Pubblichiamo un’anticipazione di Titanic. Come Renzi ha affondato la sinistra, il libro di Chiara Geloni, con postfazione di Pier Luigi Bersani, in libreria da oggi per PaperFirst

Dall’entourage renziano in quelle prime settimane del 2017 trapela, senza neanche troppa preoccupazione di nasconderla, una strategia sempre più chiara: andare di corsa alle primarie per ottenere per Renzi una nuova investitura da rimettere in gioco subito, in elezioni da svolgersi a giugno. Obiettivo Palazzo Chigi, naturalmente. Per vie ovviamente informali e non confermate, ai dirigenti della minoranza arriva addirittura il seguente messaggio: se non vi mettete di traverso sulle elezioni anticipate, Matteo ve lo riconoscerà quando sarà il momento di fare le liste… Arriverebbe così a compimento un disegno che realizzerebbe tutte le preoccupazioni della minoranza: il Parlamento, e la vita stessa della legislatura, sarebbero definitivamente sottomessi alla volontà di un partito in cui i meccanismi plebiscitari ormai prevalgono su qualsiasi logica politica. Restare nel Pd significa ormai vivere pericolosamente vicini a quel confine oltre il quale la sinistra non può e non vuole spingersi, quello della fedeltà all’impostazione democratica della Costituzione.

Nella minoranza Pd è di fatto costituita in quei giorni una sorta di war room che si riunisce ad horas, spesso a pranzo in un ristorante tra Camera e Senato. (…) È Davide Zoggia, durante uno di quei pranzi di inizio 2017, a dire per primo ed esplicitamente che è il momento di prendere la decisione su cui ormai da settimane si ragiona e ci si interroga: “Dai basta, bisogna rompere: dobbiamo organizzarci per uscire dal Pd”. La prima reazione è proprio di Bersani, che risponde: “Capisco che ormai l’alternativa è andare via dal Pd o andarsene a casa, però non dovete contare su di me. Io me ne vado a casa”.

Da segretario a scissionista, a Bersani sembra troppo: il suo istinto sarebbe quello di chiudere qui, di lasciar fare ad altri un passo che anche lui ormai sa inevitabile. C’è un breve istante di gelo, intorno al tavolo, ma è davvero solo un istante. Prima che chiunque, o Bersani stesso, possa aggiungere una sola parola che possa in futuro avere un peso o dover essere ritrattata, Migliavacca chiude fulmineamente lo spazio per il dibattito: “Ora non è il momento di discutere di questo”. Conosce Bersani meglio di tutti, a quel tavolo. Sa che insistere adesso sarebbe inutile, come probabilmente sa anche che saranno i fatti, le persone a convincerlo: “Sarebbe sembrata una diserzione”, ammette Bersani. “Ho capito che non potevo dire ‘andiamo a riprendere i nostri fratelli nel bosco’, e intanto nel bosco andarci io. Restare era un’umiliazione continua, giorno dopo giorno mi sentivo chiedere dalla gente: ma che cosa ci fai ancora lì? E sapevo cosa i renziani andavano dicendo di me in giro… Il mio istinto sarebbe stato quello di tornarmene al mio paese, ma poi come fai ad abbandonare la tua compagnia in un momento come quello? Sarebbe suonato come un tutti a casa. Sono state settimane tribolate”, rivela.

Tutto procede così, senza alcuna pianificazione e premeditazione, verso l’esito che la minoranza Pd ha sempre escluso dall’orizzonte delle cose possibili. (…) Non è un problema di “posti”, ma di argomenti: il problema, paradossalmente, è proprio cosa fare non se Renzi non li candida, ma se li candida. Come si fa ad affrontare una campagna elettorale da candidati del Pd?, si chiedono. Cosa andiamo a dire alla gente, quando non siamo d’accordo su niente? Con quali argomenti possiamo convincere chi si fida di noi a votare il Partito democratico?