Matteo Salvini: “I migranti clandestini dovranno andarsene, è finita la pacchia”. Sìììì. Luigi Di Maio: “Subito il taglio dei vitalizi, la delibera è pronta”. Braaaavo. È giusto riconoscerlo: in campagna elettorale i leader giallo-verdi vanno alla grandissima. Anzi, è la cosa che sanno fare meglio, specialisti nell’arte del comizio, virtuosi della frase a effetto con applauso scrosciante incorporato. Entrambi meritevoli di laurea honoris causa in ingegneria delle promesse, se non fossero oberati da prestigiosi incarichi: capi dei rispettivi movimenti, supervicepresidenti del Consiglio nonché ministri e pluriministri (Di Maio).

Già, gli toccherebbe anche studiare i dossier, presiedere riunioni, concertare leggi e applicarsi a tutte le altre pallosissime attività richieste per governare un Paese come questo. Ma diamine, tempo al tempo, non è ancora il momento. Fremono le piazze per le Amministrative di domenica prossima. Poi, in autunno, su e giù per lo Stivale, dal Trentino alla Basilicata dove si vota, caspita, per le Regionali. Il tempo di riprendere fiato e all’orizzonte si stagliano le Europee del maggio 2019. Per conquistare ai popoli il Parlamento degli eurocrati. Meglio portarsi avanti col lavoro. Sì, la campagna elettorale non finisce mai. Come gli esami di Eduardo ma, visti gli attuali ottimi voti, con la promozione (quasi) in tasca.

Stiamo esagerando? Ma no, la diretta facebook e tv del primo giorno di governo è stata in qualche modo toccante. L’emozionato Di Maio che attraversa l’androne maestoso del ministero che darà Lavoro e produrrà Sviluppo. L’ombroso Salvini seduto alla scrivania del Viminale che quasi incredulo sfiora i tasti che possono scatenare il Cambiamento: al mio segnale, prima gli Italiani. Giorni fa, in tv, Marco Follini (eterno giovane dc e conoscitore della psicologia del potere) diceva di non aver apprezzato l’ilare spensieratezza del Salvimaio durante il giuramento. E l’ostentata degnazione con cui nei giardini del Quirinale i vincitori si concedevano ai mandarini di Stato anelanti il bacio della pantofola. E ricordava che quando, ai tempi di Berlusconi, capitò a lui la nomina a vicepremier, non se la godette affatto, tormentato com’era dal peso della responsabilità.

Gli sembrava invece che “quei due”, sgombri da affanni, badassero solo a gustarsi il dolce sapore dell’essere obbediti. Con qualche ragione, visto che l’esercito dei pretendenti a centinaia di poltrone pubbliche preme e giura fedeltà e sottomissione. Difficile non sentirsi in preda a una certa ebbrezza quando tutto accade con tanta stupefacente rapidità. Non diremo (perché lo sanno tutti) dov’erano e cosa facevano solo pochi anni fa i protagonisti di questa favola politica. Né guasteremo loro la luna di miele con l’Italia che li acclama e li blandisce. Dopo il cono gelato lo sanno cosa li attende. E mai fu più opportuno il consiglio del navigato leghista Giancarlo Giorgetti ai neosuperministri: mettere sulla scrivania un ritratto di Matteo Renzi per non dimenticare mai quanto rapidamente ci ha messo a precipitare dalle stelle alle stalle. Perciò noi aggiungiamo: godetevela finché potete.

Ps. Declino ogni responsabilità per il persistere di questo diario. Prendetevela col direttore

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