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venerdì 08/02/2019

PopVicenza, chi scrive dei conti dei servizi segreti rischia il carcere

Nicola Borzi e Francesco Bonazzi scoprono di essere indagati a Roma da 15 mesi per i loro articoli. Il reato contestato è rivelazione di segreto di Stato per aver ottenuto l’elenco dei pagamenti a personale di Dis, Aisi e Aise

A quasi 15 mesi dagli articoli sui conti dei servizi segreti nel gruppo Banca Popolare di Vicenza, pubblicati il 15 novembre 2017 sulla Verità e il 16 e 17 novembre seguenti sul Sole 24 Ore, dopo le perquisizioni e i sequestri dei propri archivi digitali, i giornalisti Francesco Bonazzi della Verità e Nicola Borzi, all’epoca al Sole 24 Ore e ora collaboratore del Fatto, scoprono di essere stati indagati per oltre un anno dalla Procura di Roma.

Gli avvocati di Bonazzi e Borzi, insieme a quello di una terza persona, hanno ricevuto nei giorni scorsi l’avviso di conclusione delle indagini firmato dal pm Sergio Colaiocco e dal procuratore aggiunto Francesco Caporale. Il reato contestato è rivelazione di segreto di Stato per aver ottenuto l’elenco dei pagamenti a personale di Dis, Aisi e Aise. Ora la procura potrebbe chiedere il rinvio a giudizio dei tre: in caso di condanna, la pena non può essere inferiore a cinque anni.

Borzi e Bonazzi avevano scritto dei conti correnti aperti nella filiale romana di via Bissolati di Banca Nuova, gruppo Popolare di Vicenza, dalla Presidenza del Consiglio e dai Servizi segreti. Si trattava di quasi 1.600 operazioni bancarie per oltre 642 milioni, effettuate dal 17 giugno 2009 al 25 gennaio 2013 tra il quarto governo Berlusconi e l’era Monti. Tra i beneficiari c’erano contabili del ministero dell’Interno, personale della Protezione civile e del Dipartimento Vigili del fuoco, funzionari del Consiglio superiore della Magistratura, avvocati, dirigenti medici, vertici di autorità portuali, giovani autori e registi tv, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica e fumettisti vicini al mondo dei centri sociali, figure apicali dell’intelligence italiana, alti funzionari dei Servizi e delle forze dell’ordine, ufficiali del Carabinieri con ruoli in sedi estere ed ispettori della Polizia di Stato.

Il 17 novembre 2017 la Guardia di Finanza, su disposizione del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, aveva acquisito a Roma da Francesco Bonazzi de La Verità una chiavetta con i documenti richiesti. Anche Borzi aveva consegnato i documenti contenuti in una chiavetta, ma i Finanzieri avevano smontato il disco rigido del suo computer nella redazione del Sole 24 Ore a Milano sequestrandogli archivio, email, numeri di telefono. Una copia dell’archivio digitale era stata riconsegnata a Borzi solo il 31 gennaio 2018.

Basta il sospetto di una violazione di segreto d’ufficio e scatta la perquisizione per scoprire le fonti di chi ha pubblicato la notizia: è una pratica censurata dalla Cassazione e da norme e sentenze europee. Eppure accade sempre più spesso. Proteste erano arrivate dalla Federazione Nazionale della Stampa e dall’Associazione lombarda dei giornalisti che avevano condiviso il comunicato del Comitato di Redazione del Sole 24 Ore: “Non è ammissibile che venga violato in questo modo il vincolo del segreto professionale che tutela la riservatezza delle fonti, cardine del lavoro giornalistico”.

Nei giorni successivi Nicola Borzi scriveva su Facebook “Il mio telefono è sotto controllo. I miei post su Fb sono filtrati e appaiono a distanza di minuti. La mia carta di credito privata venerdì sera è stata disattivata e riattivata solo sabato mattina. Il mio archivio digitale di 15 anni di lavoro mi è stato sequestrato”. Quindici mesi dopo, ora Borzi e Bonazzi scoprono di rischiare non meno di 5 anni di carcere per aver fatto il loro lavoro di giornalisti.

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