Come da bambini nei cortili, quando il padrone del pallone decideva le squadre, a volte persino le regole del gioco, tutto. Così rischia di diventare la Serie A. Nelle mani non più dei soliti patron, gli Agnelli, i Lotito, i Cairo, litigiosi su tutto, avidi, egoisti, ma pur sempre legati alla loro squadra, e nemmeno dei colossi stranieri, da Suning in giù. Il dibattito sulla proprietà dei club appartiene al passato: adesso il calcio italiano sta pensando di vendersi proprio il campionato. La Lega è pronta a cedere un pezzo della Serie A a grandi fondi di investimento: Cvc, Bain Capital, promettono miliardi, due, forse addirittura tre, per entrare in società con la Lega calcio e buttarsi nell’affare del pallone, che poi è sempre quello dei diritti tv. Soldi freschi, soldi che fanno gola: l’emergenza Coronavirus, lo stop delle attività sono stati un duro colpo per i conti già traballanti di diversi club.

A fine maggio il n.1 della Figc Gravina aveva annunciato una perdita di 500 milioni causa Covid: forse un’esagerazione per forzare la ripresa, di sicuro mancano all’appello i 130 milioni che Sky non ha ancora pagato per i diritti tv, che da soli valgono in media il 50% del fatturato dei club, senza dimenticare i mancati ricavi da stadio con le porte chiuse. Un disastro, per un campionato che già affonda nei debiti (superiori ai due miliardi e mezzo di euro).

I presidenti hanno bisogno di liquidità, un paio di club sono alla canna del gas (meglio non fare nomi…),queste risorse potrebbero ridare slancio al nostro calcio. Una volta accettate, però, rischiano di cambiare il suo volto: il pallone non sarà più dei tifosi, figuriamoci, non lo è da decenni, ma nemmeno dei presidenti, diventerà un prodotto finanziario da far crescere di valore, economico, non necessariamente sportivo. Sarà un po’ come stringere un patto col diavolo.

I soliti noti dietro l’affare (che non piace a tutti)

L’idea nasce dai diritti tv, perché in fondo tutto nasce da lì. Il piano per il famoso canale della Lega si è arenato, il bando per il prossimo triennio procede a rilento. Certezze su come incassare il miliardo l’anno che manda avanti il carrozzone proprio non ce ne sono. Così i vertici della Confindustria del pallone, in particolare il presidente Paolo Dal Pino, hanno lavorato all’alternativa dell’ingresso dei fondi d’investimento. Non uno qualsiasi, Cvc Capital Partners, società finanziaria britannica specializzata in private equity, che gestisce oltre 52 miliardi di euro tra Europa e Asia, con già diverse esperienze nel settore sportivo.

Come raccontato dal Sole 24 ore, lo schema prevede la costituzione di una nuova società, in cui far confluire tutti i diritti televisivi per i prossimi dieci anni. Questa newco verrebbe valutata circa 10 miliardi di euro, che poi è la somma del miliardo l’anno che i presidenti vogliono per la trasmissione delle partite. Il fondo vi entrerebbe con una quota di minoranza, ancora da stabilire, si parla di 2,2 miliardi di euro per il 20%. La proposta è tanto seria che Cvc vanta un diritto di esclusiva per trattare con la Lega fino al 30 giugno, e a via Rosellini hanno costituito una commissione apposita: ne fanno parte Lotito, Agnelli, il n.1 dell’Atalanta Percassi e De Laurentiis (che però è contrario). Non è il solo.

Ad alimentare gli equivoci c’è la circostanza che l’advisor di Cvc è la banca d’affari Rotschild, della cui filiale italiana è vicepresidente Paolo Scaroni, che però è anche presidente del Cda del Milan, primo a proporre per la guida della Lega il nome del manager Paolo Dal Pino (salvo poi votargli contro al momento dell’elezione, in assemblea succede anche questo).

Non è nemmeno l’unico nome noto che ricorre nella vicenda, visto che la parte legale sarebbe curata dallo studio Gattai, già attivo nella non proprio fortunatissima cessione del club rossonero al cinese Yonghong Li. Le conoscenze personali, le corsie preferenziali in Lega calcio sono sempre quelle che funzionano meglio, anche se ogni tanto prestano il fianco a facili dietrologie di chi vuole vederci un conflitto d’interessi. Ad ogni modo Cvc ha solo sdoganato un tabù: una volta capito che i presidenti sono con l’acqua alla gola e che la Serie A potrebbe essere sul mercato, piovono offerte da ogni parte del mondo. C’è stato un abboccamento, ancora informale, con Fsi, il Fondo strategico italiano, che servirebbe a dare una verniciata tricolore all’operazione, piuttosto indigesta mediaticamente. Molto più concreta la controproposta degli americani di Bain Capital, che di miliardi ne metterebbero addirittura tre, per una quota ovviamente più alta (intorno al 30 per cento). Altre offerte potrebbero arrivare nei prossimi giorni.

Come la Formula 1 e anche il rugby

La trattativa avanza ma non decolla. I contrari sostengono che non si possa proprio fare, perché i diritti tv non appartengono alla Lega ma ai singoli club, e dunque ci vorrebbe l’unanimità di tutte e 20 le società (col rischio poi che in futuro le neopromosse abbiano qualcosa da ridire). Quelli a favore, ribattono che ad essere ceduto sarebbe solo il diritto di commercializzazione, assegnato alla Lega dalla Legge Melandri. E per convincere gli scettici puntano a inserire nel contratto un tetto massimo per i ricavi che potrebbe incassare in futuro il fondo, così da rendere ancora più vantaggiosa l’operazione. Il problema, però, non è tanto normativo, e nemmeno economico, quanto proprio filosofico.

In una logica virtuosa, questi soldi dovrebbero servire a migliorare il calcio italiano: essere vincolati a progetti sani, come stadi e strutture giovanili, dilazionati nel tempo, e poi finanziare il progetto del famoso canale della Lega. È l’idea anche del presidente Dal Pino, invece il rischio concreto è che quasi tutta la torta finisca subito nelle casse dei club, che potranno farci ciò che vogliono. Un tesoretto una tantum, per dare una boccata d’ossigeno ai conti tenuti in piedi con cerotti e plusvalenze, senza un lascito duraturo. E poi a che prezzo. Il calcio perderà la sovranità su stesso. Cvc, o chiunque altro arrivi, sarà il socio di minoranza della Serie A, ma sarà il socio che paga, e chi paga vuole decidere; ad esempio, esprimerebbe il Ceo della nuova società, che formalmente avrebbe competenza solo sulla parte commerciale, ma inevitabilmente finirebbe per incidere anche su quella sportiva. Lo scopo di questi fondi, però, non è fare sport, ma fare soldi: aumentare il valore finanziario del prodotto, che non sempre coincide con quello sportivo. Spesso segue altre logiche. Basta guardare alle discipline dove è già successo. La Formula 1, ad esempio, dal 2006 al 2016 è stata in mano proprio a Cvc: durante quel decennio il suo giro d’affari è cresciuto, ma non si può dire che sia stato un bene per l’automobilismo. Nuova frontiera è il rugby, sempre Cvc è già entrata nel Pro 14 e punta anche al mitico Sei Nazioni: presto per fare bilanci, ma l’ingresso del fondo escluderà l’adozione di un sistema più meritocratico di partecipazione al torneo, già osteggiato dagli attuali organizzatori, non tanto perché l’Italia sia più forte della Georgia (sua possibile sostituta), ma perché Roma è una sede più appetibile della grigia Tbilisi. Il modello sarà sempre più quello degli sport americani, l’entertainment e il business prima del campo. Anche per il pallone: la finale scudetto come il Superbowl, scordatevi i miracoli calcistici che fanno sognare i tifosi ma danneggiano il fatturato (l’Atalanta che soffia il posto in Champions al Milan è un fastidio), persino la retrocessione di una grande piazza in favore del Frosinone di turno potrebbe diventare un problema. Insomma, non sarà più il calcio a decidere sul calcio. L’unica consolazione di tutta la vicenda: visti chi sono i padroni di oggi, e considerati i danni che hanno fatto, almeno questa sarebbe una buona notizia.

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