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venerdì 06/10/2017

1968, la rivoluzione è un cold case, dai “famosi” di Valle Giulia all’eskimo di Guccini. Su Fq MillenniuM in edicola

Ferrara, Liguori, Galli della Loggia, Mieli, Fuksas... E Michele Placido con il casco da celerino. Cinquant'anni dopo l'inizio della rivolta, il mensile del Fatto fa raccontare i celebri scontri "cantati" da Pasolini a quelli che c'erano, e poi hanno fatto carriera. E il grande cantautore racconta quegli in un testo inedito, partendo da una delle sue canzoni più famose. Lo storico Giovanni De Luna torna a palazzo Campana a Torino, dove tutto ebbe inizio (nel novembre del '67)

Immaginate una giornata di scontri di piazza durissimi: botte, sassi, molotov, almeno 400 feriti. Al posto dei black bloc, però, ci sono Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Paolo Mieli, Ernesto Galli della Loggia, Paolo Flores d’Arcais, Claudio Petruccioli, Bernardo Bertolucci, Massimiliano Fuksas… E sul fronte opposto, sotto il casco da “celerino”, Michele Placido. Sono solo alcuni dei futuri famosi che il primo marzo 1968 presero parte alla battaglia di Valle Giulia, quella che poi Pasolini eternò nei versi sui poliziotti figli del popolo, schierandosi contro gli studenti “borghesi”. Versi periodicamente riesumati, da destra e non solo, quando volano manganellate. Alcuni di quei famosi ricostruiscono, mezzo secolo dopo, quella giornata storica in un’inchiesta di Fq MillenniuM, il mensile del Fatto diretto da Peter Gomez, da sabato 7 ottobre in edicola con un numero largamente dedicato al ’68. “Mi ricordo un dibattito piuttosto divertente sulle azioni da compiere: qualcuno propose di cominciare a lanciare i sassi, ma poi si disse che i sassi ce li avrebbero rilanciati. Allora si decise per le uova, perché una volta lanciate non potevano tornare indietro”, svela per esempio l’odierna archistar Fuksas.

Fq MillenniuM approfondisce un aspetto dimenticato: la presenza a Valle Giulia di gruppi di fascisti (capitanati da un altro famoso, il leader di Avanguardia nazionale Stefano Delle Chiaie) che si diedero parecchio da fare nelle azioni più violente (sulle prove tecniche di strategia della tensione dei “neri”, Fq MillenniuM pubblica un’inchiesta di Gianni Barbacetto). E Pasolini? A parte che nessuno ricorda il brano di quella stessa poesia in cui l’intellettuale chiarisce “siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia”, la sua presa di posizione divide ancora oggi. “Inopportuna”, secondo Lanfranco Pace, oggi giornalista, allora in piazza a Roma e poi fra i leader di Potere operaio. “La distanza tra molti degli studenti e quei poliziotti era palese”, afferma invece Galli della Loggia, oggi commentatore del Corriere della Sera. “I volti degli uomini in divisa erano davvero volti di contadini”. Per Liguori, che poi andò in Lotta Continua e oggi dirige Tgcom24, fu invece “una risposta viscerale di un intellettuale che ci voleva bene”.

“E quanto son cambiato allora”, canta Francesco Guccini in Eskimo. Il grande cantautore scrive per Fq MillenniuM un testo che dal suo ’68 arriva ai giorni nostri: “Non feci mai parte di nessun gruppetto o movimento”, rievoca. “Ho un ricordo lontano di un sentimento di sospetto verso il Partito comunista. Del resto nutrivo una certa simpatia, anche se un po’ superficiale, per alcune frange anarchiche”. Il ’68 italiano esplode in realtà il 27 novembre 1967, con l’occupazione di palazzo Campana a Torino. Il mensile torna sul luogo del “delitto” con lo storico Giovanni De Luna, a riscoprire vecchie scritte preservate dalle ristrutturazioni (“Il potere politico sta nelle canne dei fucili”, Mao Tse-tung) e a rivivere il clima di quegli anni. A partire dal baronaggio spietato (oggi tutt’altro che scomparso, dicono le cronache), come quello di un grande italianista che agli esami faceva indossare le pattine per non rovinare il parquet e ti bocciava se incespicavi.

Ha senso rivangare il ’68, oggi, quando i suoi protagonisti sono per lo più incanutiti, imborghesiti, accomodati? Fq MillenniuM cerca di raccontare, come si fa con un cold case, un momento storico che ha scosso il mondo. E di sgomberare il campo dalle opposte retoriche che, come spesso succede, annebbiano i fatti.

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