C’è l’Alitalia che prova ad approfittare del coronavirus per mettere in cassa integrazione ben 4 mila persone. Ci sono grandi aziende, come Vodafone e Abb che tentano di far pagare ai dipendenti – attraverso il consumo delle ferie – le giornate di stop alle attività dovute all’emergenza sanitaria. C’è soprattutto il pressing di tante categorie affinché il governo, in un momento così difficile, introduca ammortizzatori sociali generosi per dare il via libera a esuberi. E il colosso mondiale dei viaggi Expedia che fa cadere proprio in questa fase l’annuncio di una sforbiciata da 3 mila posti di lavoro in tutto il mondo. Nel mondo del lavoro, non c’è solo la novità positiva delle aziende italiane che, finalmente, stanno scoprendo i vantaggi dello smart working. Il timore è che oltre ai danni diretti dei quali si sta parlando – cioè le difficoltà non prevedibili causate dal virus – possa cogliere questa fase concitata come pretesto per far entrare in tagli ai costi e ricorsi massicci ai sussidi. L’annuncio dell’Alitalia ha fatto nascere più di un dubbio. L’obiettivo della compagnia è usare la cassa straordinaria (quella prevista per le grosse crisi e non per le flessioni transitorie) fino alla fine di ottobre per 3.960 dipendenti. Ai 1.175 previsti inizialmente vuole aggiungerne 2.785 per gli imprevisti legati all’emergenza. “Numeri assolutamente inaccettabili e immotivati nonostante il coronavirus”, ha detto Fabrizio Cuscito della Filt Cgil. Tutte le imprese che si ritengono colpite, in modo diretto o indiretto, attendono dunque il decreto con gli ammortizzatori sociali in deroga.

Nel frattempo, il modo in cui sono state gestite le giornate con la produzione ferma ha creato malumori. Ieri, per esempio, era prevista la chiusura di molte sedi italiane della Vodafone. Una scelta definita dalla Slc Cgil “di dubbia pertinenza con l’emergenza”. Il tentativo è stato indurre i lavoratori a utilizzare un giorno di ferie. Il sindacato si è opposto a questa impostazione, perché di fatto avrebbe costretto gli addetti a pagare di tasca propria, con la rinuncia a un futuro giorno di riposo, le conseguenze di una decisione aziendale che tra l’altro non dipendeva da disposizioni delle autorità. La situazione è rientrata. “La chiusura è stata confinata a chi aveva residui di ferie. Diciamo che, da parte di un grande gestore, questa cosa poteva essere evitata, ma penso sia solo stata comunicata male in un primo momento”, spiega Riccardo Saccone della Slc. Simile la mossa dell’Abb. La multinazionale dell’elettrotecnica ha avviato il telelavoro per gli impiegati delle sedi lombarde, mentre lunedì e martedì ha tenuto gli operai a casa. “Hanno detto di non andare al lavoro – ha raccontato Mirco Rota della Fiom – poi hanno chiamato le rappresentanze sindacali per fare l’accordo e coprire con giornate di ferie. Abbiamo detto no, l’azienda non ha facoltà di tenere fermi per sua scelta i lavoratori e non pagarli”.

L’Italia, ora, è un coro di imprese che preparano l’assalto alla cassa integrazione. Ci sperano nel turismo, nella ristorazione, nello spettacolo e anche le scuole private. “È importante che arrivi un ammortizzatore per i lavoratori che oggi sono sprovvisti di tutele, come quelli delle piccole aziende – fa notare Stefano Franzoni, segretario aggiunto UilTucs –. Con uno strumento generalizzato, è chiaro che c’è il rischio anche di un uso strumentale e bisognerà vigilare”. Restando nel turismo, ma guardando fuori dall’Italia, il sito di viaggi Expedia ha scelto un tempismo perfetto per annunciare il taglio di 3 mila lavoratori nel mondo. Il 2019 è andato male, la concorrenza è dura da combattere: serve una cura dimagrante da 500 milioni di dollari l’anno. Un annuncio molto doloroso, buttato nel mezzo dell’epidemia potrebbe sembrare più giustificabile.

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