Ieri sui siti che riportavano le allarmanti notizie sul ricovero di Andrea Camilleri, si potevano leggere anche le cronache di quanto accadeva a proposito di questo triste episodio sui social network. Brevemente: accanto alle numerosissime manifestazioni d’affetto, vicinanza alla famiglia e solidarietà al maestro siciliano, qualche idiota ha pensato bene di insultare un uomo di 93 anni ricoverato in rianimazione. Motivo? Qualche giorno fa Camilleri era stato ospite di Massimo Giannini a Circo Massimo su Radio Capital. E aveva espresso, come sempre ha fatto, anche alcune opinioni sulla situazione politica attuale.

A una domanda sul crocifisso impugnato da Salvini al famoso comizio ha detto: “Mi dà un senso di vomito”. Il vicepremier gli aveva risposto con i consueti modi liquidatori e sprezzanti (“pensi a scrivere”), ignorando che il ruolo degli intellettuali in un Paese democratico non si riduce allo scrivere romanzi, per quanto belli. Non chiederemo a Salvini di occuparsi della salute della nostra democrazia, che passa attraverso la critica vigile e non il servo encomio, dal momento che ha già tanto da fare con i gabbiani e la complessa geografia delle città americane.

Comunque sia, qualche webete, come lo chiamerebbe Enrico Mentana, ha postato insulti a Camilleri di irriferibile tenore e immediatamente questo fatto circostanziato è diventato un titolo sui maggiori siti. Monitorando i social però, si scopre che trattasi di quattro scappati di casa, in possesso peraltro di scarse nozioni di grammatica: valeva la pena di dar loro così tanto spazio? L’effetto amplificatore – una volta nei giornali se ne parlava molto – non è un deterrente abbastanza convincente? Dopotutto non parliamo di milioni (e nemmeno di migliaia) di persone, ma di una manciata di individui. Forse ciò che fa diventare questi pochi stupidi una notizia è l’orrore che suscitano (in questo caso oggettivo: come si può offendere o canzonare un uomo di 93 anni in coma?). Ovviamente conta il fatto che questi incommentabili commentatori siano riconducibili a quella fetta di opinione pubblica comunemente nota come “fan di Salvini”. Questa polarizzazione dello scontro, va detto, è oltremodo incomprensibile: più i partiti di tutto l’arco costituzionale si svuotano di idee, prestigio e autorevolezza, più le opposte fazioni si accalorano in loro difesa. Una situazione bizzarra.

Tolto di mezzo il côté politico, resta il ruolo dei media che si dovrebbe esercitare con maggior vigilanza. Gli organi di informazione ormai attingono ai social network come fonte d’ispirazione o fonte e basta, quasi che avessero bisogno della legittimazione di quel mondo. Da un lato è chiaro, è stato detto e ripetuto, che i social raccolgono (anche) la feccia della feccia; dall’altro quella feccia esercita un potere (e lo esercita in quanto feccia, non in quanto fenomeno di massa). Spesso le cose che leggiamo e che ci fanno rabbrividire riguardano, come nel caso di Camilleri, un pugno di individui. È forse l’attrazione per l’orribile? Per l’indicibile? Per il lato oscuro dell’umano? Forse, ma più probabilmente è pigrizia. Ci vuole concentrazione per definire i confini del dibattito pubblico e in questo momento – per assurdo, perché si tratta della missione dell’informazione – il sistema dei media sembra meno incline a mediare, accontentandosi di raccontare cose a cui la maggioranza ha già accesso. Così però si condanna all’irrilevanza. Non solo intellettuale.

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