“Io vado parlando da anni di ‘democrazia recitativa’, ossia di una finta rappresentazione dove il popolo non decide mai”.

In un testo dal titolo: “I giovani infelici”, scritto nei primi giorni del 1975 (l’anno del suo assassinio), Pier Paolo Pasolini osservava tra l’altro: “Non c’è gruppo di ragazzi, incontrato per strada, che non potrebbe essere un gruppo di criminali. Essi non hanno nessuna luce negli occhi: i lineamenti sono lineamenti contraffatti di automi, senza che niente di personale li caratterizzi da dentro (…) Sono regrediti – sotto l’aspetto esteriore di una maggiore educazione scolastica e di una migliorata condizione di vita – a una rozzezza primitiva. Se da una parte parlano meglio, ossia hanno assimilato il degradante italiano medio – dall’altra sono quasi afasici: parlano vecchi dialetti incomprensibili, o addirittura tacciono, lanciando ogni tanto urli gutturali e interiezioni tutte di carattere osceno”.

Forse se fosse ancora vivo, Pasolini avrebbe potuto aggiornare il ritratto antropologico dei “giovani infelici” osservando in quel video i ragazzotti naziskin del Veneto Fronte Skinheads mentre occupano a Como la sede del gruppo di volontari pro migranti e leggono il triste proclama sulla “patria rovinata” dall’“invasione” degli extracomunitari. Forse lo scrittore avrebbe colto in quei volti gli stessi “lineamenti contraffatti di automi”, dei giovani di quarant’anni fa, “senza che niente di personale li caratterizzi da dentro”.

Ma, sicuramente, Pasolini avrebbe affrontato le domande che, nella ovvia esecrazione generale per il gesto violento, in troppi evitano di porsi. Chi sono davvero costoro? Da quale regressione culturale e sociale provengono?

Ecco: la “democrazia declamatoria” di cui parla lo storico Gentile consiste anche nel coro stentoreo dell’indignazione politica via tweet (e guai a chi non strilla abbastanza). Si processano cioè gli effetti mentre sulle cause che li hanno prodotti, i medesimi esponenti di partito preferiscono nascondere le loro chilometriche code di paglia. Basterebbe, per esempio, che leggessero con attenzione (e capissero) l’ultimo rapporto Censis, là dove si segnala la crescita costante del rancore sociale, della rabbia di chi si sente escluso, di chi è rimasto indietro. E di chi percorrendo la scala sociale in una sola direzione, quella in discesa, scarica le paure contro immigrati, “negri”, zingari, i nuovi appestati a cui dare la caccia. Loro e i volontari che li aiutano, la colonna infame del Terzo millennio.

Il dramma, sostiene Gentile, “è che è venuta meno la passione della democrazia come forma di convivenza”, e per questo “si finisce per accettare ogni sorta di malattia infettiva, anche quelle che scatenano aggressività e violenza”.

E mentre le sigle della galassia nera si moltiplicano (e raccolgono sempre più voti come CasaPound a Ostia) chi avrebbe dovuto asciugare l’acqua dove l’eversione razzista alligna, cominciando a dare qualche risposta concreta alla generazione “infelice” dei senza futuro, si accontenta di lanciare anatemi dal divano di casa.