Il contributo

Non basta aggiungere donne alla storia dell’arte per produrre una storia dell’arte femminista

Il festival e il saggio - I femminismi ci hanno insegnato che nessun processo potrà dirsi concluso fino a quando non si cambia tutto

Di Elvira Vannini
24 Gennaio 2024

Cronache dalla fine dell’impero: dal 26 al 28 gennaio a Milano il Festival di Meltemi editore, in collaborazione con Zona autonoma Milano. Un percorso di letture, incontri, dibattiti, musica, socialità e cultura per cercare di capire dove siamo e come possiamo orientarci in un mondo che sembra sempre più schiacciato dall’idea di guerra perpetua. Un tentativo di rimettere al centro temi come l’autodeterminazione dei popoli e le lotte per l’uguaglianza in ogni ambito della nostra esistenza. Tra gli appuntamenti in programma, sabato 27 alle 12:30, la presentazione del volume “Femminismi contro” di Elvira Vannini. Abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci cosa significa “femminismi contro”.


Come ripensare all’articolazione tra arte, genere, decolonialità e potere, rompendo i rapporti di forza e i privilegi di tempo storico che ha agito profondamente, attraverso narrazioni escludenti, eurocentriche e patriarcali, in un sistema artistico di matrice coloniale e capitalista? Come disattivare una narrativa istituzionale basata su marcatori che hanno tenuto fuori dall’impianto dialettico della modernità tutte le eccedenze extra-artistiche, le lotte politiche, le aspirazioni sociali, femministe ed ecologiche che sono passate per l’estetico? L’antologia di saggi Femminismi contro (Meltemi, 2023, a cura di Elvira Vannini) propone uno sguardo cartografico che racconta dissidenze e diaspore geografiche, etniche e identitarie, a differenti latitudini e temporalità storiche. Se è vero che esistono tanti femminismi tante quante sono le forme di patriarcato, l’approccio dei contributi raccolti si colloca in una traiettoria anticapitalista e transnazionale, nella decostruzione del modello di modernità-colonialità occidentale e nella critica al neoliberismo, di cui l’arte rappresenta una delle forme di soggettivazione più efficaci. In tempi di destra (sia politica che intellettuale) è necessario, come affermava Benjamin, “organizzare il pessimismo” e riflettere sul pensiero radicale, soprattutto quello prodotto dai margini.

Quindi non basta aggiungere donne alla storia dell’arte per produrre una storia dell’arte femminista, secondo la storica dell’arte Griselda Pollock, e far “parlare le voci del femminile ovattato dall’ordine fallocentrico, razzista ed eteronormativo”? Come raccontare una storia “altra” che è stata silenziata attraverso una doppia cancellazione, afflitta da stereotipi eteropatriarcali, da una parte, e da un’invisibilità collegata ai processi di colonizzazione e colonialità storici, dall’altra? In una diversità che non ha nomi ma già troppe denominazioni, la prospettiva decoloniale restituisce una mappa complessa che rimanda a diverse posizionalità in termini generazionali, di pratica politica, di identificazione sessuale e razziale da cui rivendicare una lotta comune che continua a far oscillare la struttura sociale nelle sue fondamenta e a costruire reti femministe solidali. Dai movimenti che partono “dal basso” ovvero dall’esperienza diretta delle donne, dal femminismo latinoamericano e caraibico, popolare e comunitario, chicano e indigeno, viene contrapposta, nel saggio di Nelly Richard – critica d’arte che ha assunto un ruolo storico nel movimento femminista cileno – la teoria “alta” giudicata non solo come distante dalla materialità delle lotte ma anche accusata di usare il linguaggio dell’oppressore. Il problema della “differenza” rappresenta uno dei nodi centrali e, forse, più controversi del libro. Per la filmmaker vietnamita-americana Trinh T. Minh-Ha l’identità femminile, nella sua codificazione di genere, è infatti uno degli strumenti del padrone più resistenti.

Senza proporre una traiettoria lineare nella lettura o la volontà di restituire la complessità del dibattito teorico sulla soggettività femminista in rapporto all’arte, l’antologia Femminismi contro ha rappresentato l’occasione per tradurre in italiano testi inediti e paradigmatici con cui inquadrare la costellazione dei femminismi del Sud globale e di realtà periferiche rispetto all’asse eurocentrico della storia dell’arte egemonica e patriarcale che abbiamo ereditato. Il volume si struttura in due momenti, una prima parte di natura più teorico-critica, intitolata “Differente e molteplice”, con saggi di Lucy R. Lippard, Griselda Pollock, Nelly Richard e Trinh T. Minh-ha, che affrontano da prospettive plurali, a tratti contrapposte, la problematicità delle politiche dell’identità e della differenza; una seconda parte “Storie e cartografie di genere” che estende lo sguardo, orientando i contributi di Bojana Pejić sull’Est Europa e quelli più narrativo-discorsivi di Geeta Kapur, Salima Hashmi e Wassyla Tamzali, attraverso i linguaggi, le produzioni artistiche e le vicende locali in diversi contesti.

La potenza dei femminismi che ci parlano viene però dalla dilagante ricomposizione moltitudinaria della marea transfemminista di Ni Una Menos che, negli ultimi anni, ha invaso le strade e le assemblee delle nostre città, dal grido di sorellanza “Donna, vita e libertà” che trascende i confini, dalle montagne del Kurdistan fino alle foreste pluviali del Abya Yala, rendendo visibile la potenza che sostiene il mondo, spaventa e minaccia il potere costituito perché attiva una dinamica di disobbedienza che le forze reazionarie, che ci vorrebbero addomesticatə, mutə e oppressə, temono e cercano di contenere o reprimere, dalla violenta cancellazione della lotta palestinese da parte dei media, perché la Palestina è una questione femminista. Nella promessa di un’alleanza planetaria, le sfide raccolte in Femminismi contro tracciano mappe transnazionali che mettono a fuoco un orizzonte di coalizioni e solidarietà trasversali ai confini. I femminismi ci hanno insegnato che nessun processo potrà dirsi concluso fino a quando non si cambia tutto. La storia (dell’arte) è nostra e dobbiamo raccontarla.

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