“L’ultima volta che un governo ci ha chiesto di quanta manodopera straniera abbiamo bisogno?”. Al presidente di Confindustria viene da ridere. A Cernobbio si stanno chiudendo i lavori del Forum Ambrosetti e Vincenzo Boccia infila una lunga serie di interviste. Dopo aver ragionato di crescita, cuneo fiscale, investimenti, l’ultima domanda sembra un po’ fuori luogo. O forse no. “Da tempo non affrontiamo più certe questioni”, riparte subito Boccia, ma il tono si fa serio: “Se blocchiamo i porti creiamo un blocco anche su questi temi”. I dati dicono che siamo ultimi in Europa per numero di permessi di lavoro agli stranieri: 0,23 nuovi ingressi per mille abitanti nel 2018, record negativo di una parabola imboccata ormai da anni. Eppure il Paese invecchia e la natalità ai minimi storici mette a repentaglio il futuro del nostro welfare. Possibile che nel 2018 gli ingressi per lavoro siano appena 13.877? La Polonia ne conta 600mila. Tanto che il Gruppo di Visegrád vanta da solo il 60% degli ingressi in Ue per ragioni occupazionali (elaborazione Fondazione Leone Moressa su dati Eurostat 2018). Ma il paragone che preoccupa la classe produttiva presente a Cernobbio è quello con l’Italia del passato. Che nel 2007 emanava decreti flussi da 250mila permessi di lavoro e in meno di dieci anni è scesa a poche migliaia (dati Viminale).

È vero, c’è stata la crisi. Ma quali sono oggi le reali esigenze del sistema Italia? In base a quale criterio si sono decise le quote (identiche) degli ultimi cinque anni? Rispondere è quasi impossibile, perché il Documento di programmazione triennale previsto dalla legge non lo redige più nessun governo: l’ultimo è del 2006, c’era Prodi. Sarà che il nostro sistema produttivo può fare a meno degli stranieri? Esattamente l’opposto, stando a quanto affermano i suoi rappresentanti. “Il nostro centro studi”, racconta Emanuele Orsini di FederlegnoArredo, “calcola che da qui al 2021 il nostro settore avrà bisogno di 20mila nuovi occupati”. E chiarisce che si tratta soprattutto di piccole e medie imprese dove la maggioranza della manodopera è straniera. “Gli immigrati sono un ambito dove formare questa manodopera, un grosso innesto per la nostra economia”, fa eco Achille Colombo Clerici di Assoedilizia, altra associazione di settore a elevata presenza di extracomunitari. E c’è chi va oltre. Per il presidente di Brembo, Alberto Bombassei, “non è solo questione di numeri”, e chiede “un progetto politico sull’integrazione degli extracomunitari”. “Poi”, aggiunge l’ex deputato di Mario Monti, “abbiamo tanti italiani disoccupati”. Che la concorrenza tra italiani e stranieri sia un fenomeno marginale e circoscritto ad aree a bassa specializzazione lo dice il il nuovo Rapporto su stranieri e mercato del lavoro pubblicato a luglio dal ministero del Lavoro. “Gli immigrati fanno lavori molto diversi dai nativi”, si legge. Ma statistiche e numeri non bastano a rassicurare quanti continuano a sentirsi minacciati dall’immigrazione. “Proprio perché la disoccupazione è elevata bisogna ragionare in termini selettivi”, ribatte Riccardo Illy. “Domanda e offerta spesso non combinano e le aziende non trovano i lavoratori di cui hanno bisogno”. Raffaele De Nigris dell’omonimo e storico acetificio la mette giù dura: “I livelli apicali non li trovi perché fuggono all’estero, e la manodopera è scarsa perché i canali per intercettare quella straniera sono insufficienti. Siamo in mezzo a un guado”. Quindi il lavoro ci sarebbe? “Sicuramente”. E allora? “E allora l’immigrazione va gestita”, insiste Illy, che rilancia la richiesta di un cambio di paradigma: “Oltre alla gestione degli arrivi servono inserimento e integrazione”.

Meno ingressi regolari, più economia sommersa

Altro che “discontinuità” col governo gialloverde. Stando ai numeri e alla normativa vigente, le proposte raccolte sembrano più una rivoluzione. “L’Italia non ha più una strategia in merito, ed entrare regolarmente per lavoro è ormai impossibile”, commenta William Chiaromonte, ricercatore di diritto del Lavoro all’Università di Firenze. “La causa principale è la disciplina legislativa che pretende di far incontrare domanda e offerta quando l’aspirante è ancora nel suo Paese d’origine”, dice, spiegando che il nostro è un mercato del lavoro dove la chiamata è spesso nominativa, tra persone che già si conoscono. Eppure, in un Paese che da qui al 2023 avrà bisogno di tre milioni di nuovi occupati (dati Unioncamere), non c’è alternativa. Al contrario c’è chi ci guadagna.

Se il percorso regolare si estingue, gli immigrati economici ingrossano le fila dei richiedenti asilo allungando i tempi della burocrazia dell’accoglienza. Poi, visto che nessuno può assumerli e nessuno li rimpatria, entrano nel mercato nero. “Una distorsione che arricchisce la criminalità e ha sconvolto settori macroscopici come edilizia e agricoltura”, denuncia Chiaromonte. Le dimensioni del fenomeno? Gli stranieri sono il 74% dei lavoratori domestici, il 56% dei badanti, fino al 40% dei braccianti di agricoltura e allevamento (Istat). Facile immaginare cosa significhi la drastica riduzione dei permessi di lavoro in settori già caratterizzati da ampie quote di sommerso. Sono uomini e donne che non pagano tasse, contributi, che non contribuiscono alla crescita del Pil.

Lo straniero conviene: l’incasso supera la spesa

“Se investissimo nelle persone che arrivano in Italia probabilmente ne caveremmo molto di più rispetto alla sensazione che vengano a fare solo lavori di bassa qualità, peraltro lavori dei quali in Italia continuiamo ad avere un gran bisogno”, sostiene il presidente del gruppo Falk, Enrico Falck. È convinto che tanta parte dei lavoratori stranieri sia sovraistruita rispetto alle mansioni che svolge. A voler verificare si scopre che si tratta del 37,4% degli stranieri, mentre tra gli italiani è il 22% (Idos 2017). Ma sono tempi duri per chi la pensa come Falck.

Fondi europei sprecati: non si vuole l’integrazione

La giunta leghista della Provincia Autonoma di Trento ha appena rinunciato a 1 milione di fondi europei (Fondo asilo, migrazione e integrazione) destinati ai corsi di italiano per stranieri. Soldi che l’Italia non riceverà. Mentre il Friuli Venezia Giulia, sempre a guida Lega, sta tentando di usarli per i rimpatri volontari. Che manchi un piano unitario è evidente. Come ci siamo arrivati? Lo chiediamo ad Andrea Stuppini, per anni rappresentante delle Regioni nel Comitato tecnico nazionale sull’immigrazione. “Nei primi anni Duemila i decreti flussi rispondevano alle associazioni datoriali che chiedevano centinaia di migliaia di stranieri – racconta – Già allora il grande assente era la politica per l’integrazione. Così, in mancanza di un progetto robusto, una legislazione già ridimensionata dalla Bossi–Fini venne definitivamente travolta da crisi economica ed emergenze umanitarie. E i permessi di lavoro diventarono un fenomeno da limitare al massimo”. Un esito che imputa “a scelte politiche”. Vie d’uscita? “Ricostruire un rapporto forte tra lavoro e integrazione, cambiando le norme e ripristinando l’istituto dello sponsor, che permetteva ad associazioni pubbliche di garantire per la persona, così che l’incontro con il datore potesse avvenire anche in Italia”.

Da ultimo, “serve un dialogo con i Paesi africani di provenienza”. Un parere diffuso tra gli industriali: “Un modo per dare ordine ai flussi è formare le persone a monte”, ragiona Giampiero Massolo di Fincantieri, che nel Nordest fatica “a trovare carpentieri e saldatori che dobbiamo importare dal Bangladesh”. E Boccia di Confindustria ha già la proposta: “L’industria europea a partire da quella italiana, attraverso partenariati industriali in quei paesi e col nostro governo, può fare un’operazione rilevante nell’interesse di tutti”. Ma proprio tutti. Dalla sanità alla scuola, dai servizi sociali all’accoglienza, lo Stato spende per gli immigrati meno di quanto non incassi in tasse e contributi dai 2,3 milioni di stranieri che dichiarano redditi. I dati sono quelli del 2016, anno record per numero di sbarchi. Eppure il saldo è positivo: tra +1,7 e +3 miliardi di euro (Dossier statistico immigrazione 2018 Idos).

“Tra invecchiamento e natalità ai minimi, in 20 anni i residenti in età da lavoro passeranno da 36 a 29 milioni: fossimo un paese normale, ci interrogheremmo sul nostro futuro”, commenta il portavoce di ASviS ed ex presidente Istat Enrico Giovannini. E sul futuro aggiunge un aneddoto: “Un anno fa proponemmo al governo di istituire un centro di studi sul futuro accanto alla presidenza del Consiglio, come in molti altri paesi. Ci è stato risposto che non è una proposta interessante. Ora che il governo è cambiato speriamo che anche certe risposte possano cambiare”.

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