L’Italia evita, per ora, il secondo declassamento del debito. Non è arrivato il temuto downgrade di Standard & Poor’s (dopo quello di Moody’s la scorsa settimana). Il rating resta BBB, due gradini sopra il livello “spazzatura. L’agenzia Usa rivede però la previsione (l’outlook) da stabile a “negativo”. Secondo S&P il piano economico del governo, specie la riforma della Fornero “rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia”, facendo salire il costo del debito e “indebolendo” le banche via spread e il deficit del 2019 sarà al 2,7%, più del 2,4% programmato. Il giudizio, insomma, è che un declassamento potrà arrivare nei primi mesi del 2019, quando si pronuncerà pure Fitch (l’outlook è già negativo). Lo spread aveva chiuso stabile a 309 punti.

Perché il report di Standard & Poor’s era così atteso? Semplice: il giudizio delle agenzie di rating ha un ruolo enorme nell’architettura disfunzionale dell’eurozona. È determinante per permettere alle banche di usare i titoli di Stato come collaterale nelle operazioni di liquidità con la Bce. Sotto il grado “investment” assegnato da tutte e 4 le agenzie – Moody’s, S&P, Fitch e la canadese Dbrs – Francoforte chiude i rubinetti. Un meccanismo dirompente, che ha una data di inizio, come ricostruito dall’economista Athanasios Orphanides su Voxeu.org. Nel 2005 fu la Bce di Jean-Claude Trichet a fissare le soglie minime di rating come discriminante. Fino ad allora, Francoforte accettava i titoli dei Paesi dell’area euro, senza distinzioni. A regolare la convergenza delle economie necessaria alla moneta unica era delegato il Patto di Stabilità e Crescita (tetto al deficit/Pil al 3% e debito/Pil al 60%).

Nel 2004, però, succede che Germania e Francia sforano i parametri di Maastricht e non hanno intenzione di rientrare; la Bce allora decide, nonostante il parere negativo di alcuni membri del governing council, di seguire l’idea cara ai conservatori tedeschi: lasciare che sia il mercato a imporre la disciplina fiscale ai Paesi. La decisione è “destabilizzante”: riconosce che i Paesi dell’euro non sono tutti uguali (e possono fallire). “Nel panico, dichiarare il debito pubblico come una garanzia non ammissibile solo sulla base di rating privati ​​piuttosto che sui fondamentali, porterebbe inevitabilmente alla crisi”, spiega Orphanides. È quel che accadde nel 2010, quando al vertice di Deauville, Francia e Germania dichiararono che in caso di crisi di liquidità di uno Stato membro i detentori del suo debito avrebbero dovuto subire perdite: automaticamente gli investitori si allontanarono dai Paesi “più deboli” per andare verso i “più forti”. Tra il 2010 e il 2012, in soli 20 mesi, Moody’s declassa il Portogallo di 10 tacche (S&P di 8), la Spagna di 9 (S&P di 8), l’Irlanda di 10 (S&P di 6), e l’Italia di 6 tacche (S&P di 4); Fitch effettua declassamenti simili.

Nel suo ultimo report domenicale, il capo economista di Unicredit, Erik Nielsen, ha spiegato che l’effetto è stato un travaso di mille miliardi dalla periferia verso le banche dell’Europa centrale, senza contare assicurazioni e fondi pensione: “Uno degli esempi più bizzarri di strutture politiche pro-cicliche e autolesionistiche che troverete nel mondo sviluppato”. Per Nielsen è stato un errore che i decisori istituzionali si siano legati in questo modo alle agenzie di rating. Giudizio simile espresso ad agosto scorso dagli economisti Gregory Clayes e Ines Goncalves Raposo in un intervento per il think tank Bruegel di Bruxelles. Anche perché la Bce, a differenze di altre Banche centrali, incastra i 10 gradi di giudizio usati dalle agenzie con la sua scala di valutazione della qualità del credito, che ne ha solo tre. In questo modo, per accettare come garanzia un titolo con scadenza a un anno e rating A-, applica un taglio sul valore di mercato del bond dell’1%, che però sale al 7% per un analogo titolo con rating BBB+ (un solo gradino inferiore): è successo all’Italia nel febbraio 2017.

Quando le agenzie giudicano male la situazione, hanno conseguenze drammatiche per i flussi di capitale e, quindi, le economie dell’eurozona. Anche perché i rating, per Nielsen, sono sistematicamente sbagliati: riflettono valutazioni “politiche” e non si basano sui fondamentali economici. E sembrano seguire i giudizi del mercato, invece di anticiparne la valutazione (l’inversione non è però così rapida quando le cose vanno meglio). Funziona così: quando un Pese sembra in difficoltà, i grandi fondi riducono le esposizioni, le agenzie iniziano a declassare il debito condizionando a loro volta le scelte di portafoglio degli investitori, ancorate automaticamente ai rating.

Oggi il mercato dei rating è in mano per il 95% alle “tre sorelle” (Dbrs ha una quota del 2%), con un fatturato intorno ai 3 miliardi di dollari. Sono tutte private: Fitch è del colosso editoriale americano Hearst Corporation; Moody’s vede come azionista di rilievo la Berkshire Hathaway di Warren Buffet; S&P il colosso McGraw-Hill ma entrambe hanno all’interno i più grandi gestori mondiali di fondi, che comprano i titoli su cui a loro volta si pronunciano le agenzie.

Gli errori di valutazione, con giudizi positivi assegnati fino all’ultimo (e a volte oltre) a titoli poi rivelatisi spazzatura non si contano: quello più famoso è Lehman Brothers. Per le manipolazioni dei rating nella crisi dei mutui subprime le tre sorelle hanno patteggiato multe intorno al miliardo e mezzo di dollari. La stretta avviata dopo la grande crisi del 2008, per imporre trasparenza nei metodi di analisi e il potenziamento dei controlli interni (in Europa vigila l’Esma, l’authority dei mercati), non sempre ha prodotto i risultati sperati.

Nel gennaio 2011 Draghi, da governatore della Banca d’Italia, spiegò al pm Michele Ruggiero che lo ascoltò nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Trani su Moody’s, che “la reputazione delle agenzie è stata completamente discreditata dall’esperienza del 2007-2008. Una delle indicazioni del Financial Stability Board, che presiedo, è trovare il modo per cui sia gli investitori e sia i regolatori potranno fare a meno dei loro giudizi (…) che purtroppo sono altamente carenti”. Quel modo non fu mai trovato. Quando, il 13 gennaio 2012, S&P declassò il debito italiano, l’allora premier Mario Monti parlò di “attacco all’Europa”. Sentito al processo di Trani nel filone che riguardava Standard & Poor’s, l’ex premier della Commissione Ue Romano Prodi spiegò di aver sempre sostenuto l’esigenza di un’autorità sovranazionale che vigilasse sulle società di rating e sui loro eventuali conflitti d’interessi: “Mi preoccupava e mi preoccupa tuttora la debolezza del nostro sistema di fronte ai giudizi delle società di rating”.

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