Come diceva Marilyn, le elezioni sono uno spasso. Certamente lo sono quelle per il sindaco di Milano, dove i due candidati principali, Giuseppe Sala per il centrosinistra e Luca Bernardo per il centrodestra, litigano tra loro per esigenze di copione in campagna elettorale, pur essendo sostanzialmente d’accordo sull’essenziale, cioè sui grandi affari che nei prossimi anni stravolgeranno la città proseguendo sulla strada del consumo di suolo, della cementificazione delle aree verdi, dei regali agli immobiliaristi che sono diventati i veri padroni di Milano. Bernardo non è un personaggio da copertina, non è proprio un numero uno, ma è stato infine scelto dal centrodestra (dopo aver provato di tutto e non senza conflitti, divisioni e mali di pancia) per non disturbare troppo Sala e i suoi progetti. Farà una battaglia personale, non per vincere, ma per rafforzare, oltre che il suo considerevole ego, il suo già consistente potere nel mondo della sanità lombarda; e per consolidare il suo blocco di rapporti e relazioni.

Salvo sorprese: non dimentichiamoci che, oltre alla Milano vincente, lucente, patinata e celebrata, la Milano di Expo e del food, delle banche e dei grattacieli, ci sono le periferie e la Milano senza voce, impoverita, impaurita e incattivita. Pronta a votare chiunque si opponga al candidato in technicolor del centro ricco e affluente; forse, chissà, a votare perfino il pediatra di Licia Ronzulli, l’amico di Nicole Minetti, che pure fa parte della stessa Milano di Sala (poi il furbo Bernardo ci regala delle sorprese, scavalcando a sinistra Beppe e opponendosi all’abbattimento dello stadio Meazza e alla speculazione di San Siro).

Lo spasso delle elezioni comincia davvero a mostrarsi nelle liste dei candidati. Quelle che sostengono Sala hanno dentro di tutto, e questo ce lo aspettavamo. Non ci aspettavamo però il candidato nazi-verde: Nicolai Lilin, scrittore italo-russo, esperto di armi da tiro e da taglio, autore di Educazione siberiana, da cui è stato tratto anche il film di Gabriele Salvatores. La sua candidatura è durata poche ore, perché Lilin al primo odore di polemiche se n’è andato da par suo, sbattendo la porta: “Sono troppo anticonformista per stare in questa partita”. Ma il suo passaggio da stella cadente nel cielo di Sala è significativo del metodo con cui si stanno formando le falangi elettorali del candidato-manager: esponiamo sugli scaffali del supermercato Sala (esse lunga) prodotti per tutti i gusti. È la prima legge del marketing: soddisfare le esigenze più varie con prodotti “segmentati” per le diverse fasce del mercato.

Così c’è la Lista Sala, per i suoi sostenitori personali (capolista, il figlio di Carmelo Conte, Emmanuel, grande fan di Bettino Craxi). C’è il Pd, per gli elettori di partito tradizionali. Europa Verde, per gli ecologisti che non stanno lì a guardare il cemento in arrivo sugli ex scali ferroviari, a San Siro e in tutta la città. La lista Milano Unita, per chi vuole ancora sentirsi “di sinistra”, guidata dall’ex capo Cgil Elena Lattuada (a cui voglio un sacco di bene). Volt, lista tipo sardine chic in salsa bocconiana. Poi c’è anche Azione, per i rari e selezionati amanti del genere Carlo Calenda, Più Europa, per i radicali invecchiati (male), Alleanza Civica, per gli amici del buon Franco D’Alfonso e i renziani di Italia Viva che non hanno il coraggio di presentare il loro simbolo.

Il tramontato Lilin era stato entusiasticamente accolto dai poveretti di Europa Verde, che avendo scambiato Sala (campione italiano di consumo di suolo) per un ambientalista, possono ben scambiare Lilin (tifoso della guerra nel Donbass, amico dei fascisti di Lealtà Azione e CasaPound) per un verde europeo. Che spasso, Marilyn.

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