È bastato aprire un dibattito onesto sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) – il vecchio fondo salva-Stati tristemente noto in Grecia, Spagna, etc. – perché il sistema politico e di potere esplodesse nel più classico dei “tutti contro tutti”: posizioni diverse, a volte opposte, sono emerse nella maggioranza e dentro lo stesso Pd, all’interno del mondo bancario e intellettuale, ma lo scontro più rilevante e meno decoroso (“sovranismo da operetta” vs “bugiardo e smemorato”) è quello tra Giuseppe Conte e Matteo Salvini, peraltro su fatti accaduti mentre i due erano premier e vice “gialloverdi”.

Dice il primo: “Il delirio collettivo sul Mes è stato suscitato dal leader dell’opposizione, lo stesso che qualche mese fa partecipava ai tavoli discutendo di Mes, perché abbiamo avuto vertici di maggioranza coi massimi esponenti della Lega”. Dice il secondo: “Se fosse onesto direbbe che a quei tavoli, così come a ogni dibattito pubblico, compresi quelli parlamentari, abbiamo sempre detto di no al Mes”. Nessuno dei due, come ricostruito dal Fatto, sta mentendo: ci sono stati incontri, ad uno dei quali ha partecipato Salvini in persona; la posizione della Lega è sempre stata negativa, come del resto quella dei 5 Stelle. È dunque sorprendente, oltre che falso, quanto detto nei giorni scorsi dal capo leghista: “Pare che nei mesi scorsi Conte abbia firmato di notte e di nascosto un accordo in Europa per cambiare il Mes”. Anche il premier, però, pare dimenticare qualcosa.

Com’è noto, quella riforma è in discussione dal dicembre 2018 e se in molti – e non certo solo la Lega – lo ritengono un “enorme rischio” (Ignazio Visco), “un pericolo per l’Italia e gli italiani” (Giampaolo Galli), “una riforma sbagliata a cui l’Italia si deve opporre” (Carlo Cottarelli), forse è il caso di ricostruire come si è arrivati all’attuale formulazione, pur migliore di quella iniziale (“i passaggi più pericolosi sono stati eliminati”, dice l’ex ministro Giovanni Tria, riferendosi alla proposta di rendere automatica la ristrutturazione del debito dei Paesi che chiederanno “aiuto” al Mes).

Durante il periodo gialloverde ci furono, come dice Conte, diversi incontri sul tema del Fondo salva-Stati: inizialmente si trattava di riunioni politiche a cui parteciparono, ad esempio, i sottosegretari grillini al Tesoro Castelli e Villarosa o i presidenti di commissione leghisti Bagnai e Borghi; in vista del Consiglio europeo del 20 e 21 giugno, però, si decise di tenere un vertice al massimo livello.

Il 12 giugno a Palazzo Chigi c’erano il premier e i due vice (Di Maio e Salvini), oltre ai ministri Tria e Fraccaro, al sottosegretario Giancarlo Giorgetti e altri. Secondo quanto ricostruito dal Fatto, il dg del Tesoro Alessandro Rivera aggiornò i presenti sullo stato dell’arte e tracciò un quadro problematico della situazione, nonostante qualche miglioramento peraltro rivendicato da Conte e Tria (“abbiamo trattato al meglio possibile”).

Il parere dei gialloverdi fu di bloccare la riforma, anche minacciando il veto, l’unica carta in mano all’Italia. Una possibilità su cui lo stesso premier si disse d’accordo, tanto più – spiegò – che il nuovo “salva-Stati” viaggiava (e viaggia) più veloce del completamento dell’unione bancaria e del bilancio comune dell’Eurozona, quindi sarebbe stato difficile ottenere modifiche all’interno di uno scambio tra le varie partite all’ordine del giorno (il contrario della “logica di pacchetto” rivendicata da Conte e peraltro disattesa, visto che a dicembre verrà approvato definitivamente solo il Mes).

Quel vertice si tradusse in una risoluzione parlamentare approvata il 19 giugno da M5S e Lega, che impegnava il governo “a opporsi ad assetti normativi che finiscano per costringere alcuni paesi verso percorsi di ristrutturazione predefiniti e automatici” e “a non approvare modifiche (del Mes, ndr) che prevedano condizionalità”. Quel voto obbligava il governo a non votare l’attuale testo di riforma del Mes e in sostanza a porre il veto su di essa: il premier, però, non lo fece allora, né oggi dice cosa intende fare. Forse lo farà il 10 dicembre alle Camere: due giorni prima dell’appuntamento decisivo.

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