La comunità internazionale resta col fiato sospeso per i roghi che stanno devastando l’Amazzonia. “La maggior parte – secondo l’antropologo e divulgatore scientifico Yurij Castelfranchi, docente dell’Università federale di Minas Gerais in Brasile – sono legati all’espansione dell’agrobusiness”.

Professore, ne è sicuro?
Non è propriamente questo il periodo per roghi di queste dimensioni e nessuno fra gli esperti individua la causa nella stagione secca o nel vento. I punti del Paese maggiormente colpiti sono proprio quelli conosciuti da tempo per l’agrobusiness. È molto facile da verificare, basta un satellite. C’è l’intenzione di distruggere aree protette per renderle coltivabili. In concomitanza ci sono attacchi di terrorismo politico agli enti governativi che si occupano di ambiente. Il governo Bolsonaro ha rimesso il Brasile in una condizione di colonialismo, soggetto all’esportazione di commodities di bassissimo costo, come minerali, carne e prodotti agricoli. Gli incendi hanno a che fare con questo: distruggere la foresta per fare spazio a nuove piantagioni di soia e allevamenti di bestiame. Lui ha autorizzato politicamente i deforestatori garantendogli l’immunità. Ha cambiato i vertici di vari dipartimenti governativi. I latifondisti sanno che sono legittimati persino a uccidere. È in corso un far west, specialmente nelle regioni amazzoniche e dell’entroterra.

Perché accusare le Ong?
È un classico del governo Bolsonaro, che usa le stesse tattiche della post-verità di Trump, servendosi di una mitragliatrice di calunnie. I bersagli sono gli ambientalisti, le università e gli indigeni. L’attacco alle Ong è durato 24 ore, perché lui stesso ha dovuto ammettere che è probabile che i fuochi siano stati appiccati dagli agricoltori. Il suo scopo è di sviare l’opinione pubblica per fare in modo che i più fanatici, il 10-15% degli elettori, facciano circolare sui social network queste teorie della cospirazione di comunisti, alleati con ambientalisti, multinazionali e governi stranieri, per appropriarsi dell’Amazzonia.

È vero che non ci sono mezzi per domare gli incendi?
I mezzi non li abbiamo perché Bolsonaro li ha distrutti. Ha tagliato tutti i fondi alle politiche ambientali, ha distrutto politicamente gli enti spostando le competenze in altri ministeri che hanno tutelano altri interessi. La crisi economica è una scusa. I tagli che ha fatto sono avvenuti in concomitanza con un’iniezione di liquidità ai parlamentari.

E l’opinione pubblica da che parte sta?
È polarizzata, divisa. C’è un contesto di campagna elettorale perpetua. Il governo di fatto non è mai cominciato. Non ci sono politiche pubbliche. Ci sono conflitti interni al governo giganteschi. C’è un clima fatto di toni violenti. La maggior parte dei brasiliani è preoccupata, per questo Bolsonaro ha fatto un passo indietro sugli incendi, ammettendo che sono stati appiccati dall’agrobusiness.

In che condizioni versano i popoli indigeni?
La situazione è più drammatica che mai. Al limite del disastro umanitario. È in corso un vero e proprio crimine contro l’umanità. Sono stati legittimati gli attacchi nei confronti degli indios. Ci sono scontri ed epidemie. I garimpeiros, i cercatori d’oro, hanno invaso la terra Yanomami e altre regioni remote. Ci sono già morti. Dadiv Yanomami, che è lo sciamano, intellettuale indigeno più noto, è stato minacciato di morte pochi giorni fa. Gli indios stanno manifestando un’enorme capacità di resistenza e le donne stanno avendo un ruolo importantissimo. Gli indios brasiliani sono un baluardo importante per la difesa della democrazia.

È d’accordo con Macron che quella dell’Amazzonia è una questione internazionale?
Certo, e va trattata come una crisi diplomatica internazionale. Bolsonaro, come tutti i nazionalisti, reagisce come se fosse minacciata la sovranità nazionale, avallando l’idea che esista un piano diabolico di espropriazione dell’Amazzonia per farne un protettorato internazionale. Ci sono già moltissimi appelli alla comunità internazionale per la difesa dei popoli indigeni, dell’Amazzonia e dell’università. Ci sono lettere aperte su riviste come Science e Nature. Del resto è in ballo l’equilibrio climatico e idrico mondiale.

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