“A causa del coronavirus e del repentino, drammatico calo di presenze e prenotazioni in albergo, ci troviamo costretti a comunicarle il suo licenziamento”. In poche righe, il benservito che, il 3 marzo, ha ricevuto un dipendente di un hotel ad Abano Terme (Padova). Non un caso isolato, anzi riassume perfettamente quanto sta accadendo a buona parte dei lavoratori stagionali del turismo. Proprio loro rischiano di essere gli “esodati” di questa emergenza sanitaria: pagheranno più di tutti e, almeno per il momento, non potranno aggrapparsi a nessuna misura messa in campo dal governo per limitare i danni economici. Con le strutture vuote, le cancellazioni che arrivano quotidianamente nelle reception, eventi e spettacoli bloccati, i titolari stanno tagliando come possono gli organici. Quelli delle località invernali stanno chiudendo in anticipo la stagione; quelli che operano nelle mete estive stanno rimandando la partenza. E se questi lavoratori non vengono nemmeno assunti, non c’è cassa integrazione che possa proteggerli.

Il risultato è che oltre 200 mila persone, abituate ogni anno a essere chiamate nelle zone turistiche, non sanno che cosa succederà. È una categoria già precaria di suo: i più “fortunati” lavorano per otto mesi, quindi possono coprire il periodo di stop con quattro mesi di sussidio di disoccupazione (la Naspi, come prevista dal Jobs Act, dura la metà dei mesi di servizio). Ma la fetta più grossa è impegnata solo sei mesi, quindi può contare sull’ombrello solo per tre mesi e gli altri tre restano scoperti.

C’è grande preoccupazione attorno al Lago di Garda. Mario (nome di fantasia) lavora da anni in una pizzeria situata sulle rive. “Ogni anno – dice – ai primi di marzo firmo il contratto che dura fino a fine ottobre. Quest’anno, invece, per il momento sono assunto fino al 31 marzo, poi si vedrà. Inoltre, tre colleghi che aspettavano la chiamata sono ancora a casa”. Regna la prudenza, i proprietari stanno iniziando con metà equipaggio sperando in condizioni favorevoli per chiamare i rinforzi, che intanto vivono nell’ansia. “Qui – aggiunge il lavoratore – già in bassa stagione arrivano tedeschi, olandesi e inglesi. In piena estate vengono molti danesi. Ma in questi giorni si sente parlare di disdette fino al 60% delle prenotazioni”.

Un problema che non sta colpendo solo Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Claudia, per esempio, lavora in un albergo a Grosseto che ospita anche congressi. “Dovevo essere assunta il 15 marzo – racconta – ma l’azienda mi ha detto che sono saltati gli eventi previsti, per il momento non apre e io devo stare in attesa”. Un bel guaio, visto che sta scadendo la disoccupazione. “In genere – ricorda – inizio a metà marzo, con un contratto a chiamata fino a metà aprile. Poi parte un tempo pieno fino a settembre, poi torno con rapporto a chiamata per gli eventi fino dicembre”. I primi mesi dell’anno, dunque, è costretta a riposare per la chiusura dell’hotel. Quest’anno, però, la fermata è più lunga del previsto, e soprattutto la riapertura non ha ancora data certa. “Se non rientriamo – fa notare – non so nemmeno come pagare la luce e l’acqua”. Rimanendo in Toscana, sul Tirreno si parla di alloggi che hanno posticipato l’apertura a dopo Pasqua e altri che addirittura non sanno se potranno avviare le attività. Storie identiche vengono dal lago di Como, con persone che si stavano preparando per mettersi all’opera da metà marzo ma ora sono entrati pure loro in questo limbo. A Cortina, gli studi dei consulenti pare siano tempestati quotidianamente dalle chiamate degli albergatori che chiedono di chiudere in anticipo i contratti di lavoro.

L’onda del coronavirus non ha dato agli stagionali nemmeno il tempo di respirare. Gli invernali sono stati mandati a casa, gli estivi non sono nemmeno riusciti a partire. Sono rimasti disoccupati, con il sussidio in scadenza e non potranno trarre beneficio dalla cassa integrazione, per quanto generosa: per loro serve uno strumento apposito. La deputata del Movimento Cinque Stelle Teresa Manzo ne è consapevole e ha detto che si sta cercando di “individuare misure capaci di sostenerli e aiutarli in questa fase così delicata”. Secondo Giovanni Cafagna dell’Associazione nazionale lavoratori stagionali, una soluzione potrebbe consistere, per iniziare, nel “prolungamento fino al 15 aprile della Naspi per chi ha fatto domanda nel 2019”. In attesa che qualcosa si smuova, per ora sono i lavoratori del turismo a stare “in vacanza”. La peggiore che si potesse immaginare.

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