Due manager italiani sono stati messi sotto inchiesta dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Le accuse sono gravi: cospirazione, frode, riciclaggio e violazione delle sanzioni alla Russia. Avrebbero tentato di eludere l’embargo di Washington a Mosca, in combutta con due imprenditori russi e uno americano, per vendere a un’azienda di Stato russa una turbina Vectra 40G di produzione americana del valore di 17,3 milioni di dollari. Una cessione che dopo l’invasione della Crimea da parte di Vladimir Putin è vietata dalle leggi americane: reati che possono essere puniti anche con 45 anni di carcere e una multa da più di un milione di dollari. La storia, però, potrebbe essere anche più delicata.

A dare notizia della vicenda è stato lo stesso Dipartimento di giustizia che in una nota fa i nomi dei due italiani coinvolti: il primo è quello di Gabriele Villone, manager director della Gva International Oil and Gas services, società con sede a Dubai. Villone è stato fermato il 28 agosto a Savannah in Georgia. Pochi giorni dopo l’Fbi arresta altri due imprenditori, un russo e un americano, rinchiusi nel penitenziario di Chatam county a Savannah. Il secondo italiano, invece, è libero: nella nota del Dipartimento di giustizia viene identificato come Bruno Caparini, “employee” (cioè dipendente) della Gva di Villone. Nell’atto d’incolpazione del Grand jury della Georgia meridionale, di cui il Fatto è in possesso, Caparini viene indicato invece come “commercial director of an Italian engineering and construction company based in Italy”. La stessa qualifica vantata nel suo curriculum su Linkedin da Bruno Caparini, nato il 26 agosto del 1939 ad Edolo, nel bresciano, e dal 1987 consulente tecnico di Mesit. Cos’è Mesit? Una società italiana di ingegneria e costruzioni nel cui organigramma trovano spazio i figli di Caparini, Davide ed Elena, mentre la moglie Teresa Gasparotti ne è l’amministratrice. Ma Bruno Caparini è anche un vecchio amico di Umberto Bossi, mentre suo figlio Davide è stato parlamentare del Carroccio per cinque legislature e oggi è assessore al Bilancio in Regione Lombardia con Attilio Fontana.

Il Caparini storico sostenitore della Lega è lo stesso Caparini finito sotto inchiesta negli Usa? Interpellato dal Fatto il diretto interessato nega: “Non ne so nulla, io sono in pensione. Le accuse che lei mi sta comunicando sono per me una novità assoluta”. Smentisce anche il figlio: “È la prima volta che sento questa storia. Mio padre è nel mondo dell’oil and gas da una vita. Ma adesso è in pensione”. Per sciogliere ogni dubbio basterebbe conoscere la data e il luogo di nascita del Caparini che in America rischia fino a 45 anni di galera, ma l’informazione sembra impossibile da ottenere. Sia nei documenti del Dipartimento di Giustizia che nell’atto d’incolpazione del Grand jury non si fa mai cenno ai dati personali degli imputati, indicati solo con nome e cognome. Il tribunale ha omissato persino il nome delle aziende sotto accusa limitandosi a definirle “società A” o “B” e spiegando che l’identità “è nota al Grand jury”. Il Fatto ha contattato il distretto giudiziario della Georgia meridionale per ottenere i dati anagrafici del Caparini sotto inchiesta, ma dagli uffici hanno fatto sapere che “in nessuna circostanza sono autorizzati a dare informazioni diverse rispetto a quelle contenute nei documenti ufficiali”. E dunque senza una data e un luogo di nascita è impossibile dire con certezza se il Caparini che voleva violare l’embargo americano alla Russia sia lo stesso storico sostenitore della Lega. Partito da sempre contrario alle sanzioni a Mosca.

Gli elementi che collegano i “due” Caparini non mancano. Il sito web della Gva, la società di Villone finita sotto inchiesta in America, ad esempio: il portale è attualmente offline, ma una ricerca con wayback Machine mostra come il 15 agosto del 2018 sulla home page comparisse il simbolo di Mesit. E d’altra parte anche sul sito della società italiana compare la citazione della Gva come parte del gruppo. Insomma, le due aziende sono – o sono state – in qualche modo legate. Poi c’è Gazprom. Stando alle ricostruzioni di alcuni media americani dietro quel generico “company B” si celerebbe il colosso di Stato russo. Era alla Gazprom che doveva finire la turbina da 17 milioni di dollari? Di sicuro c’è che con Gazprom Bruno Caparini ha dei trascorsi. Come raccontato dal Fatto, infatti, nell’agosto 2015 il Ros intercetta l’imprenditore: “Il 28 – dice – devo portare su quattro russi, uno dei quali è direttore generale della Gazprom Energo. Loro hanno trecento milioni di dollari e però vogliono cercare altri fondi. Insomma vengono su per fare dei ragionamenti su tante cose che poi ti spiego”. Non si sa come sia finito l’affare, ma pochi mesi prima è sempre Caparini che accoglie una delegazione di industriali russi in visita al gruppo della Lega in Consiglio regionale in Lombardia. Tra i presenti anche Gianluca Savoini, l’uomo al centro dell’affare del Metropol a Mosca e ora indagato dalla Procura di Milano.

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