Il contributo

Dante secondo il Bardo. Amore, virtù, Dio: regole che mancano alla politica

In libreria - All’alba del XXI secolo, viene ritrovato e battuto all’asta a Vienna il dramma perduto di Shakespeare: una trilogia teatrale su Dante Alighieri. Comincia da qui, da questo presunto ritrovamento, la trilogia dedicata al Sommo visto da Stratford, che stanno scrivendo Rita Monaldi e Francesco Sorti. Il secondo volume, appena pubblicato, ha per titolo “Ahi. Serva Italia!”. Abbiamo chiesto agli autori di raccontarci la visione dell'amore secondo Dante

Di Rita Monaldi e Francesco Sorti
23 Marzo 2022

La grande storia di Dante Alighieri, messa in scena da William Shakespeare in un ipotetico ultimo dramma ritrovato dopo la sua morte, è una vicenda di intrigo e di corruzione. Se ne occupano, in questo secondo volume della trilogia Dante di Shakespeare, ancora una volta Rita Monaldi e Francesco Sorti, autori di undici libri tradotti in 26 lingue e 60 Paesi che hanno venduto oltre due milioni di copie. A loro abbiamo chiesto di raccontarci cos’è l’amore secondo il Dante del Bardo.


Ci hanno chiesto di scrivere sull’amore visto da Dante, ma possiamo parlarvi solo dell’amore visto da Dante secondo Shakespeare, dato che di questo parlano i nostri libri. Non di Dante in sé, ma di Dante come lo avrebbe fatto rivivere Shakespeare (che conosceva molto bene la Commedia). Se il Dante di Shakespeare sia il vero Dante, come crediamo noi, oppure no, lo lasciamo al libero convincimento di ognuno. E, tutto sommato, direbbe forse il Lamberto Laudisi di pirandelliana memoria, non è poi così importante. Iniziamo, dunque.

Diciamolo subito, in modo da evitare fraintendimenti e false aspettative: per Dante l’amore è Dio. Oppure non è amore, bensì brama (se di denaro), ambizione (se di potere), foia (se di senso); insomma le tre belve lupa, leone e lince, che sbarrano a ogni uomo il cammino verso l’amore. Chi non concordasse col nostro Dante sul fatto che l’amore è Dio, e sentisse rincrudirsi l’orticaria, può anche smettere di leggere qui (Dante avrebbe detto di peggio: vedere Paradiso XVII 129).

Dunque, proseguiamo. Proseguiamo per “noi pochi, noi felici pochi”, come direbbe l’Enrico V di Shakespeare.

Dato che l’amore per Dante è Dio senza “ma” e senza “se”, capiremo bene che l’amore – lungi dall’obnubilare sensi e pensiero – è una forma di intelletto esso stesso: l’intelletto d’amore, via maestra della conoscenza. L’intelletto d’amore permea non solo la sfera dei sentimenti, bensì l’intera vita, sia del singolo che della comunità. In breve, anche la politica è (o dovrebbe essere) intelletto d’amore. E così come non c’è intelletto d’amore senza un’idea assoluta di Bene e di Male data da Dio all’uomo, così non c’è (o non dovrebbe esserci) politica senza un’idea di Bene e di Male data da Dio all’umano consorzio. Questa idea di Bene e di Male tutti gli uomini (e i politici) la portano stampata nel cuore, e sono i dieci comandamenti.

Ecco, quanto sopra è la base, il Bignami dantesco dell’amore, da cui partire per ogni indagine su Dante. Che poi ognuno veda in Dante quello che vuole, è un altro discorso (Pirandello a parte): con i geni è sempre così. I grand’uomini sono un po’ come lo sciroppo di Mary Poppins: ce n’è per tutti i gusti.

Tornando a Dante, anzi al Dante vero, ossia quello di Shakespeare, negare che sia Dio l’unico legittimato a dire quale sia il Bene e quale il Male, non porta a liberarsi di Dio, no: porta a mettere un qualche altro “dio” al posto di Dio, col risultato che, mentre di Dio siamo figli ed eredi, di ogni altro “dio” siamo schiavi. Bell’affare.

Con queste idee ci si alienano le simpatie del mondo. Accadde anche al Sommo Poeta. Iniziò con l’alienarsi l’amicizia del suo “primo amico”, lo scettico Guido Cavalcanti, il quale reagì veementemente alla lettura della Vita Nova, accusando Dante di pensiero vile, per “vile” intendendo “religioso”, roba da popolino, direbbe lui. Ma il Dante che, secondo Guido, un dì ormai lontano aveva sdegnato la “noiosa volgarità”, era esistito quasi solamente nella sua testa, se si eccettuano le rime giovanili in cui il Sommo Poeta, ancora in erba, imitava il Cavalcanti. Eppure Dante aveva dedicato la Vita Nova proprio all’amico: sperava di convertirlo, di trarlo fuori dalla malinconia del miscredente che lo avrebbe ben presto fatto naufragare. Ha provato a dirgli che non c’era motivo di esser tristi, ma c’è purtroppo chi la lieta novella proprio non vuole ascoltarla. E così, Guido, il cui unico problema era che di problemi in vita sua non ne aveva mai avuti (bello, ricco, influente, al contrario di Dante che era malaticcio, orfano e inseguito dai debiti), al primo intoppo, un esilio politico, si depresse, gli crollò il sistema immunitario e morì ancora giovane.

Guido aveva reagito alla Vita Nova anche provando a fare la Cassandra contro Dante. Gli aveva detto: “Vedrai, Amore tanto verrà a te, ti assalterà infinite volte, che ti ghermirà i sensi anche contro la tua volontà, e quando meno te lo aspetti! Altro che angeli e cieli e visioni”. Il che, ad un certo punto, era pure successo – e ce ne resta testimonianza sia nelle Rime cosiddette Petrose (dedicate a un cor lapideum, un cuore di pietra, di biblica memoria) sia nella Commedia, in cui Dante ricorda il passato traviamento – ma come incidente di percorso: chi sa di essere figlio di Re, se cade, si rialza.

Dante aveva provato a spiegare all’amico che il desiderio dell’amore va diretto al cielo, non ripiegato verso il proprio ombelico, verso le viscere, verso il basso in tutti i sensi. Ma Guido lo aveva fermato, non sopportava quella che il suo orgoglio di scettico bollava come una vecchia solfa cistercense. Già, perché i primi cantori dell’amore era stati i monaci, e da essi avevano copiato i trovatori. Dante aveva scritto la Vita Nova prendendo a modello il Cantico cum glossa, cioè il Cantico dei Cantici commentato dai biblisti. A scuola magari non ce lo hanno detto (i noiosissimi, miopi e superficiali, commenti di Sapegno e Bosco hanno fatto generazioni di vittime), ma i modelli di Dante sono sempre poeti mistici, da re Salomone alle veggenti come Matilde di Magdeburgo.

E giacché, come si diceva sopra, il male morale non va distinto dal male politico e dunque il vizioso governerà da vizioso, ecco che Dante inizia la carriera politica con l’applicarvi il principio secondo cui in ogni ambito della vita, politica inclusa, non c’è cosa più importante di Dio-Amore. E si pone le medesime domande da cui parte il maggior trattato politico dell’Europa medievale, il Policraticus del vescovo Giovanni di Salisbury. Lo abbiamo riassunto in un monologo di Dante nel secondo tomo della nostra trilogia shakespeariana, dal titolo, non casuale, Ahi, Serva Italia!. Davvero, si chiede Dante, la virtù civica coincide con la legge e quindi si può essere buoni cittadini senza avere virtù morali? Davvero pensiamo che la violenza civile sia un male politico prima che una degradazione della persona umana? Il male nel governo è solo la lente d’ingrandimento del male dell’anima: lo dilata tanto che lo possiamo osservare con più chiarezza. Tutte le deviazioni del potere sono mali morali ben prima che carenze politiche.

Si dirà: è impossibile reggere le sorti di un popolo rispettando i dieci comandamenti. Certo, risponde il nostro Dante di Shakespeare, ma solo perché il popolo è codardo e adulatore, e non si sente l’animo di sostener il buon diritto. Se lo facesse, la spada del potere si frantumerebbe come un ago di vetro contro un blocco di granito. Invece il potere ha preso il posto di Dio.

Dicevamo, con tali idee arrivano i guai; non a caso, Dante terminò la carriera politica morendo in esilio. Aveva giusto finito il Paradiso, ed era quanto aveva chiesto a Dio-Amore nella chiusa della Vita Nova: di raggiungerlo in cielo appena avesse ultimato la Commedia. Mission completed. Si ritorna alla base.

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