Too many suits. Troppi maschi. Che parlano, scrivono, sbandierano il loro punto di vista come se fosse l’unico degno di occupare le colonne del giornale. E così si impongono, scoraggiando le donne a fare sentire la loro voce. Non è una sintesi delle femministe contemporanee, ma il bilancio delle lettrici che il Financial Times ha sentito per capire come mai il suo pubblico fosse fatto per l’80 per cento di uomini e le donne relegate alla riserva indiana del 20. Ed è anche il tema di un’inchiesta di FQ MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez in edicola da sabato 13 luglio con inchieste e approfondimenti su come stanno cambiando i rapporti di forza fra i sessi.

Un divario che oggi non è solo sintomo di disuguaglianza di genere, ma un allarme di business mancato. Di fette di mercato finora sottovalutate che se incluse possono diventare fatturato, Pil, aumento della ricchezza e del benessere collettivo. In Europa e nel resto del mondo, come dimostrano istituti internazionali dall’Onu al World economic forum. Vale ovunque: dall’informazione alle imprese e alla ricerca, perché i dati dimostrano che incorporare la visione femminile significa migliorare performance e lavoro di squadra. “Le pari opportunità convengono anche agli uomini. E la diversità, dati alla mano, fa bene a tutti. Anche economicamente”, sintetizza Enrico Gambardella, presidente del Winning Women Institute, ente impegnato nella certificazione delle aziende virtuose in termini di gender equality.

Il Financial Times, regno dell’informazione finanziaria – che insieme alla politica è tra i settori tradizionalmente più maschili – l’ha capito ed è tra i primi nel panorama internazionale dei media. E da pioniere si è organizzato: dal 2015 ha creato un team che si occupa esclusivamente di audience engagement. A capo una donna, Renéè Kaplan, prima nello stesso ruolo a France24. La squadra ha notato che spesso le donne trovavano il tono dei pezzi sgradevole perché non includeva la loro voce. C’erano poche intervistate e opinioniste e il quotidiano era tutto sbilanciato su un eccesso di presenza maschile. Il Ft allora ha deciso di cambiare marcia anche attraverso i bot, programmi automatici che intervengono nel sistema editoriale mentre i giornalisti scrivono il pezzo e li avvertono: non hai incluso abbastanza voci femminili nel tuo articolo, le donne sono sottorappresentate. I risultati sono arrivati: più clic da parte delle lettrici, significa più abbonamenti.

La strada per la parità è tutta in salita anche a Hollywood: nei film che nel 2015 hanno vinto l’Oscar, per esempio, le donne sono state sullo schermo solo per il 32% del totale con un tempo di parola del 27%. Cifre sconfortanti che trovano una corrispondenza oltre il cinema.

Basta guardare alla presenza femminile tra i relatori di convegni e conferenze, dove sono spesso chiamate come moderatrici. Un ruolo in cui non esprimono pareri o punti di vista, ma sono incasellate per presentare, passare parola (agli uomini), fare in modo che il dibattito scorra senza intoppi. Li chiamano manels, ovvero male panels: incontri che non includono donne relatrici. Un fenomeno tutto negativo che ilfattoquotidiano.it vuole raccontare anche per immagini. Fate uno screenshot da mobile o da pc o una foto allo schermo e mandateci gli eventi dove le donne sono invisibili (o quasi) a [email protected]. Li pubblicheremo sul sito. Spesso una foto è più efficace delle parole. Eppure dai giornali ai produttori di auto le aziende iniziano a capire che le donne decidono sempre di più. Tagliarle fuori significa eliminare sviluppo, crescita e possibilità di nuovi posti di lavoro. Per tutti.

Leggi l’inchiesta completa su FQ MillenniuM in edicola da sabato 13 luglio

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