Se siamo quello che guardiamo, siamo fritti. Veniamo da ore di binge watching di Non è l’Arena, il programma di Giletti su La7 che ha dato nuovi significati alla parola trash, al fine di cercare di capire i motivi del suo successo.

Tutte le puntate seguono uno schema narrativo preciso: intervista a pezzo grosso anti-governativo (Salvini, Meloni, o persino Renzi); talk con opinionisti (minutaglia politica, accattoni di gettoni di presenza, virologi veri e finti, Cecchi Paone che dice “basta!”, la Mussolini che strilla, Nunzia De Girolamo maîtresse à penser), una caciara impressionante tra ritardi audio, raptus mitomaniacali, risse da trivio, con finta indignazione del conduttore per la esasperata maleducazione del demi-monde; viavai di magistrati, velatamente accusati di giustizialismo/correntismo, con recente pervicace adozione di fatto del discusso Palamara (invece De Magistris, in collegamento da Napoli, lancia una “bomba”: “Quando indagavo su Berlusconi, andava a tutti bene, quando ho iniziato a indagare sulla sinistra…”, e Giletti gongola, anche se un giornalista avrebbe chiesto a De Magistris quando mai ha indagato su Berlusconi, visto che ciò avrebbe voluto dire che Berlusconi fosse indagato a Catanzaro, forse l’unica città italiana in cui Berlusconi non vanti reati certi o prescritti); scoop, talvolta non pianificato (telefonata di Di Matteo contro Bonafede), cui seguono 8 puntate di esegesi; agnizione con risvolto demagogico anti-castale: rinvenimento di ritaglio di giornale del 2010 (“qui leggo che Basentini, ex capo del Dap preferito a Di Matteo, ha gestito un pentito di mafia, Antonio Cossidente, cugino di primo grado del suocero di Basentini”, Basentini che tra l’altro è cugino del ministro Speranza; l’assistente di Conte invece è testimone di nozze di Bonafede); storie nere: mafia, ‘ndrangheta, Casamonica, Spada (è la regola di Raymond Chandler: quando la storia rallenta, fai entrare un uomo con la pistola); parentesi ignominiosa-pruriginosa (“l’intervista di Massimo Giletti a Virginia Giuffre, schiava del sesso del magnate Jeffrey Epstein”); catarsi.

Le interviste meritano particolare menzione: di domenica, al culmine di un relax mentale cui non è estranea l’indifferenza se non l’anestesia, il canovaccio è minimale: parlar male del governo. Per far ciò, Giletti empatizza con l’intervistato assecondando tutte le sue ossessioni. A Salvini, in piena pandemia: “Sulla redistribuzione dei migranti, cosa pensa?”. Salvini, che al programma deve l’addomesticazione della sua figura un tempo barbara oggi impiegatizia catastale (e chissà se è vero che vuole candidare Giletti a sindaco di Torino), sa che l’Italia tribale immaginata e quella mediale si incontrano a quell’ora e in quel luogo (“Ciao Massimo e complimenti per il tuo lavoro”, cioè per aver reso pubbliche le intercettazioni in cui Palamara lo definisce “merda”). Giletti si accomiata dall’ospite con confidenza da congiunto: “Ciao da zio Massimo”, dice alla figlia di Salvini, “un abbraccio a Ginevra”, alla pupa della Meloni.

Ecco, Meloni è una figura in fieri, sfarfalla ancora tra Marine Le Pen e Tina Cipollari, ma acquisisce autorevolezza, e grazie a Non è l’Arena ha buone possibilità di arrivare al 20%. È di casa: “Ma è normale, Massimo, che un imprenditore…”. In mezzo ai suoi “punto primo”, “segnalo sommessamente”, “apro e chiudo parentesi”, Giletti infila la domanda velenosa: “Lei pensa che Conte usi la televisione in orari importanti, alle 20:20, per parlare al Paese in modo così, o per cosa?”. Meloni: “Io penzo…”. Giletti, implacabile: “Lei dopo la conferenza stampa capisce o no? La famosa storia degli affetti stabili…”. Risatine complici.

L’intervista a Renzi è una delizia di simulacri autobiografici: Renzi col gel nei capelli è lì a sponsorizzare il libro nuovo, Giletti parte urticante, tipo David Frost che intervista Nixon: “Come la dipingono? A lei dà fastidio che la definiscano amico dei poteri forti?”. Risposta di Renzi, da staccargli il collegamento: “In Italia ci sono più pensieri deboli che poteri forti”. Giletti ridacchia come davanti a una lepidezza di Marziale. A ogni obiezione Renzi risponde “sono d’accordissimo”, “sono assolutamente d’accordo”, “lei ha ragione”, poi s’inventa che Basentini, ex capo del Dap scelto da Bonafede, è stato premiato per avergli indagato la Guidi, poi costretta a dimettersi; dimentica, e con lui Giletti, che lui salutò le dimissioni della ministra con letizia, perché “chi sbaglia è giusto che vada a casa. La musica è cambiata” (del resto la De Girolamo è lì in quanto vittima delle intercettazioni irrilevanti, infatti è solo rinviata a giudizio per associazione a delinquere). Ecco, se proprio si deve muovere una critica a Renzi, è di non aver fatto cadere Bonafede: “Aveva una grande occasione… l’ha salvato: le è pesato?”. E i posti di lavoro persi a causa del lockdown? Questo vuol dire mettere in difficoltà Renzi, che sostiene il governo! Quindi maramaldeggiano sulla pandemia: Renzi: “Io sono sulla tesi Zangrillo”, Giletti: “Anch’io sono sulla tesi Zangrillo, da tempo”. Il virus è morto, anzi non è mai esistito, fa più morti la paura del virus, e chissà se loro preferirebbero che gli venisse inoculato in diretta il virus o una paura (ma non diamo troppe idee agli autori).

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