Luca Parnasi non è un imprenditore qualunque. È l’immobiliarista romano che discute dell’accordo di governo tra M5s e Lega, ma anche dei ministeri. A casa sua si siedono allo stesso tavolo le due forze politiche vincenti. O almeno così Parnasi – ora in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata a commettere reati contro la pubblica amministrazione – si vanta al telefono con un suo collaboratore: “Il governo lo sto a fa io, eh”.

È il 12 marzo 2018, quando a casa Parnasi si incontrano Luca Lanzalone, pentastellato, presidente Acea (detenuta al 51% da Roma Capitale) e ora ai domiciliari per corruzione, e Giancarlo Giorgetti, uomo forte della Lega fresco di nomina a sottosegretario con delega per autorizzare l’impiego degli aeromobili di Stato. La vicenda emerge dalle carte dell’inchiesta dei pm romani Ielo e Zuin, sfociata negli arresti di due giorni fa.

Gli investigatori risalgono a questo incontro perché il 9 marzo Parnasi ne parla con Lanzalone. “La vicenda – è scritto negli atti della Procura – assume ulteriore rilievo in ragione delle disposizioni impartite da Parnasi ai suoi sodali affinché le operazioni di infiltrazione abbiano successo, con i conseguenti vantaggi economici che deriverebbero al gruppo imprenditoriale/criminale”. L’immobiliarista conosce bene l’importanza dell’operazione politica, tanto che chiede al suo commercialista di essere particolarmente preciso.

Dice Parnasi: “Ma poi abbiamo qua, altri 22 mila euro della campagna (elettorale, ndr). Scusami, tu qui non hai messo le cose, Lega e Eyu (Fondazione del Pd, ndr) Lega e Eyu li paghiamo ad aprile”. Chiede il professionista: “Si ma certo, mi aspettano loro, che non sei convinto?” E l’immobiliarista: “No, sono convinto, è solo di essere precisissimi che in questo momento io mi sono (…) Il governo lo sto a fare io, non so se ti è chiaro questa situazione”. Ma Lanzalone e Parnasi vengono intercettati più volte mentre parlano di politica. Ad esempio, il 6 aprile i due si incontrano: l’immobiliarista dice di aver incontrato “stamattina tale Giancarlo in aeroporto” e aggiunge “che una non meglio specificata cosa va chiusa velocemente perché l’altro Matteo martedì o mercoledì si incontrerà col Cavaliere. Continua dicendo che Giorgetti gli avrebbe detto che il contratto (proposta politica per un contratto di Governo avanzata dal M5s, ndr) va firmato subito, perché loro sono di Varese mentre ‘lui’ (evidentemente Di Maio Luigi, ndr) è di Pomigliano D’Arco”. Tra le risate, Lanzalone – per i pm è il consulente di fatto del Campidoglio – “dice che c’è una spinta forte dai media ad andare verso il Pd e non verso il centrodestra”.

Oltre le alleanze, secondo i Carabinieri, i due discutono anche dei futuri ministeri: “Parnasi propone una persona terza superpartes, poi spartendo i vari ministeri”. Poi l’argomento torna sulla cena dell’accordo M5s-Lega, quella del 12 marzo 2018, sostenendo che anche Di Maio ne era a conoscenza.

Parnasi chiede a Lanzalone “se Luigi (Di Maio, ndr) sa del lavoro fatto con Giancarlo (Giorgetti, ndr) e Lanzalone dice di sì. I due concordano che questa cosa sia stata utile”. Di Maio, interpellato dal Fatto, fa sapere che non sente parlare di Parnasi da oltre un anno, da quando si chiuse la vertenza sullo stadio di Roma e di non aver mai saputo di cene sul governo in casa del costruttore con Lanzalone e Giorgetti. Di Maio fa anche sapere che nelle ultime settimane i rapporti con Lanzalone si erano esauriti: il consulente puntava alla guida di Cdp e prendeva iniziative politiche non concordate con i vertici.

Ma l’immobiliarista è ben visto dalla politica grazie ai finanziamenti. I magistrati non hanno ancora verificato la liceità dei numerosi contributi. Scrivono i pm: “Parnasi incarica il sodale Gianluca Talone di eseguire delle operazioni sui conti societari citando alcuni partiti politici quali destinatari di tali movimenti bancari”. Cripticamente si parla di “tavoli”, anche se per i pm intendeva “cene da organizzare con candidati politici”. Ad un certo punto per esempio l’immobiliarista dice: “Alla Lega c’abbiamo cento e cento”, secondo i magistrati “affermando che è possibile utilizzare due società del gruppo”.

L’Espresso si era già occupato di finanziamenti “verdi” dell’imprenditore risalenti al 2015, in particolare dei 250 mila euro alla onlus di area leghista “Più Voci”. Parlando di questa erogazione – che i magistati ritengono lecita – con un collaboratore, Parnasi il 26 marzo “precisa” “di creare una giustificazione contabile retrodatata in virtù della quale sia possibile sostenere che l’erogazione sia avvenuta in favore di Radio Padania”. I pm disporranno verifiche su questo e altri contributi.

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