Evviva, siamo diventati gli eroi per un giorno del Pd! Evviva, finalmente una notizia del Fatto è stata ripresa da tutti, diconsi tutti i tg e i giornaloni! Sono soddisfazioni. Voi direte: avranno ripreso quella sugli scontrini di Renzi sindaco di Firenze, tuttoggi ben custoditi dal fido Nardella sebbene molto più cari di quelli costati il posto al sindaco Marino? No, mai, figuriamoci, trattandosi del padrone d’Italia. Avranno forse ripreso i nostri scoop sui finanziamenti israeliani al fedelissimo Carrai, o sulle strane abitudini del renzianissimo neocomandante della Gdf Giorgio Toschi e del fratello Andrea, arrestato e imputato per associazione per delinquere?

No, mai, figuriamoci, trattandosi di pedine fondamentali del sistema di potere del padrone d’Italia. Avranno forse ripreso il nostro scoop sulle bugie di Giachetti, che nel teleconfronto a Sky disse di possedere “due casaletti” a Subiaco, che in realtà si son rivelati un villone con piscina in un’area piuttosto vincolata? No, mai, figuriamoci, trattandosi dell’ultima speme per gli eterni padroni di Roma che tremano all’idea di perdere le vecchie greppie e le nuove Olimpiadi. Avranno ripreso il nostro pezzo su Beppe Sala che a gennaio si dimette da commissario di Expo e ad aprile firma il bilancio di Expo, risultando dunque ineleggibile per legge? No, mai, figuriamoci, trattandosi dell’ultima chance per il padrone d’Italia di non uscire dai ballottaggi con le ossa rotte.

No: tg e giornaloni (e ini) hanno ripreso a reti ed edicole unificate l’articolo del nostro scoopista principe, Marco Lillo, che invitava Virginia Raggi, se sarà sindaco di Roma, a prendere le distanze dall’ambientino poco rassicurante dell’Asl di Civitavecchia. Perché, se è normale che un avvocato svolga incarichi di recupero crediti per un’amministrazione pubblica piena di buchi, è opportuno che da sindaco tagli i ponti con chi amministra così male la cosa pubblica. Qualcuno dirà: ma il casino è nato dal fatto che la Raggi ha omesso o dimenticato di segnalare i due incarichi del 2012 e del 2014 nelle dichiarazioni al Consiglio comunale del 2013 e del 2014, inserendoli una volta per tutte solo in quella del 2015 (quando ha ricevuto la prima tranche del compenso: 1.878 euro su 13 mila). Verissimo, ma la notizia sul Fatto l’altroieri era un’altra: questa l’avevamo pubblicata un mese fa, anticipando il contenuto del libro I nuovi re di Roma sui candidati della Capitale. Solo che, allora, nessuno se n’era accorto. O non s’era ancora sparso il panico per la probabile vittoria della Raggi.

Evidentemente nessuno ancora sospettava che il 35% dei romani l’avrebbero votata al primo turno, incuranti dei ricatti del governo e delle minacce dei palazzinari, con stampa e partiti al seguito. Ora la disperazione è tale che, pazienza, va bene pure il Fatto. E con tanti complimenti. Ma non per le notizie che pubblichiamo ogni giorno: solo per il caso Raggi, il più veniale di tutti. In attesa di sapere dalla Procura di Roma se l’omissione o la svista della candidata sia punibile o meno dalla legge Severino (a leggerla si direbbe di no: tra gli obblighi di trasparenza passibili di multa, la mancata dichiarazione di incarichi dalla PA non è citata), possiamo già dire due cose.

1) La dichiarazione ripubblicata ieri dalla Raggi non chiude il caso, perché si riferisce al 2015, e non ai due anni precedenti, in cui era già consigliere comunale e già svolgeva incarichi per l’Asl; ma almeno dimostra la sua buona fede, cioè esclude l’intenzione di nascondere qualcosa di poco corretto e fa propendere per la dimenticanza. Non c’è nulla di male, per un professionista, nel recuperare i crediti di un’Asl alla bancarotta. E infatti non è in discussione l’incarico, ma l’omessa segnalazione nelle forme e nei tempi dovuti. Che non investe la sfera etica, né probabilmente quella penale, ma imbarazzerà la Raggi se, da sindaco, dovrà giudicare se stessa.

2) Prima di strillare all’“ineleggibilità” (non prevista dalle norme) e financo ai “reati da codice penale”, salvo poi distribuire patenti di giustizialismo agli altri, il Pd – partito di Mafia Capitale – dovrebbe applicare in casa propria gli standard di trasparenza che pretende dagli avversari.

Noi apprezziamo Alfonso Sabella da quando, pm a Palermo, rischiava la pelle per catturare i più efferati boss latitanti di Cosa Nostra. Sappiamo il prezzo che ha pagato quando, capo dell’ispettorato del Dap, bloccò la trattativa Stato-mafia sulla dissociazione. E l’abbiamo seguito con simpatia quando, messosi in aspettativa, divenne assessore alla Legalità della giunta Marino dopo Mafia Capitale. Ma vederlo ora rilasciare interviste a destra e a manca come un Orfini o un Romano qualunque, e intimare alla Procura di Roma di inviare un “avviso di garanzia” alla Raggi per “falso ideologico” addirittura come “atto dovuto” (gli avvisi di garanzia non sono mai dovuti, salvo che per atti assistiti da un legale), dopo aver accettato una fumosa consulenza con Palazzo Chigi e pure la bizzarra candidatura a eventuale capo di gabinetto di Giachetti, mette tristezza.

Da anni capi dello Stato, del governo e vicepresidenti del Csm ci fracassano gli zebedei monitando sui magistrati che “non solo devono essere, ma anche sembrare imparziali” (l’ultima ramanzina è toccata a Spataro e alle toghe di Md schierate per il No in difesa della Costituzione). Niente da dichiarare su Sabella, giudice del Tribunale di Roma, che emette sentenze e sollecita avvisi di garanzia a due giorni dal voto contro l’avversaria del candidato che gli ha promesso una poltrona? Ogni giorno facciamo sforzi immani per non tornare a usare la parola “regime”. Ma non ce ne viene in mente un’altra.

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