Il sud al femminile

Lena, Clelia, Almira, Rosetta, madri e no: le vite raggomitolate di chi non ha più voce per ribellarsi

L'autrice calabrese Marisa Fasanella porta in libreria una raccolta di storie narrate da una protagonista indimenticabile, rinchiusa come le altre in un manicomio femminile

12 Ottobre 2021

A partire dalla sua pervasività nel linguaggio, che poi è il più poderoso strumento di decrittazione del mondo di cui disponiamo, il concetto di madre è concentrico rispetto al nostro immaginario socio-culturale: buona parte del nostro universo di senso vi confluisce. Basti pensare a parole composte quali “lingua madre” o “terra madre”, passando per l’aggettivo “materno” fino all’astrazione semantica di “maternità” intesa per attribuire un’invenzione o un primato, il suo magnetismo ha a che fare con il sangue e l’appartenenza. Soprattutto, ha a che fare con la vita, ovvero con il suo contrario: la morte. E per Marisa Fasanella, autrice calabrese discreta ma tra le più significative del panorama contemporaneo, scrivere equivale ad accarezzare insieme la vita e la morte, scendere nella cantina del sé per dissotterrare i propri morti infinite volte malgré soi.

Risultato di questa discesa personale e segreta agli inferi della memoria privata e collettiva, un’esecuzione ancestrale dal sapore shakespeariano, è il suo ultimo libro, Madri (Storie di Lena di lune e di maree) uscito in libreria per Castelvecchi (pp. 150, euro 16), che grazie a una protagonista indimenticabile – l’impalpabile e felina Lena – la consacra a romanziera matura. Un romanzo di racconti da un mondo di vicoli storti che attorniano sinuosi le mura terrificanti di un manicomio femminile. Innamorato da sempre di Lena, un pescatore oggi anziano che alla sera andava sempre a suonare l’organetto sotto le finestre dell’istituto, sta ad ascoltare le sue storie ora che lei lo ha raggiunto al molo dove lui ha passato l’intera vita ad aspettarla. Cose viste o provate, racconti sentiti o vissuti, leggende ancestrali vere e crudeli come il dolore delle donne rinchiuse dentro quelle mura.

Seguendo il filo del suo intreccio ora onirico ora mostruoso, conosciamo Magda “la cattiva madre”, Piera “la donna che non usciva senza il suo cappello”, Clelia la ragazza madre abbandonata, Lucia la vedova di guerra, Aziza la prostituta bambina. A legarle tutte, la voce particolarissima da incantatrice di Lena, e la sua vita intricata come una matassa di lana, di cui “trovi il bandolo e inizi a dipanarla – scrive Fasanella – e non sai mai se riuscirai ad arrivare all’altro capo del filo”, soprattutto se sei donna e la tua esistenza è infestata da uomini che pretendono tu sia una loro proprietà, una serva, un animale per figliare.

Un romanzo rumoroso, costellato di urla di donne – come Ester che viene bruciata viva nel suo garage dal marito –, delle loro guerre quotidiane, delle loro sconfitte. Ed è qui che Fasanella scende nella cantina del proprio rimosso, pescando nella memoria personale e collettiva della sua esistenza come fatto universale. L’autrice libera la sua ispirazione dal cronachismo inutile che inquadra la vita come una cerimonia di pranzi e cene, la futile descrizione della realtà per come appare. Il paesaggio sullo sfondo sembra quello patriarcale e disperato della Calabria, le sue montagne aspre, la vegetazione secca e le strade tortuose dell’entroterra, ma a chi importa se lo sia davvero o se non sia forse uno sconfinato sud del mondo: non è forse vero che tutti i sud del mondo si somigliano? Ciò che importa è che nella sua scrittura barocca impastata di fango e cielo, attraverso la sua protagonista, la scrittrice si incarica di descrivere ad altezza di occhi un orizzonte che procede incessantemente dall’infino al supremo, dal corporeo al metafisico, dal particolare all’universale, ma dove non c’è futuro o passato. Per questo, il tempo di Lena, Clelia, Almira, Rosetta e le altre donne narrate non è una serie ordinata di anni o stagioni, ma una processione di istanti solitari separati tra loro e incollati insieme dalla scrittura.

Con il romanzo Madri, che ha come centro d’attrazione non dichiarato il corpo delle donne – fantasmatico, spezzettato, sterile, ucciso e di contro immortale perché depositario del potere generativo –, Fasanella mette a fuoco in questi racconti svicolati dalle catene temporali uno stile che denuda e rigenera le immagini del presente e del passato poiché non le specchia, né le riproduce. Insieme a scrittrici quali Rosa Ventrella, Milena Agus, Angela Bubba ed Elisa Ruotolo, si deve a Marisa Fasanella il racconto di un sud al femminile che non smette di colpire i lettori e lasciarli senza fiato.

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