Bisogna domandarsi, ora, alla conclusione dell’inchiesta a carico del regista Fausto Brizzi, che cosa resta sul tavolo di questa gigantesca questione, dopo mesi di polemiche e discussioni. La procura di Roma ha chiesto l’archiviazione perché il fatto non sussiste. Alcune attrici avevano accusato il regista di averle molestate o costrette a rapporti sessuali con lui, dopo averle “provinate” nel suo appartamento. Tre avevano presentato un esposto ai pm: in un caso il racconto non è stato ritenuto plausibile (gli sms scambiati con la ragazza erano cordiali, non compatibili con la violenza); gli altri due invece erano in ritardo.

Le denunce si riferivano a episodi avvenuti in un tempo troppo risalente per i termini di legge, che consente la procedibilità d’ufficio solo se la vittima ha meno di 14 anni, se l’aggressore ha con lei rapporti di parentela, affinità o è un pubblico ufficiale. Come ha giustamente fatto notare Fiorenza Sarzanini sul Corriere il termine di sei mesi per presentare denuncia, previsto in tutti gli altri casi, è troppo breve: bisognerebbe aumentare il tempo a disposizione delle donne o allargare la tipicità dei casi procedibili d’ufficio: “Si tratterebbe di una misura di protezione necessaria proprio per convincere le donne a parlare, per rassicurarle”. Sacrosanto.

Non si deve, per nessuna ragione, però pensare che il fausto (è il caso di dirlo) esito per l’indagato in un episodio archivi una questione con cui le donne devono fare i conti, e non solo nel mondo del cinema. Vale, in questo senso, lo stesso ragionamento fatto tante volte a proposito dei procedimenti a carico dei politici, e di quella grottesca frase che si sente tanto sovente ripetere “aspettiamo il terzo grado di giudizio”. Il giudice non è un’autorità “etica”, è deputato a stabilire una verità processuale, cioè se un fatto sia effettivamente accaduto e se questo configuri o meno una fattispecie di reato.

Qui i magistrati non ravvisano, per questioni di fatto e di procedura, la possibilità di procedere. Ma il tema, anche se non riferito a questi singoli casi, resta. E sbaglia Alba Parietti quando sostiene che è stato tutto inutile. In un’intervista al Giorno ha detto: “Sarebbe stato positivo se si fosse arrivati a un risultato invece si è arrivati a un bel niente: la mentalità non è cambiata, le leggi non sono cambiate, è tutto come prima, forse peggio. Lo vedo come un regresso invece di un progresso. Abbiamo fatto il Mani Pulite del #MeToo ma senza concludere niente. Si è chiacchierato e basta”.

Non è così: intanto la legge di Bilancio 2018 ha introdotto una serie di misure a tutela delle donne vittime di violenza e molestie sui luoghi di lavoro. Agli sportelli dedicati della Uil, fino a novembre 2017, le denunce di casi relativi a molestie sul luogo di lavoro erano circa il dieci per cento. Sono poi saliti al 15, probabilmente proprio grazie al velo che il dibattito pubblico, per quanto sgangherato, ha sollevato su questa questione.

I dati, certo, sono sconfortanti: secondo l’Istat sono 425mila le donne (2,7%) che hanno subito molestie fisiche o estorsioni sessuali sul posto di lavoro negli ultimi tre anni, l’8,9% nel corso della vita. L’1,1% ha subito un ricatto per essere assunta o promossa. Chi non ha il coraggio di denunciare preferisce lasciare il lavoro (22%), tace per vergogna o timore di essere giudicata o non creduta (14,6%). Per questo, anzi per queste donne, bisogna continuare a tenere desta l’attenzione dei media e del legislatore. Senza inquisizioni, ingiuste e controproducenti, ma senza mettere una polvere che è vecchia di decenni sotto il tappeto.