Intermarket Diamond Business (Idb), che fu il maggior broker nazionale di diamanti, è in procedura fallimentare. L’istanza è stata presentata nei giorni scorsi dagli amministratori della società, nominati dai magistrati di Milano che hanno rimosso i predecessori finiti sotto indagine. Il giudice Alida Paluchowski, presidente della seconda sezione civile del tribunale lombardo, ha fissato all’8 aprile la prima udienza dei creditori e ha nominato curatore l’avvocato Maria Grazia Giampieretti. In ballo, oltre al futuro della Idb e dei suoi dipendenti, ci sono i tempi di riconsegna a decine di migliaia di risparmiatori di pietre valutate, a fine 2017, 641 milioni, che i clienti hanno lasciato in deposito al broker.

Le due inchieste penali in corso sulla vicenda ora potrebbero salire a tre nel caso emergessero reati fallimentari. La Procura di Milano indaga per truffa sulla vendita delle pietre e ha perquisito i broker e alcune banche. I passati vertici di Idb sono poi sotto indagine per associazione a delinquere, circonvenzione di incapace, falso, peculato e sequestro di persona. I magistrati indagano sui trasferimenti di quote societarie intestate attraverso un trust alla fondatrice di Idb, Antinea Massetti De Rico (che era in stato vegetativo dal 2011) e a suo marito, Richard Edward Hile, entrambi deceduti nel 2017. Tra aprile e maggio 2018 gli inquirenti avevano sequestrato conti correnti e azioni conferite all’Hile Trust per 70 milioni. Il 3 ottobre scorso però la seconda sezione penale della Cassazione ha accolto l’istanza contro i sequestri avanzata da una nipote di Hile e ha rinviato gli atti al tribunale perché li riesamini. Il 14 maggio 2018 il presidente e amministratore delegato di Idb, Claudio Giacobazzi, è stato trovato morto in un hotel a Reggio Emilia. Nel 2005 Idb era stata oggetto di un fallito tentativo di infiltrazione della ’ndrangheta, scoperto dal giudice Guido Salvini nel 2008. Dopo l’esplosione del caso, i clienti hanno iniziato a premere su broker e banche per riottenere i propri soldi e il blocco delle nuove vendite ha pesato sui conti 2017 di Idb, con il crollo di ricavi (da 130 milioni del 2016 a 3,5) e risultati (da 5,4 milioni di utile a 15,7 di perdite).

Il 20 settembre 2017 l’Antitrust aveva sanzionato le modalità di offerta dei diamanti “gravemente ingannevoli e omissive” con listini autoprodotti molto più alti dei valori di mercato: 9,35 milioni al canale Idb (2 milioni al broker, 4 a UniCredit e 3,35 a Banco Bpm), 6 milioni all’altro broker Dpi e al suo canale (un milione alla società, 3 a Intesa Sanpaolo, 2 a Mps). Il 17 ottobre scorso il Tar del Lazio ha poi confermato le multe. Le società coinvolte hanno presentato ricorso al Consiglio di Stato.

L’avvocato Anna D’Antuono, consulente legale dell’associazione di risparmiatori Aduc, spiega che “in caso di fallimento, i clienti che ancora detengono i diamanti in Idb dovranno presentare ricorso per restituzione-rivendicazione delle pietre. Ogni azione è però da valutare e coordinare con le mosse da compiere nei confronti delle banche ‘presentatrici’, per evitare incompatibilità tra le procedure e soprattutto difficoltà nella quantificazione del danno da richiedere”.

Il collocamento di diamanti in banca come “beni di investimento” è esploso durante la crisi finanziaria del 2008. Gli istituti piazzavano attraverso la propria rete i diamanti venduti dai broker ricevendo in cambio commissioni spesso superiori al 10% dell’importo totale. Negli ultimi 15 anni le banche attraverso Idb e Dpi hanno venduto pietre stimate in 2 miliardi. Nei giorni scorsi Mps, che si è detta pronta a rimborsare integralmente i clienti riacquistando i loro diamanti, ha finalmente ottenuto l’autorizzazione della Questura a procedere nell’operazione. Una stima delle pietre vendute negli anni dal broker Dpi ai clienti del gruppo di Siena è di 330 milioni.

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