Per ora l’unica cosa da fare è restare uniti. Ma quando la guerra al Covid-19 si placherà, allora anche nel centrodestra, in Lombardia, si faranno i conti. Perché quello che più si teme, dalle parti di Forza Italia e Lega, è che quella che una volta era considerata la regione modello dal punto di vista sanitario, dopo l’emergenza possa uscirne a pezzi. Un modello perdente dove gli errori si sono susseguiti uno dietro l’altro. Specialmente se paragonata al Veneto di Zaia.

E a quel punto a farne le spese, politicamente, saranno i due principali alleati. Su Attilio Fontana, infatti, continuano a cadere tegole. L’ultima è la vicenda delle morti al Pio Albergo Trivulzio, con un rimpallo di responsabilità tra Regione e Comune e la possibilità che qualcuno abbia smistato lì anziani malati di Covid. La magistratura è al lavoro e ieri la Regione ha annunciato una commissione d’inchiesta. E c’è il caso della mancata zona rossa ad Alzano e Nembro, con accuse incrociate tra Regione e governo. Ma sono solo le ultime. Ci sono poi gli errori iniziali degli ospedali, i mancati tamponi, le mascherine introvabili.

FI e Lega in superficie sono compatte (“la crisi ha consolidato l’alleanza”, dicono), ma il fuoco cova sotto la cenere. In casa Lega, per esempio, la sensazione è che Fontana abbia concesso troppi riflettori a Giulio Gallera, “così l’assessore si prende i meriti e le rogne le lascia al presidente”, si dice tra i salviniani. Come, ad esempio, la gestione della conferenza stampa quotidiana, alle 17.30, con i numeri quotidiani della Lombardia, presieduta dall’assessore alla Sanità. Oltre alle cifre del disastro (morti e contagiati), ormai nell’immaginario collettivo Fontana è quello che si strozza con la mascherina, mentre Gallera, sfidante in pectore di Beppe Sala a Milano, è quello che ha il polso della situazione. Anche per questo Matteo Salvini, che dalla Lombardia era scomparso, è tornato a sostenere il suo governatore, mentre non ha speso una parola per Zaia, l’unico vero competitor alla sua leadership.

Ma torniamo a Fontana. Che ormai se la deve vedere pure con il fuoco amico. Se a inizio aprile il governatore è stato messo sotto accusa, con una lettera, da sette sindaci targati Pd (Cremona, Bergamo, Brescia, Lecco, Mantova, Milano e Varese), ora le critiche arrivano anche da tanti piccoli comuni di centrodestra. Perché quando i cittadini non trovano risposte dalle Asst (ex Asl), chiamano i sindaci. Come succede a Robbio, in provincia di Pavia. Il cui primo cittadino, Roberto Francese, è molto duro. “Pensavo di vivere in una Regione modello, invece troppe cose non hanno funzionato. Si stanno lasciando morire i lombardi in casa, senza avere la possibilità di fare il tampone o validare i test sierologici. Fanno tante belle conferenze stampa e basta…”. E come lui ce ne sono tanti. Ecco, questo è lo scenario con cui il centrodestra lombardo dovrà confrontarsi, a emergenza finita.

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