Pubblichiamo un estratto del contributo di Silvia Truzzi all’e-book “Andrà tutto bene”, disponibile su tutte le maggiori piattaforme digitali.

Nei primi giorni pensavo che tu fossi un accidente di passaggio. Non credevo a chi avvertiva il presentimento di un disastro, alle allarmate raccomandazioni telefoniche della mamma. Invece mi sbagliavo: sei uno stronzo aggressivo e invadente. Ci hai precipitati in un baratro sconosciuto, in un burrone di limitazioni, di paura, di privazione delle libertà. Una voragine che sembra non avere fine e a cui non eravamo preparati.

Abbiamo vissuto con il culo in un panetto di burro, pace, benessere, agi: siamo rimasti, collettivamente, bambini. Poi sei arrivato tu, stronzo, e ci hai fatto scoprire che eravamo fragili e impreparati. All’improvviso, la nostra infanzia era finita. Hai sollevato il velo dell’ipocrisia con cui pensavamo di proteggerci. Ma non credere che ti faremo sconti solo perché manifestandoti ci hai detto la verità. Certo, avremmo dovuto saperlo da soli: siamo formiche, non giganti. Non illuderti, la sincerità non basterà a farti perdonare. (…)

Confesso che mi spaventi. Ho paura per le persone che amo, per il mio sentirmi indifesa, esposta. Ti odio per la diffidenza che mi induci a provare verso gli estranei. Vado a fare la spesa e nel mio orizzonte vedo possibili veicoli d’infezione, non esseri umani. Non sorrido a nessuno. Ogni gesto che faccio, fuori di casa, è un atto di autotutela. Esco vestita come un apicoltore, senza un centimetro di pelle esposta. Porto sempre gli occhiali da sole per proteggere gli occhi e negarli agli altri. L’altra notte, a luce spenta, Marco mi ha chiesto: questa puzza di Amuchina sei tu? Ci hai ridotti a ostaggi di una paura che puzza di disinfettante. Al supermercato ho incontrato due persone che conosco: non mi sono fatta riconoscere perché temevo di essere costretta a parlare con loro, e non volevo essere distratta dal compito di fare la spesa, per il quale mi concentro come si trattasse di un’operazione a cuore aperto. Comprare cose più sane, più a lungo conservabili e contemporaneamente non stare vicino a nessuno, toccare la merce il meno possibile. Mi disprezzo per l’incapacità che ho di ricondurre le mie preoccupazioni alla ragione. Non sono mai stata un cuor di leone, nemmeno don Abbondio, però. I giorni peggiori sono quelli in cui sono costretta a uscire. La prospettiva è in sé liberatoria: fare quattro passi fino al supermercato o alla farmacia sembra un fatto di tutto rilievo. Timidamente, con mille cautele e retropensieri, si affaccia la voglia di guardare fuori e vedere cos’è successo di nuovo. Perché di cose ne succedono anche quando apparentemente non accade niente. Tipo che in una settimana gli alberi si sono coperti di foglie verde acido. E ci sono dei fiorellini nelle aiuole di Sant’Ambrogio. Il guaio è che fuori ci sei anche tu.

Appena uscita dalla porta cominciano gli ostacoli, sotto forma di dubbi (dubbi di incomparabile idiozia, bisogna dire). Te ne racconto uno: anche se ho i guanti e li butterò non appena rientrerò in casa, è meglio schiacciare il pulsante dell’ascensore con il gomito o con l’indice? In coda per entrare al supermercato indirizzo occhiatacce a chiunque si avvicini a me più di quattro metri. Accelero il passo, mentre il cuore accelera a sua volta, se solo vedo qualcuno che cammina verso di me, pensando: ma non lo sai che bisogna stare lontani? Cambio lato della strada. Tratto gli altri in un modo che mi fa vergognare. Mi ritrovo a pensare che l’aria può portarti da me in qualunque momento, con un soffio leggero e invisibile. Perché non ti vedo, non ti conosco, perché sei un cazzo di microorganismo. Anzi sei un microbo. Il paradosso in cui ci hai gettati è che per stare vicini agli altri, bisogna stargli lontani.

L’idea di scriverti mi è venuta da una canzone di Lucio Dalla, il cui inizio, però, è del tutto incongruente con questa mia. “Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’”. Non sei amico, non sei caro e non voglio distrarmi. Anche perché mi accorgo che distrarmi è la mia ginnastica preferita. Prima tutto andava bene pur di non pensare. E allora ti scrivo, così mi proteggo un po’. Non da te, da me. (…)

Ci hai rivelati a noi stessi nella nostra miseria, nella nostra inermità, nel nostro arrogante nulla. Ma la fortuna ci troverà di nuovo, quando avremo una cura, magari un vaccino.

E allora sì che ti faremo il culo, Covid19.

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