A Taranto si muore più che nel resto della Puglia. Soprattutto nei quartieri più vicini all’ex Ilva, secondo un nuovo studio, i livelli di mortalità hanno raggiunto livelli così alti da spingere il sindaco Rinaldo Melucci a scrivere a diversi ministri per chiedere l’immediata convocazione di un tavolo per un accordo di programma “che ponga definitivamente fine alla crisi ambientale e sanitaria del territorio tarantino, con l’obiettivo di giungere alla chiusura delle fonti inquinanti”.

In una lettera inviata lo scorso 7 maggio ai ministri della Salute (Roberto Speranza), della Transizione ecologica (Roberto Cingolani), dello Sviluppo (Giancarlo Giorgett) e al presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, Melucci ha infatti illustrato i risultati dello studio presentato lo scorso 30 aprile al convegno dell’Associazione Italiana di Epidemiologia da cui emerge ancora una volta come i quartieri “Tamburi”, Paolo VI” e “Città vecchia-Borgo”, quelli geograficamente più vicini alle ciminiere dello stabilimento siderurgico, “soffrono di eccessi di mortalità” sia rispetto ad altre zone della città che ad altre zone della Regione Puglia. Ed è in particolare dal confronto con i dati regionali che emerge come nel quartiere Paolo VI gli eccessi risultino addirittura “peggiorati” rispetto al passato per “quasi tutto il periodo di riferimento”. I numeri, secondo gli epidemiologi, avrebbero raggiunto soprattutto per gli uomini “un elevatissimo livello”.

Per il primo cittadino quei dati, che arrivano fino al 2020, sono “rilevanti e allarmanti” e necessitano di un intervento immediato e definitivo da parte dello Stato. Lo studio non ha mai citato le cause di morte o l’acciaieria ionica, ma ha chiaramente documentato come i tassi di mortalità aumentino man mano che ci si avvicina allo stabilimento. Il lavoro scientifico ha infatti diviso la città in due “cluster”. Il primo, definito “molto critico”, comprende i quartieri a nord di Taranto: Paolo VI, Tamburi e Città vecchia-Borgo, essendo quelli notoriamente più vicini e più esposti alle emissioni della zona industriale, presentano “livelli altissimi” di tassi di mortalità. Il secondo cluster, invece, comprende le zone più lontane dai camini dell’ex Ilva, ed è addirittura “esente da criticità” e “mostra persino controtendenza con un trend negativo per gli uomini”. Insomma se nel resto della città i tassi mortalità sembrano migliorare, nei quartieri più vicini alla fabbrica la situazione è in peggioramento rispetto al passato. “Il dato peggiore che emerge – si legge nel documento – è il netto aumento di mortalità negli uomini del quartiere Paolo VI, specialmente negli ultimi 2 anni, con eccessi significativi del 68 percento di mortalità”.

Lo studio è finito nella documentazione presentata nei giorni scorsi al Consiglio di Stato chiamato a decidere se confermare o meno la sentenza del Tar di Lecce che imponeva lo spegnimento entro 60 giorni degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento gestito oggi da “Acciaierie d’Italia”, la joint venture tra ArcelorMittal e Invitalia: i sei reparti, già sequestrati dalla magistratura penale nel 2012, sono oggi ritenuti dai giudici amministrativi la causa della “situazione di grave pericolo” vissuta dai cittadini. È da quei reparti, secondo il Tar, che si verificano fenomeni emissivi “in qualche modo fuori controllo e sempre più frequenti” causati forse dalla “vetustà degli impianti tecnologici di produzione”. La decisione del consiglio di Stato arriverà nelle prossime settimane, quasi in concomitanza con la sentenza del processo penale “ambiente svenduto” nato dal disastro ambientale e sanitario generato, secondo la procura ionica, dalle emissioni nocive avvenute fino al 2012. “Ancora una volta – ha commentato Melucci – occorre constatare che decisioni apicali per la vita del Paese siano rimesse ai giudici piuttosto che alla politica”. Il giudice Martino Rosati in una delle sentenze di condanna dell’Ilva scrisse che la “tendenza ad affidare esclusivamente al giudice penale la risposta statuale ai fenomeni di illegalità, e quindi gravare la sentenza penale di contenuti, funzioni e di aspettative che non le sono propri, non può e non deve essere condivisa”. Sono trascorsi ben 14 anni da allora, ma nulla sembra cambiato.

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