L'intervista

Il segreto di Licia, influencer a 90 anni: “Siate felici, le rughe non sono una malattia”

La sua pagina Instagram conta quasi centomila followers. Ora ha scritto un libro con suo nipote Emanuele: "Non ho paura di niente, neanche del coronavirus. Ho accettato il dolore della perdita di una figlia, figuriamoci se non posso accettare i cambiamenti del mio corpo"

30 Settembre 2020

“Licia, ha paura del coronavirus?”. “Io non ho paura di niente, affronto tutto. Sono arrivata a quest’età, come faccio ad aver paura? Solo una cosa è indelebile, la morte. Ma pure quella fa parte della vita. E, per favore, diamoci del tu”. Durante la lunga telefonata con Licia Fertz, mi chiedo più volte chi sia l’anziana tra di noi. “Nonna Licia”, classe 1930, ha una pagina Instagram da quasi centomila follower. Triestina di nascita, minacciata da fascisti e comunisti di Tito, si è trasferita a Viterbo appena sposata, per seguire il lavoro di suo marito, e lì vive ancora, in campagna, con i suoi cani e con l’inseparabile nipote Emanuele “Elo” Usai, che non solo dopo la morte della figlia Marina (mamma di lui, che all’epoca aveva 4 anni e mezzo) è diventato la sua ragione di vita ma che, dopo la scomparsa del suo adorato compagno Aldo, l’ha tirata su dallo sprofondo restituendole il sorriso e una nuova vita da influencer.

E così oggi Licia posa nuda, orgogliosa delle sue rughe e della sua ciccetta che ballonzola, passa il tempo a rispondere ai giovani che le chiedono consigli e ha appena dato alle stampe (con Emanuele) una sorta di autobiografia, che già dal titolo indica la strada: Non c’è tempo per essere tristi (DeAgostini, pagg. 256, Euro 15,90). “Proviamo a dare una mano anche a questi ragazzi, molti dei quali si sentono abbandonati, hanno bisogno di essere seguiti. Io so che in famiglia – neanche per vivere, per sopravvivere – devono lavorare tutti e i genitori non hanno tanto tempo da trascorrere con i propri figli: mica li giudico, cerco solo di spronarli”.

Signora Licia, anzi… Licia, come spieghi nel libro, alla tua età cambia il rapporto con il sonno e con il proprio corpo: si dorme poco, si è sempre sul chi va là. Come hai fatto ad accettare i cambiamenti?

Ma il mio non è stato un cambiamento… Semplicemente ho accettato me stessa. Non sono una libellula come ero un tempo, ma sono felice lo stesso. Bisogna volersi bene, far star bene il proprio corpo come meglio si può. La vecchiaia non è mica una malattia, è bello arrivarci. E poi se uno è depresso perché ha i capelli bianchi, va dal parrucchiere e se li tinge. Se uno non si sente bene perché ha qualche piccolo difetto, va dallo psicologo.

La tua paura maggiore, scrivi, è perdere la memoria.

Anche la memoria ha certe lacune, ma oggi non mi posso lamentare (domani non si sa). Ti ripeto: a me non spaventa niente, qualsiasi ostacolo si elimina. Dove non arrivi, ti fai aiutare.

Uno spirito invidiabile. Soprattutto pensando a quest’anno, che ha portato con sé dolore e morte.

Non è un anno bello per nessuno. Dovevo fare tante cose, viaggiare… (Erano previste anche tante presentazioni del libro, come ci spiega Emanuele, annullate proprio a causa delle misure di sicurezza e della pericolosità per la stessa Licia, ndr). Ma non mi lamento. Forza e coraggio, dico, il male è di passaggio. Ci sono delle restrizioni, certo, ma vanno accettate: la libertà bisogna sapersela conquistare, ma anche tenerla da conto.

Tu hai conosciuto il dolore, quello vero, con la perdita di tua figlia non ancora trentenne. Come si sopravvive?

Accettandolo. Ancora oggi, la sera, penso a lei, perché una madre che accompagna la figlia al cimitero non può dimenticare. All’epoca dovevo fare forza a mio marito e a mio nipote. Avevo la morte nel cuore e il sorriso sulla bocca. Per non mostrare gli occhi arrossati dal pianto, tenevo gli occhiali da sole. Un giorno Emanuele, ancora piccolo, me ne chiese il motivo e gli risposi di aver male agli occhi. Replicò che mi avrebbe portata lui dall’oculista…

Leggendo il tuo libro, stupisce che una donna della tua età avesse una concezione paritaria dei sessi già nel Dopoguerra. “Donne e uomini – scrivi – sono uguali, hanno gli stessi bisogni e non c’è da vergognarsi”.

A Trieste nessuno criticava gli altri per la diversità. Nei luoghi di confine, le culture si mescolano e la mente è più aperta. Con le persone diverse da noi, si deve cercare il dialogo. Le si guarda negli occhi, perché da quelli si comprende tutto. E poi se proprio non ci piacciono, passiamo oltre senza insultare.

Sì, ma io parlavo proprio di uomini e donne: prima del matrimonio, don Nino ti consegnò un opuscolo nel quale si prescrivevano alla moglie l’obbedienza assoluta al marito e la rinuncia a ogni ambizione personale.

Eh, io mi sono sposata dai gesuiti, sai, bravissime persone quelle… Quel libretto l’ho fatto scomparire (ride, anzi ridiamo). Con mio marito c’è sempre stato dialogo, ci si confrontava su tutto. A volte c’era qualche piccolo diverbio, soprattutto sull’educazione di Marina, perché io ero più elastica. Ma stessi doveri, stessi diritti. Mai un’imposizione.

Hai saputo fare tesoro della tradizione, del passato, senza mai restarne prigioniera. Anzi, guardando sempre avanti.

Bisogna vedere il mondo in modo critico, ma non nostalgico.

In cosa è diverso il rapporto madre/figlio da quello nonna/nipote?

È diverso il tempo che hai a disposizione e gli puoi dedicare. Soprattutto nel mio caso, da quando è morta mia figlia. Ogni tanto mi capita di confondere i ricordi, di sovrapporli, ma succede perché Emanuele è più di un figlio, è anche mia figlia che rivive in lui.

Emanuele in qualche modo ti sta ripagando di tutto l’affetto.

Quando è morta Marina, quando mi sono rotta il femore, quando è morto Aldo… Mio nipote mi ha dato la terza vita. Ed è la più bella, perché non ho pensieri… Pensa a tutto lui.

Qual è il tuo segreto, Licia?

Essere sempre stata me stessa. Siate spontanei, altruisti, non invidiosi. Vedi, questa pandemia passerà, ma nel prossimo secolo ne arriverà un’altra. Tutto passa, il tempo passa. E allora sforziamoci di essere migliori.

E più felici.

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