L’ennesima beffa alle sorelle coraggio di Palermo, Maria Rosa e Savina Pilliu, è una cartella esattoriale di 22 mila e 842 euro spedita dall’Agenzia delle Entrate di Palermo che scade in questi giorni. Lo Stato fa l’ennesima pessima figura chiedendo le tasse sulla causa vinta da queste due sorelle che hanno sfidato la mafia del cemento e hanno avuto ragione. Il risarcimento non lo hanno avuto ma lo Stato vuole le tasse lo stesso. La causa riguarda il palazzo di via del Bersagliere 77 a Palermo, vicino a Piazza Leoni, che i lettori del Fatto conoscono bene.

Tutto inizia nel 1990. Le sorelle Pilliu erano proprietarie di alcune case a Palermo e il costruttore Pietro Lo Sicco, forte della sua vicinanza ad ambienti mafiosi, voleva che le cedessero per aumentare la cubatura sul suo suolo attiguo. Quando le Pilliu rifiutarono, Lo Sicco, per costruire il suo palazzo di tre scale e 9 piani, dichiarò al Comune che le particelle fossero già sue e si impegnò a demolire le casette altrui. Poi buttò giù con la ruspa le case sopra e accanto a quelle delle sorelle, rimaste inagibili ma in piedi. La licenza, grazie a una mazzetta all’assessore arrivò subito mentre la demolizione del fabbricato non arrivò mai.

Le sorelle Pilliu hanno lottato per 30 anni e vinto in tutti i tribunali: i giudici amministrativi hanno dato torto alla società di Lo Sicco, difesa allora da Renato Schifani, e hanno annullato la concessione nel 1996. Poi due sentenze civili definitive hanno stabilito che il palazzo debba essere arretrato (cioè abbattuto) per 2,2 metri per rispettare le distanze e che alle Pilliu spetta un risarcimento di 700 mila euro.

Invece il palazzo è rimasto al suo posto e le sorelle non hanno incassato un euro. Le Pilliu avevano iniziato a parlare a luglio 1992 con Paolo Borsellino pochi giorni prima che lo uccidessero. Alla fine il costruttore è stato condannato nel 2001 per truffa, falso e corruzione “soltanto per la resistenza delle Pilliu – scrivono i giudici – che egli pensava di tacitare come gli altri proprietari ricorrendo a offerte generose (o a minacce più o meno velate)”. Poi, sempre grazie anche alle Pilliu, è stato condannato definitivamente a sette anni anche per concorso in associazione mafiosa. Eppure per lo Stato le Pilliu non sono vittime di mafia. Il palazzo delle loro disgrazie, quello di via del Bersagliere, però ha una storia intrisa di mafia. Boss e pentiti in vari processi hanno raccontato che durante la costruzione c’erano contatti tra Lo Sicco e boss di primo livello come Pinuzzo Guastella e Totuccio Lo Piccolo; poi la ditta dei fratelli Graviano, condannati per le stragi del 1992-3, ha fornito i blocchetti per la costruzione; Gioacchino La Barbera ci accompagnava Leoluca Bagarella che voleva prendere un appartamento ma poi lasciò il passo a Giovanni Brusca che ne prese uno tramite un prestanome per la latitanza e due boss erano troppi per uno stabile.

Il genero del costruttore Salvatore Savoca si occupava del cantiere fino alla scomparsa per lupara bianca. Altri inquilini erano il nipote e il figlio dell’autista di Stefano Bontate, Giuseppe Marsalone, ucciso nel 1988. Abitava al settimo piano anche la figlia di Stefano Bontate. Le due figlie di Lo Sicco avevano due appartamenti e l’amministratore giudiziario è stato condannato dalla Corte dei Conti perché non gli chiedeva nemmeno il canone.

Legato alla mafia ma anche ricco e rispettato, Lo Sicco girava su Ferrari 348 e Porsche Carrera (poi sequestrate con centinaia di appartamenti) ed era difeso da un amministrativista di grido come Renato Schifani, futuro presidente del Senato. Nella sentenza di condanna di Pietro Lo Sicco i giudici riconoscono da parte sua “…l’utilizzazione delle amicizie mafiose cercando di far recedere, anche con la minaccia, alcune proprietarie di beni a lui indispensabili site nell’area di via del Bersagliere”. Però quando le sorelle Pilliu fanno richiesta al Comitato del Fondo vittime della mafia di rifondere il risarcimento di 700 mila euro al posto della società confiscata l’ufficio del Ministero dell’Interno il 17 aprile 2019 rigetta la domanda. Secondo la delibera firmata dal viceprefetto Fiorella Fontana non c’è nesso di causalità tra il danno subito e il reato di mafia. L’avvocato Giulio Falgares ha citato in giudizio il Ministero. Intanto è arrivata l’ennesima tegola della cartella esattoriale.

Le sorelle avanzano 700 mila euro per i danni liquidati dalla Corte di Appello con la sentenza del 2018, più gli interessi. Però la società Lopedil, ormai passata all’Agenzia dei beni confiscati alla mafia, non paga. Perché la Sicilcassa ha pignorato quasi tutti gli appartamenti della Lopedil e ha chiesto al tribunale di vendere tutto all’asta per rientrare del prestito dato nel 1992 alla Lopedil. Ormai quasi tutti gli appartamenti sono stati venduti a prezzi convenienti: 1000 euro al metro quadrato. Un secondo piano è andato nel 2019 ai due figli ventenni di Giuseppe Marsalone, arrestato per traffico di droga in Germania nel 2003, a sua volta figlio di Rocco Marsalone e nipote del fratello Salvatore Marsalone, classe ‘53, condannato al maxi processo e in passato arrestato per traffico di droga. Anche Salvatore Marsalone vive da decenni nell’attico e superattico di 400 metri quadrati della scala A con la famiglia. Il mega appartamento è andato all’asta con il garage di 60 metri il 29 ottobre 2020 con una base di 401 mila euro e offerta minima di 300mila. Non è possibile sapere dalla procedura chi lo abbia acquistato.

Le sorelle Pilliu invece avevano ottenuto in affitto dall’amministratore giudiziario dal 2000 l’appartamento prima usato da Brusca per la latitanza. Le sorelle coraggio nella casa dell’uomo che ha schiacciato il telecomando a Capaci sembrava un bel messaggio antimafia. Purtroppo anche qui lo Stato ha dato il peggio di sé: l’amministratore giudiziario ha affittato infatti per errore alle Pilliu un appartamento già venduto nel 1996 da Lo Sicco a un signore che abitava al piano di sopra senza sapere che non era suo. Quando quello sopra è andato all’asta, il signore ha chiesto quello sotto intestato a lui e affittato alle Pilliu nel 2000. Ora c’è una causa in corso. Le sorelle sostengono che l’atto di vendita era nullo perché il palazzo era abusivo e nel 1996 era in piedi la causa per annullare la concessione. Però ora rischiano pure di dover pagare i canoni arretrati. E lo Stato, dopo aver dormito o mal gestito per decenni, ora si risveglia per chiedere le tasse di registro sulla causa vinta dalle Pilliu contro la Lopedil. Visto che la società soccombente nel giudizio non ha un euro, l’Agenzia delle entrate chiede l’imposta del 3 per cento sui 700mila euro a chi ha vinto ed è co-obbligato in solido, cioé alle Pilliu. C’è però un piccolo particolare: le sorelle non hanno mai visto un euro.

Allo Stato resta l’ultima chance di riscatto: il Tribunale di Palermo a breve dovrà decidere se le Pilliu sono vittime della mafia e quindi se il Ministero dell’interno debba pagare almeno il risarcimento di 700 mila euro al posto di Lopedil. Chissà come finirà. Una cosa è certa: se le sorelle Pilliu non sono vittime della mafia sono vittime dello Stato.

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