Il passo è veloce, il tono di voce anche: “Ho pochi minuti, ma credo sia il tempo di dire alcune cose”. Il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra scende le scale del Senato, dove anche ieri i Cinque Stelle hanno discusso tra loro del caso Diciotti, ossia del voto sul rinvio a processo per sequestro di persona di Matteo Salvini. Nessuna assemblea questa volta, ma un confronto nella pancia di Palazzo Madama. Perché questo per il M5S è uno snodo.

Lei nell’assemblea di martedì ha preso la parola e si è espresso per il sì, “perché non possiamo dimenticare i nostri principi”.

Premetto che noi del Movimento in queste ore dobbiamo essere innanzitutto contenti per il reddito di cittadinanza, un passaggio epocale perché riconosce diritti sociali ai dimenticati. Dopodiché la vicenda della Diciotti ci deve far capire cosa sia l’istituto dell’immunità parlamentare, e soprattutto la responsabilità politica. Quando da cittadino, ma anche da uomo delle istituzioni, pongo in essere delle scelte, devo risponderne pienamente.

Tanti suoi colleghi ricordano che sul piano giuridico questa vicenda è diversa dalle precedenti richieste di autorizzazione per reati comuni. E lo ha detto anche Luigi Di Maio: “Questo è un caso specifico”. Salvini potrebbe aver esercitato una legittima funzione d’intesa con tutto il governo, no?

Io parto da un’impostazione diversa. E mi domando se noi come 5Stelle, avendo tratto il nostro humus da un piano pre-politico, dovremmo rispondere sì a prescindere ai giudici. Anche perché male non fare, paura non avere. Quindi nessuno di noi si deve sottrarre al giudizio. Se io dimostro che ho agito nel modo giusto, svolgo una funzione sociale importantissima. La magistratura deve sempre poter avere dubbi sull’operato della politica.

Ma c’è il tema dell’autonomia della politica. E forse il M5S dovrebbe abbandonare l’idea del sì a prescindere ai giudici tenuto conto che ha scoperto, vivendoli sulla propria pelle, alcuni valori del garantismo: ossia che un avviso di garanzia non è una condanna.

Comprendo l’obiezione. Di certo alcune situazioni meritano approfondimento, e vanno evitati giudizi epidermici. Ma le regole non si modificano in presenza di emergenze, altrimenti il sospetto che si cambi per opportunità potrebbe inficiare l’immagine del Movimento. A livello sociale la credibilità è la dote più importante con cui un soggetto politico può ottenere consenso. Uno dei nostri ultimi slogan è stato: “Se diciamo lo facciamo”. Ecco, un atteggiamento ondivago non aiuterebbe. Anche il nostro capo politico Luigi Di Maio si era espresso per il sì.

Sì, ma l’ha detto quando Salvini giurava di volersi fare processare. Il quadro politico è cambiato.

Io credo che dovremmo chiedere al ministro dell’Interno un’accettazione tranquilla delle decisioni della magistratura.

Perché secondo lui questo processo non va fatto? Ha paura o vuole spaccarvi, o entrambe le cose?

Va chiesto a Salvini. Se fossi al suo posto non mi sottrarrei mai, tranne che in caso di querele temerarie, come abbiamo stabilito a suo tempo nel Movimento.

La certezza è che sul tema vi siete spaccati, anche in assemblea.

Non c’è una lacerazione tra giovani o vecchi, etici o non etici. Tutti dobbiamo riassaporare l’humus del Movimento. E siamo convinti che Salvini e gli altri ministri non abbiano commesso alcun reato.

È in gioco la vostra identità?

È in gioco la nostra credibilità, e quindi la nostra identità. So che siamo profondamente cambiati rispetto alle origini, ma tra i nostri valori c’è la convinzione che chi è nel Palazzo non possa godere di un trattamento differente. Non possiamo ridurci a fare i cassazionisti, dopo aver proposto un sistema giudiziario con due gradi di giudizio.

Il filtro della Giunta è previsto dalle norme.

Io proposi di non far parte di nessuna Giunta, e comunque di votare sempre sì a qualunque richiesta. Un politico non deve mai essere al di sopra della legge.

Lei delegherebbe la scelta agli iscritti sulla piattaforma web Rousseau? O sarebbe una fuga?

Ritengo che si possa anche decidere indipendentemente. Ricordandosi che la magistratura non può essere considerata un plotone d’esecuzione.

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