I tentativi di ricomposizione del quadro interno della Libia nella fase post-Gheddafi non sono riusciti a contribuire alla pacificazione, all’unificazione e al consolidamento socio-politico e istituzionale del Paese. Le motivazioni risiedono in buona parte nell’identità multipla della Libia (regionalismi, localismi, tribalismi), nella progressiva polarizzazione politica seguita al fallimento delle primavere arabe, ma anche e soprattutto nel ruolo disgregante degli attori internazionali (europei compresi), ognuno dei quali ha cercato di favorire un gruppo interno a discapito dell’altro nel tentativo di avere influenza sul Paese.

La Libia appare ora come una frastagliata composizione di centinaia di milizie, alleate soprattutto, ma non esclusivamente, in un paio di coalizioni: la prima attorno al governo di Unità nazionale guidato da Fayez al-Serraj voluto dalle Nazioni Unite; il secondo attorno al feldmaresciallo Khalifa Haftar e al Parlamento di Tobruk. E la storia degli ultimi decenni offre numerosi esempi del fatto che, laddove queste sono presenti, le milizie svolgono un ruolo determinante nei processi di (ri)unificazione nazionale. Seppur con caratteristiche diverse, l’Afghanistan, l’Iraq e la Somalia, tra gli altri, sono tutti casi rappresentativi di quanto sia profonda l’interazione di milizie e gruppi armati con lo Stato e con le società di appartenenza.

I traffici illeciti. In Libia, le milizie sono anche le principali responsabili del processo di industrializzazione e concentrazione dei traffici illeciti – compreso quello di esseri umani – cui abbiamo assistito negli ultimi anni. La situazione in Libia oggi è infatti sempre meno simile a quella del 2012-2014, quando un numero superiore di gruppi concorreva nel tentativo di espandere la propria influenza e il proprio controllo sia sul territorio, sia sulla gestione dei traffici. Oggi, al contrario, in molte delle città lungo la costa della Tripolitania la situazione appare ben più chiara, con il ruolo di alcuni attori che si è andato consolidando a discapito di altri.

Per convincersi della progressiva concentrazione del traffico di migranti in Libia basta osservare la distribuzione delle località costiere da cui vengono fatti partire i migranti e la durata temporale del netto calo delle partenze. Fino a inizio 2015 le partenze, pur concentrandosi comunque in Tripolitania, erano ancora più equamente distribuite lungo la costa libica. Da quel momento in avanti si è assistito a una loro concentrazione in poche decine di chilometri, a ovest di Tripoli, tra Sabratha e le cittadine circostanti, o immediatamente a est, tra Misurata e Gasr Garabulli. Le località da cui partono i migranti si sono insomma ridotte, con periodi in cui addirittura solo una delle due “regioni dei traffici” è stata protagonista della grande maggioranza dei flussi, a testimonianza di un sempre maggiore controllo dei traffici da parte delle milizie di luoghi specifici lungo la costa ovest.

Proprio la notevole durata del forte calo delle partenze dalle coste libiche indica che un limitato numero di attori sulla terraferma è riuscito a concentrare nelle proprie mani il controllo dei traffici, riuscendo a condizionare l’entità delle partenze. Un calo così netto e prolungato non sarebbe possibile in una situazione di maggiore concorrenzialità dei traffici, in cui, fatta costante la domanda di raggiungere l’Europa, al venire meno di un attore ne sarebbero rapidamente subentrati altri.

La narrativa che viene spesso utilizzata per descrivere la questione dei gruppi armati è di scarsa utilità, in quanto, con poco realismo, tende a considerare questi attori come un blocco unico, respingendoli nella loro interezza come gruppi criminali e minacce per lo Stato. Questa visione non tiene conto della legittimità, talvolta anche ampia, di cui le milizie godono all’interno delle rispettive comunità locali. Attori come Hezbollah, le Tigri Tamil, l’Esercito di Liberazione del Kosovo e l’Esercito Repubblicano Irlandese (Ira) sono stati organizzati come entità distinte dallo Stato e in opposizione a esso, in gran parte come risultato delle richieste locali e delle rimostranze delle rispettive comunità. Tuttavia, allo stesso tempo, avendo stabilito le proprie istituzioni parallele, questi attori si sono dati un ruolo di “costruttori” di statualità – seppur spesso non sull’intero territorio nazionale – risultando interlocutori imprescindibili per le istituzioni riconosciute nel processo di pacificazione di società reduci da un conflitto e di consolidamento dei rispettivi Stati-nazione.

Il coinvolgimento formale delle milizie nelle trattative sul futuro della Libia, volto a trasformarle da semplici attori militari in attori politici, dovrebbe essere rimesso al centro del tentativo di mediazione internazionale in Libia. Per il momento, i negoziati sotto gli auspici dell’Onu hanno evitato di farlo, lasciando invece che a trattare con le milizie fossero, tutt’altro che alla luce del sole, gli attori esterni con specifici interessi nel Paese.

L’errore di Macron. Anche i più recenti tentativi di mediazione hanno escluso gli attori che realmente detengono potere in Libia, ossia gli attori non statuali armati. A fine maggio il presidente francese Macron ha convocato a Parigi diversi esponenti politici libici. La “Conferenza sulla Libia” si è conclusa con una dichiarazione condivisa dal presidente del governo di Accordo nazionale, al-Serraj, il presidente della Camera dei Deputati di Tobruk, Saleh Issa, il presidente dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khaled Mishri, e il capo supremo dell’Esercito nazionale libico, Khalifa Haftar. I quattro si sono impegnati a sostenere elezioni legislative e presidenziali il 10 dicembre 2018 e, prima delle elezioni, a facilitare il referendum per l’approvazione della Costituzione. Tuttavia, ancor prima dell’inizio della Conferenza, diversi gruppi di milizie in Tripolitania si sono dissociati dall’iniziativa francese.

Al rientro dei vertici politici, e di al-Serraj in particolare, alcuni miliziani, come quelli appartenenti alla Guardia presidenziale, si sono ritirati dalle istituzioni di cui avrebbero dovuto garantire la sicurezza, in di opposizione alla conferenza di Parigi: serve a poco convocare rappresentanti politici che non hanno vera rappresentatività sul terreno e che firmano accordi senza essere in grado di implementarli.

Il tentativo di rendere al-Serraj il rappresentante di una serie di attori militari della Capitale e della Tripolitania appare quindi a rischio. Anche la rappresentatività delle milizie e degli interessi di Misurata appare in crisi dopo l’avvicendamento alla guida dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli, dove a inizio aprile il misuratino Abdulrahman al-Swehli ha lasciato il posto a Khaled Mishri, rappresentante di una corrente politica, la Fratellanza musulmana, e non di un’area territoriale.

Se si vogliono contrastare i traffici illeciti bisogna dotare le milizie di fonti di finanziamento alternative. Sarebbe dunque necessaria una seria riflessione sui meccanismi di redistribuzione della rendita derivante dai proventi degli idrocarburi nel Paese. La Libia basa i propri introiti quasi esclusivamente sulla vendita di petrolio e gas. Nonostante la crisi di produzione causata dall’instabilità che è seguita alla caduta di Gheddafi, potenzialmente la Libia continua a essere uno dei Paesi africani più ricchi. È dunque normale che parte del gioco che coinvolge attori interni ed esterni giri attorno al controllo degli idrocarburi. Il tema di come l’industria petrolifera debba essere gestita e di come la rendita debba essere redistribuita all’interno della molteplicità degli attori libici (municipalità, regioni, minoranze…) non è stato però sufficientemente discusso, e ciò rappresenta un forte limite a qualsiasi attività negoziale, come riconosciuto anche da Mustafa Sanalla, presidente della compagnia petrolifera nazionale.

Come negoziare. Per condurre una trattativa è necessario che chi siede al tavolo del negoziato sia rappresentativo di tutte le parti della società. Non è pensabile che si possa comporre un tavolo solo con chi ha espresso la volontà di sedervisi. Così facendo, nel passato anche più recente, si sono prese decisioni e si sono siglati accordi (come quelli di Skhirat) che non avevano possibilità di trovare effettiva applicazione. Bene ha fatto quindi il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, a dare enfasi all’intenzione di coinvolgere tutti gli attori che “a qualunque titolo possono dare un contributo”, se si interpreta il riferimento come non limitato alle sole potenze esterne.

La conferenza che l’Italia vuole organizzare in autunno dovrebbe darsi l’obiettivo di trovare un consenso tra il numero maggiore possibile di parti coinvolte intorno a pochi punti fondamentali di un reale state building, in particolare riguardo all’assetto istituzionale della nuova Libia e alla ripartizione sul territorio nazionale dei proventi petroliferi. L’alternativa conduce inevitabilmente a risultati elettorali che con ogni probabilità saranno la premessa a nuove escalation di violenza, soprattutto nel caso si arrivi al voto senza l’impegno di tutti al rispetto delle minoranze, politiche ed etniche, e in un contesto in cui manchi ancora la percezione diffusa che il nuovo percorso sia stato deciso insieme.

* Arturo Varvelli è co-head osservatorio Mena dell’Ispi (Istituto studi politica internazionale) e Matteo Villa è Ispi research fellow

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