficile fare paura se hai la voce di Super Mario”: l’ironia di Francesco De Carlo al The Tonight Show Starring Jimmy Fallon

Il nuovo tour debutterà nei principali teatri italiani a giugno: un monologo ambientato nel quartiere Portuense di Roma, dove Francesco è nato e cresciuto
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Uno dei più apprezzati protagonisti della della stand up comedy, Francesco De Carlo, si sta facendo conoscere in America. Prima la partecipazione al Comedy Cellar di New York lo scorso 26 aprile, poi il primato del primo comico italiano a esibirsi al The Tonight Show Starring Jimmy Fallon, nell’ambito della rubrica Stand-Up on Fallon, portando in scena un monologo in inglese sulle difficoltà di un comico italiano negli Stati Uniti contemporanei.

Il risultato è stato immediato. De Carlo ha parlato dei mafiosi italo-americani: “Ho un grande rispetto per i mafiosi italiani. Ho un grande rispetto per i mafiosi italiani qui, per due motivi. Prima di tutto, perché da un punto di vista antropologico, mi fanno paura. Molta paura. E in secondo luogo, perché ammiro molto la loro dedizione. Rispetto il loro lavoro”.

E ancora: “Sai quanto è difficile terrorizzare una città con questo accento ridicolo. Come ci riesci? È impressionante. È davvero impressionante. È molto difficile fare paura se hai la voce di Super Mario, capito? Questa è una rapina. Metti i soldi nella borsa. Andiamo!”.

De Carlo sarà tra i protagonisti di “Netflix Is a Joke Fest”, il prestigioso festival biennale prodotto da Netflix e ospitato a Los Angeles il 6 maggio. In Italia l’appuntamento, invece, è dal 19 maggio quando uscirà il romanzo “I malviventi”, edito da Rizzoli. Il nuovo tour debutterà nei principali teatri italiani a giugno: un monologo ambientato nel quartiere Portuense di Roma, dove Francesco è nato e cresciuto.