Eurolink non molla l’osso. Il consorzio costituito per realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina ha deciso di fare ricorso contro la decisione del Tribunale delle imprese di Roma che lo scorso autunno ha detto no al risarcimento da 700 milioni, oltre a rivalutazioni e interessi, chiesto dopo lo stop all’opera imposto nel 2013 dal governo di Mario Monti. Il procedimento è ora incardinato di fronte alla Corte d’appello della Capitale, dove la prima udienza è stata fissata per il prossimo gennaio. Ma non è tutto.

Perché il consorzio – capeggiato da Impregilo e partecipato tra gli altri da Sacyr, Condotte d’Acqua, Cooperativa Muratori e Cementisti, Cmc di Ravenna, la giapponese Ishikawajima-Harima Heavy Industries Co. Ltd. e Argo Costruzioni – medita ulteriori azioni giudiziarie, anche nuove di pacca. La strategia giudiziaria verrà decisa definitivamente una volta che la Corte Costituzionale deciderà su un’atra questione correlata, sollevata da Parsons, che era stata individuata come Project Management Consulting del Ponte. Una questione che, una volta decisa, produrrà però effetti per tutti nell’ipotesi in cui l’incostituzionalità venga accertata. Nefasti, manco a dirlo, solo per le casse dello Stato. Come nella migliore tradizione il gioco delle grandi opere produrrà solo un risultato: le penali che verranno caricate sull’italico groppone.

La Consulta dovrà dire se la legge che nel 2012 ha fissato un indennizzo speciale per la caducazione dei vincoli contrattuali per la realizzazione del Ponte sia legittima: per tacitare ogni pretesa – si era infatti stabilito – sarebbe bastato pagare le prestazioni già effettuate più un altro 10 per cento, quando la normativa in materia di appalti pubblici prevede che la percentuale del deve essere calcolata sulle opere da eseguire, che da contratto del 2006 erano pari a 3.879.599.733 euro. Certo Eurolink avrebbe preferito realizzarlo il Ponte sullo Stretto e infatti all’ad di Salini Impregilo, Pietro Salini, erano brillati gli occhi quando l’allora premier Matteo Renzi nel 2016 aveva rilanciato il progetto (nonostante la causa fosse già in atto). Il dossier era finito su un binario morto, ma non la prospettiva per i costruttori di accaparrarsi un indennizzo da centinaia di milioni.

Ma chi dovrebbe sganciare il malloppo? Il Contraente generale Eurolink e Parsons hanno chiamato in causa il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Stretto di Messina spa. Ossia la società concessionaria dell’opera (controllata da Anas) che ha chiesto da tempo, a sua volta, oltre 325 milioni di euro per gli oneri sostenuti per lo sviluppo del progetto. Più naturalmente gli importi che dovranno essere riconosciuti a titolo di indennizzo o risarcimento. Secondo quanto si legge nell’ultimo bilancio, anche la società in questione non intende arretrare di un millimetro rispetto alle richieste perché “è soggetto giuridico distinto sia dalle Amministrazioni interessate sia dai suoi Soci anche pubblici”. E quindi ritiene non solo corretto ma pure doveroso adottare tutte le iniziative, anche giudiziarie, a tutela del suo patrimonio. Dato che “la costituzione di un soggetto nella forma di società per azioni, ancorché per la realizzazione di un’opera pubblica in regime di concessione, non può comportare il venir meno dei principi disciplinati dalle norme di natura privatistica sulle società di capitali anche in materia di liquidazione, di responsabilità e di tutela dell’affidamento di terzi contraenti”.

La Stretto di Messina spa venne costituita nel 1981 e da allora di acqua ne è passata sotto i ponti. Tutti, tranne quello sullo Stretto. Dal 15 aprile 2013 è stata posta in freezer con la nomina contestuale di un commissario liquidatore: il professor Vincenzo Fortunato. Grane a parte, Fortunato lo è di nome e di fatto. Perché da allora percepisce (e continuerà a farlo fino alla fine della procedura di liquidazione che ha scavallato il lustro) 120mila euro all’anno più altri 40mila a titolo di variabile del compenso.

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