“Bene le intercettazioni. Non abbiamo nulla da nascondere”. Il giorno in cui alcune sue conversazioni intercettate compaiono sui giornali locali, Chiara Appendino replica con serenità. Si parla dell’inchiesta sul caso Ream in cui la sindaca M5S di Torino, l’assessore al Bilancio Sergio Rolando, l’ex capo di gabinetto Paolo Giordana e il direttore del settore finanze Paolo Lubbia sono indagati a vario titolo per falso ideologico in atto pubblico e abuso d’ufficio in merito alla violazione di una norma sugli impegni di spesa.

Per la procura, entro la fine del 2016 la Città avrebbe dovuto restituire una caparra di cinque milioni di euro alla società Ream, che aveva versato quella somma per avere la prelazione su un’area da riqualificare. Tuttavia quel progetto è stato vinto da un’altra società e quindi il Comune avrebbe dovuto renderli.

Nell’autunno 2016, predisponendo il bilancio di previsione, però, Appendino, Rolando e Giordana convincono l’allora direttrice della sezione Finanza Anna Tornoni che sono in corso trattative con Ream per posticipare il pagamento e non registrarlo tra i debiti. Secondo i pm in verità non c’era nessun accordo in corso: sarebbe un falso in atto pubblico, ma così facendo avrebbero commesso anche un abuso d’ufficio “provocando al Comune di Torino un ingiusto vantaggio patrimoniale”, cioè l’avere a disposizione quei 5 milioni, “contestualmente provocando a Ream un danno ingiusto di pari entità”.

Appendino e Rolando avrebbero ripetuto gli stessi reati l’estate successiva (non più con Giordana, ma con Lubbia) nella preparazione del bilancio di previsione 2017-2019. Al centro di tutto ciò c’era però uno scontro con i revisori dei conti sulla valutazione di alcuni principi contabili introdotti nel 2016. I tre controllori ritenevano che quel debito dovesse essere registrato come “debito fuori bilancio”, ma questo avrebbe costretto Appendino a fare dei tagli per far quadrare i conti disastrati della Città. Così, il 25 luglio scorso, la sindaca – al telefono con l’assessore Rolando – commenta il parere fornito dai revisori: “Ho letto il parere dei revisori. Ma sono matti?”. Risponde l’assessore: “Sono pazzi. Sì, sì lo so”. E in un’altra occasione: “È chiaro che se ci fanno mettere a bilancio adesso i 5 milioni vuol dire farci male”. E Rolando: “Guardate che noi moriremo eh, qui… Moriremo coi revisori”. E lei: “Il loro obiettivo è quello, secondo me”. Comune, a quel punto, la volontà di “pararsi” chiedendo “un parere a un avvocato”.

E così ieri la sindaca ha dovuto commentare: “Che ci fosse un rapporto teso coi revisori dei conti e differenti opinioni rispetto all’iscrizione a bilancio si sapeva. Che il Comune fosse in grande difficoltà finanziaria non l’abbiamo mai nascosto, qualcun altro sosteneva che non fosse così”.

Appendino era più serena da quando, nel febbraio scorso, una delibera della sezione di controllo della Corte dei Conti del Piemonte aveva approvato il bilancio previsionale 2017-2019 e dato ragione alla Giunta affermando che quella caparra (restituita alla Ream a gennaio) potesse non essere registrata nei “debiti fuori bilancio”.

Alla Procura di Torino, però, interessano i reati e non i principi contabili. Anzi, secondo quanto è possibile apprendere, dall’abuso d’ufficio e dalla violazione della norma non è emerso un vantaggio per il Comune, nel senso della città, ma per la giunta, che evitando pasticci coi debiti si è messa al riparo da eventuali commissariamenti. “Stiamo gestendo enti in grandissima difficoltà – ha aggiunto Appendino – e ci siamo assunti la responsabilità di farlo senza creare effetti traumatici sui cittadini. Per questo abbiamo anche fatto la scelta di non andare in pre-dissesto (sorta di amministrazione controllata che avrebbe provocato tagli lineari e aumenti delle tariffe, ndr), perché abbiamo sempre messo davanti l’interesse della città anche rischiando”.