Molto difficilmente, e non solo per ragioni contingenti, in Italia scoppierà una rivolta come quella francese dei gilet gialli. Epperò la dura e violenta protesta antimacroniana è diventata centrale nel nostro dibattito politico negli ultimi giorni. Non solo. Dal premier Conte al ministro dell’Interno Salvini, la suggestione italica di rivendicare o quantomeno giustificare ideologicamente le manifestazioni transalpine può diventare argomento di pressione, in zona Cesarini, nella trattativa finale con l’Unione europea sulla manovra. Non si sa con quale esito.

In ogni caso sono fondamentalmente tre i motivi per cui i gilet gialli restano solo un’arma tattica e strumentale per Cinquestelle e Lega.

Il primo. Il giallo della protesta, in Italia, c’è già stato e ha colorato lo scorso 4 marzo la nuova cartina elettorale, con ampie macchie nel centro-sud, vero motore del 32 per cento del M5S. E questo è senza dubbio un merito dei pentastellati: aver costituzionalizzato la rabbia sociale che va dai ceti medi in giù, come in parte accennato ieri dallo studioso Piero Ignazi su Repubblica. Un po’ come accadde nel 2006, decisamente con numeri diversi, con l’ingresso in Parlamento dei no global grazie a Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti. Non a caso, una frase di Conte dai quotidiani di ieri illumina al meglio questo aspetto: “Noi siamo l’argine alla violenza”. Insomma, a Parigi i gialli stanno in piazza, in Italia a Palazzo Chigi. Per quanto riguarda il M5S va fatta un’altra notazione, confermata dal colloquio di Beppe Grillo con Stefano Feltri sul Fatto di domenica scorsa.

Sia Grillo, sia poi Alessandro Di Battista hanno salutato con entusiasmo i fratelli francesi che indossano il gilet con l’amato colore della vittoria del 4 marzo. Grillo è stato a modo suo acutamente paradossale: “I gilet gialli hanno venti punti di programma, non parlano solo di tasse, vogliono il reddito di cittadinanza, pensioni più alte… tutti temi che abbiamo lanciato noi, ma sui giornali finiscono per aver contestato le tasse sulla benzina, cioè l’unica cosa giusta che ha fatto Macron”. Di Battista ha invece esaltato la rinnovata carica contro la globalizzazione: “Credo che il Movimento 5 Stelle debba dare il massimo supporto a questo movimento di cittadini francesi che chiede diritti, salari giusti, la fine dell’impero delle privatizzazioni e il controllo della finanza da parte degli Stati”. Il punto, allora, è come questa spinta movimentista col gilet giallo possa conciliarsi con il realismo di governo di Conte e Di Maio. La prima risposta arriverà alla fine della dura trattativa con l’Ue e investirà soprattutto l’agognato reddito di cittadinanza. E senza dimenticare che la piazza No Tav di sabato scorso a Torino era trasversale e senza un leader riconoscibile.

Il secondo. Ovviamente, il riflesso catarifrangente dei gilet gialli attira pure l’altro alleato di governo, quel Matteo Salvini che sempre sabato ha battezzato in piazza a Roma la sua nuova Lega, partito pigliatutto legato al culto della personalità del Capitano. Anche Salvini ha voluto notare che in Italia non c’è protesta “perché ci siamo noi a parlare con tutti”.

È altrettanto vero, però, che il leader leghista vanta un’altra parte in commedia: quella di rappresentare interessi diffusi e forti – si pensi al partito del Pil e degli affari – che fanno pendere più dalla parte di Macron che dei rivoltosi. Forse la sintesi verrà dall’eventuale nuovo compromesso con i redivivi corpi intermedi (imprese e sindacati) e soprattutto dal risultato delle prossime elezioni europee, dove la Lega incasserebbe sì un risultato clamoroso ma poi tenterebbe un accordo coi moderati del Ppe. La sensazione è che Salvini, con il suo catch-all party, partito pigliatutto, appunto, stia annacquando il suo originario sovranismo con dosi abbondanti di opportunismo politico, cercando di mettere insieme il gilet giallo con il partito del Pil.

Il terzo. Una protesta come quella francese, in teoria, avrebbe infine bisogno di una sponda dall’opposizione esistente nell’attuale Parlamento. Colpisce invece che nel Pd non sia stata fatta una riflessione che sia una, su quanto sta accadendo dai nostri vicini transalpini. Certo, la mutazione genetica del Pd in partito del centro storico o della Ztl accentua la vocazione macroniana del renzismo o dell’ambizioso Carlo Calenda. Ma studiare, capire, valutare il movimento francese sarebbe forse utile per una forza che aspira a recuperare milioni di voti persi a sinistra a favore di Cinquestelle e astensionismo. Ne uscirebbe fuori un dibattito molto più interessante di quello noioso e grottesco sui candidati alle primarie o sul ruolo di Renzi. Ma la mancanza di analisi è totale, se Marco Revelli è arrivato a dire che nemmeno sul manifesto hanno capito niente dei gilet gialli. Un buio profondo, a sinistra.