Il fondo del barile l’avevano già raschiato. Ma in nome del si può anche scavare, nel pozzo della retorica. Mentre giornali e tv sono colmi degli orrori di Nizza e del caos in Turchia, il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi si presenta in quel di Termoli, nel pacifico Molise. E va di slogan, sdrucciolevole: “Abbiamo bisogno di un’Europa più forte e in grado di rispondere insieme, unita, al terrorismo internazionale, e all’instabilità. E per riuscirci abbiamo bisogno anche di un’Italia più forte verso l’Europa, più credibile: quindi di una Costituzione che ci consenta maggiore stabilità”. Ed è subito sillogismo: se volete un’Unione europea pronta a controbattere al terrore, urge un’Italia robusta grazie alle riforme. Ergo, bisogna votare Sì nel referendum d’autunno, anche per difendersi dal terrorismo.

Sillabe che alzano per la milionesima volta l’asticella della propaganda. Certo, visto il disastro nelle Comunali e i sondaggi da temporale costante, la strategia della personalizzazione, eternata nel “o vinco o vado a casa” di Matteo Renzi, non è più molto in voga. Ma per il resto lo spartito della grancassa pro-riforma è sempre quello: alternare promesse a moniti, miraggi di ricchezza e pace a un futuro di carestie e cavallette. La Boschi di Termoli sta un po’ in mezzo al guado: da un lato promette più stabilità internazionale, come se la Ue aspettasse la Carta riformata come ossigeno, dall’altro ammicca all’Italia che senza il nuovo Senato resterebbe gracile. Esposta, ai nemici. La renziana però suona anche altre note. Non chiude al Mattarellum 2.0 proposto dai bersaniani come legge elettorale alternativa: “Valuterà il Parlamento, che è sovrano”. Soprattutto, batte il tasto dei soldini: “Il governo sta chiudendo, ormai l’ha definito, l’accordo relativo al patto per il Molise”. Ed è l’esecutivo munifico, che con un mano dà e con l’altra fa il segno della matita copiativa, chiedendo una X sul Sì. Così la ministra insiste sulla canzone dello sviluppo: “Una riforma che chiarisca bene cosa fa lo Stato e cosa fanno le Regioni, magari anche riducendo qualche potere nelle Regioni che crea più complicazioni nei certificati e nei permessi, può aiutare anche a crescere economicamente”. Insomma, l’Italia riformata farà i certificati più celermente e avrà più denaro in tasca. Pare un affare. Di certo è la milionesima promessa pro-referendum.

Una valanga di annunci inaugurata da Renzi, a gennaio: “Con il nuovo Senato risparmieremo un miliardo”. Fu talmente grossa, che settimane dopo Boschi abbassò il tiro. Ma mica di tanto, perché calcolò i risparmi in 500 milioni, tra taglio delle indennità ai senatori, soppressione delle Province e del Cnel. Peccato però che una stima della Ragioneria dello Stato, chiesta proprio del ministero delle Riforme nel 2014, avesse già chiarito che i numeri sono tutt’altri. Ovvero, i risparmi certi dalla riforma si fermerebbero a 57,7 milioni, mentre le spese del Senato scenderebbero solo del 9 per cento. Ma tant’è, l’importante è dirla enorme. E allora bisogna citare nuovamente Boschi: “Fondo monetario internazionale, Ocse e Ue indicano un crescita del Pil dello 0,6 per cento nei prossimi dieci anni, grazie alle nostre riforme”. Pillole di euforia. Mischiate a dosi di paura: dal governo che salterà in caso di No, “all’avvenire in bilico di figli e nipoti” (sempre la ministra, sabato scorso). Passando per paragoni grotteschi: “Chi vota No è come CasaPound”. Altra farina dal sacco di Boschi. Proprio lei, convinta che “i veri partigiani, quelli che hanno combattuto, sono per il Sì”. Il combinato disposto delle due sentenze ha tolto un mare di voti al Pd. Però Boschi non arretra, avanza. Ed ecco il monito sull’Italia che per difendersi deve aprire il Senato a consiglieri regionali e sindaci. Riservisti, loro malgrado.