Ieri sono accadute due cose importanti per chi ha a cuore il futuro dell’economia italiana, cioè per tutti. La prima è che è esplosa la rissa tra ministri del governo Renzi sul destino del presidente della Consob Giuseppe Vegas. Dopo che Carlo Calenda (Sviluppo economico) ha stigmatizzato i “gravi errori” dell’ex viceministro berlusconiano, il ministro dell’Interno Angelino Alfano (che militava con Vegas nell’ultimo governo Berlusconi) ha attaccato frontalmente: “Il governo non deve e non può attaccare le Autorità di Garanzia”. Poi ha rincarato con un messaggio vagamente ricattatorio per il premier Matteo Renzi: l’attacco a Vegas, rappresentando il tentativo di omologare al renzismo anche il vertice della Consob, rischia di diventare “un ottimo argomento per i sostenitori del No alla riforma costituzionale”, che manifesta, ha scoperto ieri Alfano, “l’assenza o la debolezza di un sistema di organi di bilanciamento o di garanzia rispetto al rafforzato ruolo dell’esecutivo”.

L’incarognimento dello scontro di potere sulla Consob va accostato alla seconda cosa accaduta ieri. Il sottosegretario Tommaso Nannicini, braccio destro economico di Renzi, ha incontrato nella sede romana dell’Università Luiss, a porte chiuse, i vertici delle 15 casse previdenziali dei professionisti (dai medici agli architetti, dagli avvocati ai giornalisti). Un confronto durante il quale i testimoni hanno notato una certa ruvidezza di toni quando è uscita fuori la questione del fondo Atlante, recentemente costituito per soccorrere il malconcio sistema bancario. Il governo vorrebbe che le casse previdenziali destinassero almeno 4 dei 72 miliardi che custodiscono (il patrimonio che garantisce le future pensioni) al Fondo Atlante 2, veicolo di prossima costituzione che dovrebbe sistemare il pasticciaccio delle sofferenze, 84 miliardi di future perdite che zavorrano gli istituti di credito. Alcune casse previdenziali non ne vogliono proprio sapere. L’argomento è lineare: “Se il governo è sicuro che investendo in Atlante si può solo guadagnare, perché non ci mette i soldi anziché chiederli a noi?”.

Che cosa lega la polemica su Vegas e l’assalto ai fondi pensione? La risposta è semplice. L’esperienza di Banca Etruria e delle altre tre salvate dal governo e dalla Banca d’Italia il 22 novembre scorso, sacrificando 800 milioni di obbligazioni subordinate affibbiate ai risparmiatori (direttamente o attraverso fondi comuni e fondi pensione), ha dimostrato che la vigilanza di Bankitalia non ha funzionato. Per Vegas l’accusa è più pesante: abolendo di fatto, dando ordini agli uffici “per le vie brevi” uno strumento di trasparenza come i cosiddetti scenari probabilistici, “non ha tutelato a pieno i risparmiatori”, favorendo gli interessi delle banche, come ha detto al Fatto l’ex commissario Consob Salvatore Bragantini. Ha fatto “gravi errori”, come ha denunciato Calenda. “Non andandosene danneggia l’istituzione”, ha notato il vice ministro dell’Economia Enrico Zanetti.

Se si guarda la cosa dal punto di vista dei cittadini che ancora sperano di avere un giorno una pensione c’è da aver paura. L’autorità di vigilanza sui mercati finanziari versa in questa penosa condizione mentre il governo, le banche e le assicurazioni hanno deciso di dare l’assalto ai fondi pensione, rompere i loro salvadanai e usare i contributi accumulati dai lavoratori per “finanziare l’economia reale”.

Non solo infatti è stata annunciata l’imminente nascita di Atlante 2, aperto anche ai fondi pensione e destinato a farsi carico delle sofferenze bancarie. Ma da tempo è in corso un pressing sui fondi e le casse previdenziali, anche pubblico. Il 9 giugno scorso il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha detto: “C’è l’esigenza che una quota maggiore di risorse venga impiegata in Italia e nell’economia reale”, da parte di fondi pensione e casse previdenziali private.

A stretto giro gli ha risposto Alberto Oliveti, presidente dell’Adepp, l’associazione degli enti previdenziali privati: “Il primo aiuto che possiamo dare all’economia reale del Paese è fare bene il nostro mestiere di liberi professionisti che s’impegnano al meglio nell’esercitare le proprie professioni”. Un modo elegante per dire “no grazie”. Rimane il fatto che il pressing è iniziato da mesi, e il governo ha chiesto alle casse previdenziali di aprire il fatidico “tavolo”.

Alla base di tutto c’è un problema reale. I fondi pensione di vario tipo – aperti, chiusi, privati, pubblici, assicurativi, bancari, professionali, negoziali – faticano a ottenere buona redditività per i loro patrimoni. Il settore immobiliare non garantisce più nulla, se non in molti casi ingenti perdite. I titoli di Stato non rendono quasi niente. Gli investimenti obbligazionari rendono poco e tendono a diventare sempre più rischiosi.

In generale la salute dei fondi pensione dipende dalla ripresa dell’economia. E quindi può avere un senso un progetto come il “Fondo per l’economia reale” di cui si parla da un paio d’anni. In fondo è vero che il sistema della previdenza privata e complementare ha in cassa circa 200 miliardi da investire. Ma finché restiamo in un sistema democratico è giusto chiedere ai lavoratori: sareste favorevoli a vedere i vostri contributi investiti nella “economia reale” (banche, aziende grandi e piccole, infrastrutture) prima che la Consob dell’onorevole Vegas sia rivoltata come un calzino?

Articolo Precedente

Trattativa, è il giorno di Amato Dal 41 bis alla nomina di Mancino

prev
Articolo Successivo

Soffocati da montagne di carta

next