Il candidato comunista si impone nel paese del Barese, mentre a San Vito dei Normanni vince un esponente del Movimento 5 Stelle: entrambi alla guida del campo largo
Uno di Rifondazione Comunista, l’altro del Movimento Cinque Stelle. Nel giorno in cui perde la sindaca di Foggia, dimessasi per tensioni interne alla maggioranza, il campo largo conquista due paesi della Puglia con due candidati “radicali”. Il ballottaggio delle amministrative consegna la guida del Comune di Molfetta a Manuel Minervini, eletto con il 67,47% dei voti, e quella di San Vito dei Normanni a Marco Ruggiero, con un successo al fotofinish. Entrambi vengono da partiti che rappresentano le ali “esterne” del centrosinistra.
Minervini, addirittura, è un esponente di Rifondazione Comunista. Alla fine, come raccontato da Il Fatto Quotidiano, era stato l’unica figura a riuscire ad aggregare l’intero centrosinistra per riprendersi una città che nel 2025 aveva visto la giunta decapitata da un’inchiesta che aveva coinvolto l’allora sindaco con l’accusa di appalti in cambio di voti. Ingegnere meccanico di 36 anni, il neo-sindaco fa politica da quando aveva 15 anni: era partito dall’associazionismo di base, poi aveva fatto parte nei movimenti contro l’austerità post-governo Monti e dal sei anni è in Rifondazione.
La sua affermazione ha fatto festeggiare il segretario del partito, Maurizio Acerbo, con un paragone a stelle e strisce: “Dopo Mamdani a New York la conferma che c’è voglia di sinistra viene dalla vittoria del nostro compagno Manuel Minervini a Molfetta. Si può vincere coinvolgendo i giovani e il popolo del No con idee chiare e di sinistra – ha detto – La corsa al centro e il trasformismo hanno aperto la strada alla destra. Intorno a un giovane candidato di Rifondazione Comunista come Manuel si è creato un movimento giovanile e popolare e un fronte costituzionale e democratico pieno di entusiasmo e partecipazione”.
Un centinaio di chilometri più a sud, in provincia di Brindisi, ecco un’altra sorpresa: la vittoria di Marco Ruggiero a San Vito dei Normanni. Espressione del Movimento Cinque Stelle, e sostenuto dall’intero centrosinistra, Ruggiero ha superato al ballottaggio il candidato del centrodestra Giacomo Viva con il 51,48% delle preferenze. San Vito era amministrato dal centrodestra con l’ex sindaca Silvana Errico, fuori dal ballottaggio in una guerra tutta a destra e una frattura che ha fatto sentire i suoi strascichi anche al secondo turno. Viva, infatti, era stato il candidato più suffragato al primo turno, con il 38%, ma è uscito sconfitto nella volata finale. “Da domani sono certo – ha detto il neo sindaco – metteremo da parte le posizioni avute. Il ballottaggio è un’elezione a se. Non bisogna dimenticare la bassa affluenza al primo e secondo turno. Sono tutti piccoli segnali che dobbiamo mettere insieme per poter programmare e coinvolgere la cittadinanza nelle politiche dei prossimi cinque anni”.
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Sarà uno dei primi provvedimenti indegni prodotti dalla destra al Governo che verrà stracciato dai prossimi inquilini di Palazzo Chigi. Speriamo! Perché rappresenta una miscela di rigido moralismo, ipocrita e bigotto, con cui Meloni e i suoi si arrogano il diritto di ergersi a custodi integerrimi del pudore e della morale pubblica, ma anche privata, dando ai genitori “tradizionalmente” intesi la facoltà di esprimere il consenso all’insegnamento nelle scuole medie e superiori dell’educazione sessuale e affettiva. Mentre nella scuola dell’infanzia rimane proibito.
Chiunque sia sano di mente non si capacita di questa grave responsabilità che il Governo si assume con l’approvazione del ddl Valditara, negando a tutta una fascia di minori di poter accedere alle informazioni e a progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole, ovvero nei luoghi deputati alla formazione collettiva. Di più. Il Disegno di legge rinvigorisce la storica contrapposizione tra la scuola e la famiglia che, da questo momento, viene coinvolta direttamente nella scelta dell’insegnamento sessuale e affettivo, subordinato all’autorizzazione esplicita e scritta da parte dei genitori.
In pratica gli istituti scolastici sono obbligati ad informare le famiglie almeno sette giorni prima dell’inizio delle attività. La comunicazione deve contenere una descrizione dettagliata dei contenuti, degli obiettivi formativi e dell’eventuale partecipazione di esperti o associazioni esterne. Per gli alunni minorenni è, inoltre, prescritta la presenza di un docente della classe durante lo svolgimento dei moduli. In caso di mancata autorizzazione da parte dei genitori, gli studenti non frequenteranno quelle lezioni e la scuola dovrà predisporre attività didattiche alternative, che siano già integrate nel Piano triennale dell’offerta formativa. Un triplo salto mortale all’indietro verso l’oscurantismo medievale.
Per questi negazionisti del progresso culturale e pedagogico, bigotti ascesi al potere, a nulla valgono le ricerche delle miriadi di Fondazioni che hanno da tempo lanciato l’allarme su una generazione che cresce senza strumenti per riconoscere il consenso e sulla diffusione di comportamenti sessisti e di violenza di genere che circolano anche attraverso la rete internet. Mentre le scuole chiedono di essere aiutate, il Governo le imbavaglia, lasciando i ragazzi e le ragazze soli di fronte alla pornografia e alla cultura del possesso del corpo delle donne in cui siamo ancora immersi, invece di sostenere il cambiamento e una nuova grammatica delle relazioni.
A causa di questa spinta oscurantista e ipocrita, tutti i progetti oggi attivi nelle scuole ad opera di dirigenti e insegnanti consapevoli vengono puntualmente messi sotto accusa insieme agli enti locali che si schierano a favore. Il provvedimento dà una patente di sorveglianza speciale alle famiglie e fa diventare l’educazione sessuale e affettiva una “opzione” etica e non un diritto educativo universale, così come dovrebbe essere. Inoltre mina il clima di fiducia reciproca tra scuola e famiglia, già gravemente compromesso in questi tempi di delegittimazione del ruolo pedagogico ed educativo della scuola pubblica.
Un atto gravissimo che si sta compiendo nei confronti delle giovani generazioni e del loro diritto ad ottenere informazioni corrette da professionisti anziché dai social e dalla realtà digitale. “Un danno che si rischia di produrre nei confronti di giovani cittadini e cittadine, considerato anche che l’Italia è uno dei soli sette paesi europei nei quali l’educazione sessuale non è obbligatoria. Ora addirittura si va in direzione contraria e si vieta anche quel poco che le scuole fanno da anni su base volontaria con il servizio socio sanitario”, come dichiarano in una nota i componenti del Pd della Commissione Istruzione della Camera dei Deputati. Fermare la mano di questi oscurantisti sta diventando un’emergenza nazionale.
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La Guardia di Finanza ha passato al setaccio casa e studio del consulente noto per il caso di Pierina Paganelli. Martedì in Corte d'assise prevista la sentenza del processo in cui è imputato Davide Barzan,
Una perquisizione in casa, una nello studio, e un’indagine che si allarga attorno a una società finita in liquidazione giudiziaria con un buco contestato da circa un milione di euro. È il quadro che ha portato la Guardia di Finanza a presentarsi questa mattina a Riccione, nell’appartamento e nell’ufficio di Davide Barzan, criminalista e consulente noto anche per il suo ruolo nel caso dell’omicidio di Pierina Paganelli. Il provvedimento è stato disposto dalla Procura di Bergamo, che ipotizza a carico di Barzan il reato di bancarotta fraudolenta nell’ambito della gestione di una società attiva nella produzione di infissi, poi finita in liquidazione giudiziaria. Nel fascicolo compare anche il nome di Pierluigi Chieffi, 58 anni, consulente finanziario di Coriano, attualmente detenuto nel carcere di Rimini per cumulo di condanne, tra cui quella per un’aggressione con sfregio. Chieffi risulta inoltre indagato per il danneggiamento dell’auto dello stesso Barzan, avvenuto nel maggio 2025.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la vicenda nasce quando la società viene acquisita da Barzan, che ne diventa socio unico. La fase successiva è quella della liquidazione volontaria, con la nomina di Chieffi come liquidatore, già collaboratore della stessa azienda in qualità di consulente esterno. Da lì il passaggio alla liquidazione giudiziaria e l’avvio dell’indagine, nella quale la Procura contesta presunte distrazioni di fondi e ipotesi di truffa per circa un milione di euro. La difesa del consulente, affidata agli avvocati Marlon Lepera e Nunzia Barzan, respinge ogni addebito e sostiene che Barzan non avrebbe “mai preso soldi” dalla società finita sotto procedura.
Il nome del consulente è noto anche al di fuori di questo procedimento, per il suo coinvolgimento mediatico e professionale in diverse vicende giudiziarie, tra cui il caso Pierina Paganelli. Proprio quel processo, intanto, si avvia alla fase conclusiva. A Rimini è attesa martedì l’ultima udienza in Corte d’Assise per l’omicidio della donna, uccisa il 3 ottobre 2023 nel garage di via del Ciclamino. Sarà il giorno delle repliche delle difese e del pubblico ministero, prima del ritiro della Corte in camera di consiglio per la decisione.
Il dibattimento non subirà modifiche nonostante lo sciopero degli avvocati penalisti, poiché l’imputato Louis Dassilva è detenuto dal giugno 2024. Rinviata invece a ottobre l’udienza a carico di Valeria Bartolucci, moglie dell’imputato, accusata di diffamazione aggravata e minacce per alcune frasi rivolte alla nuora della vittima, Manuela Bianchi, durante l’arresto del marito. Tra le espressioni contestate, secondo l’accusa, anche una frase ritenuta particolarmente grave: “Io non ci metto niente a scioglierla in un fusto pieno di acido, ci vuole poco a comprare un’arma a San Marino”. La sua posizione era stata inizialmente oggetto anche di una denuncia per stalking, poi archiviata dal gip, mentre per le altre imputazioni è stato disposto il rinvio a giudizio.
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L'aereo da combattimento Fcas (Future Combat Air System), quindi, non vedrà mai la luce. Rivelazioni giornalistiche sostenevano che il "tradimento" fosse opera di Friedrich Merz, più interessato al progetto curato da Italia, Regno Unito e Giappone (Global Combat Air Programme)
Il fallimento era stato in qualche modo anticipato dalle indiscrezioni dei mesi scorsi. Oggi, ad ufficializzarlo ci hanno pensato fonti del governo tedesco: il progetto del caccia europeo costruito in partnership tra Francia e Germania attraverso i loro colossi dell’aviazione Airbus e Dassault è definitivamente fallito. L’aereo da combattimento Fcas (Future Combat Air System), quindi, non vedrà mai la luce. Rivelazioni giornalistiche sostenevano che il “tradimento” fosse opera di Friedrich Merz, più interessato al progetto curato da Italia, Regno Unito e Giappone (Global Combat Air Programme). Ed è proprio da Berlino che arriva l’annuncio della fine del progetto: “Il presidente Macron e il cancelliere federale sono giunti alla valutazione condivisa che le aziende coinvolte non siano riuscite a trovare un’intesa sulla costruzione di un caccia comune – spiegano fonti governative tedesche – Il cancelliere Merz ha quindi suggerito al presidente Macron di non proseguire nella costruzione di un aereo da combattimento comune”.
Il sistema d’armi era stato ideato per sostituire gradualmente i rispettivi caccia nazionali, oltre a quelli spagnoli, e vantava una tecnologia innovativa definita un ‘sistema di sistemi‘, dato che l’aereo pilotato avrebbe dovuto collaborare con sciami di droni e un cloud da combattimento. Un progetto da miliardi di euro che doveva entrare in funzione dagli anni Quaranta del 2000 e avrebbe avuto il merito di unificare i sistemi d’arma di tre fra i principali Paesi dell’Ue, ma che oggi deve essere considerato definitivamente abortito a causa di controversie durate anni su competenze, tecnologie e ripartizione degli appalti. L’unica eredità che questo progetto mai nato potrebbe lasciare è quella di un sistema comune europeo, con la rinuncia allo sviluppo franco-tedesco e la creazione esclusiva di un cloud militare europeo. Le fonti tedesche che hanno dato l’annuncio precisano non a caso che “questo rappresenta in qualche modo il sistema nervoso che mette in rete aerei, droni e altri componenti in un insieme integrato”.
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La gente comune sta pagando per guerre che non ha iniziato, mentre le compagnie petrolifere continuano a trarre profitto. Ecco cosa hanno fatto gli attivisti di Greenpeace
Era il 2022 quando l’attacco della Russia all’Ucraina ha gettato l’Europa nel caos energetico. Sono passati solo quattro anni e siamo di nuovo allo stesso punto: una crisi internazionale fa salire i prezzi, famiglie e imprese pagano il conto, mentre le compagnie del petrolio e del gas trasformano l’instabilità globale in nuovi profitti.
Non è una fatalità. È il risultato di una dipendenza costruita e difesa per anni: quella dai combustibili fossili, dalle importazioni di gas e petrolio e da un modello energetico che ci espone a guerra, ricatto e tensione geopolitica.
La gente comune sta pagando con la propria vita per guerre che non ha iniziato, mentre le compagnie petrolifere continuano a trarre profitto sulle spalle di cittadini e cittadine che pagano la crisi energetica. Dopo l’attacco illegale di Stati Uniti e Israele all’Iran, con il silenzio ignavo e complice del governo italiano, i prezzi di benzina e petrolio sono saliti e a poco servono le misure emergenziali – ripetuti pannicelli caldi – che l’esecutivo Meloni tenta di mettere in campo.
La crisi che stiamo vivendo è colpa di Trump e Netanyahu, ma è responsabilità di Meloni, per la sua mancata opposizione agli attacchi, e dei governi italiani (presente e passati), per la loro totale incapacità di rendere il nostro Paese indipendente dalle risorse energetiche estere, in primis petrolio e gas.
Per questo i volontari e le volontarie di Greenpeace in questi giorni hanno fatto un semplice gesto: dare un volto ad alcuni dei responsabili dell’attuale crisi energetica ed economica, attaccando degli adesivi di Trump e Meloni che si vantano del loro operato connesso all’aumento dei prezzi della benzina e del diesel. Un gesto che, con quel sano tocco di ironia, invita a riflettere sul modello economico e sociale che stiamo vivendo.
Quella fra l’Italia e il gas ha tutta la dinamica di una relazione tossica: più subiamo i danni climatici ed economici dei combustibili fossili, più ne vogliamo e ne cerchiamo, tanto che la nostra premier a inizio maggio – all’imminente scoppio della crisi mediorientale – è andata in Azerbaijan per assicurarci nuove forniture e rilanciare il progetto dell’Italia hub del gas europeo.
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Roma ,2Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzinaNella foto : proteste di GreenpeaceUfficio stampa Greenpeace Italia
Come si esce da questa relazione tossica con i combustibili fossili che sta facendo collassare economia e clima? In un solo modo, investendo veramente nelle fonti rinnovabili e abbandonando definitivamente quelle fossili. Per anni la politica energetica italiana è stata una copia di quella dell’industria fossile, ora ci ritroviamo con un potenziale enorme, ma senza la capacità di capitalizzarlo: abbiamo sole e vento ma ci mancano gli impianti.
Se guardiamo i mix energetici europei, ci rendiamo conto facilmente che, mentre tutti puntano su altre fonti, l’Italia preferisce acquistare dall’estero, a prezzi alti, combustibili da trasformare in elettricità.
Il confronto con la Spagna dimostra che un’altra strada è possibile. Madrid ha investito con decisione su solare ed eolico e oggi paga molto meno la dipendenza dal gas: quando il prezzo del metano sale, il sistema elettrico spagnolo è molto meno esposto rispetto a quello italiano. Nel 2026, il gas ha condizionato il prezzo dell’elettricità solo in una piccola parte delle ore in Spagna, mentre in Italia continua a determinarlo per la grande maggioranza del tempo. Non è una differenza geografica, ma politica: chi costruisce rinnovabili si protegge dalle crisi; chi resta legato al gas le subisce e le fa pagare a famiglie e imprese.
Per una giusta e sana transizione serve investire in autoconsumo, comunità energetiche e fonti rinnovabili, rimuovere gli ostacoli burocratici che limitano l’installazione di solare e fotovoltaico e puntare ai sistemi di accumulo. Secondo dati dell’ultimo rapporto Ember si può facilmente vedere come, nel 2025, solare ed eolico hanno prodotto insieme il 30,1% dell’elettricità dell’Unione Europea, generando 841 TWh di energia elettrica, mentre tutte le fossili hanno generato il 29% (pari a 809 TWh) e il nucleare il 23,4% con 652 TWh. Solamente 5 anni fa, la quota cumulativa di solare ed eolico si attestava al 19,7% (-10% rispetto al 2025) e quella delle fossili al 36,7% (+8% rispetto al 2025). Nel frattempo, le altre due principali fonti di energia elettrica, l’idroelettrica e il nucleare, sono rimaste stabili o hanno registrato un leggero calo.
Come fare tutto questo? Sicuramente sfruttando al meglio la possibilità che l’Europa ci dà: impiegare fino allo 0,3% del PIL nazionale per finanziare interventi strutturali nella transizione energetica, che per l’Italia significa disporre di quasi 7 miliardi di euro l’anno (fino a 14 miliardi nel triennio 2026-2028) per ridurre la dipendenza da gas e petrolio.
Nel primo mese del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas al mondo hanno complessivamente guadagnato oltre 30 milioni di dollari all’ora di profitti extra. Nella sola Unione Europea, le compagnie petrolifere hanno avuto entrate extra giornaliere di circa 81 milioni di euro dalla vendita di diesel e benzina.
Le quattro maggiori compagnie petrolifere europee – Shell, TotalEnergies, BP ed Equinor – hanno riportato oltre 18 miliardi di dollari USA di utili nel primo trimestre del 2026, in aumento dell’80% rispetto al trimestre precedente. Per il 2026, si prevede che sole sei compagnie petrolifere internazionali (ExxonMobil, Shell, BP, TotalEnergies, Chevron, ConocoPhillips) riporteranno profitti complessivi vicini a 94 miliardi di dollari.
Se vogliamo davvero giustizia sociale e climatica, dobbiamo smettere di proteggere chi guadagna dalle crisi e iniziare a proteggere chi le subisce. Le famiglie non possono continuare a pagare bollette più alte mentre le compagnie fossili accumulano profitti enormi. Le imprese non possono essere lasciate ostaggio di un sistema energetico instabile, costruito sulla dipendenza da petrolio e gas.
Non chiediamolo: facciamolo. Tassiamo chi alimenta le guerre e la crisi climatica. Tassiamo le lobby del petrolio e del gas e usiamo quelle risorse per liberarci dalla dipendenza fossile.
Ripresi in Questura a Campobasso gli interrogatori nell’inchiesta sull’avvelenamento da ricina di Sara Di Vita e della madre Antonella Di Ielsi. Gli investigatori ascoltano amici e familiari, mentre proseguono le perizie su telefoni, computer e analisi medico-legali. Attesi a breve gli esiti delle autopsie
Si allarga ulteriormente il cerchio degli interrogatori nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Sara Di Vita e della madre Antonella Di Ielsi, avvelenate dalla ricina. Dopo una prima fase concentrata sui familiari più stretti, gli investigatori stanno ora estendendo gli accertamenti anche agli amici della famiglia, ascoltati in queste ore negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso. Gli interrogatori sono ripresi lunedì mattina in Questura e proseguiranno nei prossimi giorni con una serie di audizioni ritenute utili a ricostruire il contesto relazionale e personale delle due vittime. L’obiettivo è quello di delineare con maggiore precisione gli ultimi mesi di vita di Sara Di Vita e della madre, cercando eventuali elementi utili all’indagine che possano emergere da frequentazioni, contatti e dinamiche quotidiane.
Tra le persone già convocate figurano diversi amici di famiglia, mentre in settimana è atteso l’interrogatorio di Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, una delle figure su cui si concentra parte degli approfondimenti investigativi. Non è invece ancora stata fissata una data per un eventuale nuovo sopralluogo nell’abitazione di Pietracatella, rimasta sotto sequestro da circa 160 giorni, dal periodo in cui si verificarono i decessi.
Il lavoro degli inquirenti procede parallelamente sul fronte tecnico-scientifico, con una serie di esami che stanno scandendo i tempi dell’inchiesta. Entro la fine del mese è attesa la consegna dei dati estratti dallo smartphone di Alice, un passaggio considerato significativo per la ricostruzione delle comunicazioni e degli spostamenti della famiglia. A seguire, entro la fine di luglio, dovrebbero essere disponibili anche i risultati delle analisi sui telefoni cellulari e sui computer sequestrati all’interno dell’abitazione di Pietracatella. Materiale che potrebbe fornire ulteriori riscontri o nuove piste investigative.
Sul versante medico-legale, invece, si attende entro una ventina di giorni l’esito definitivo delle autopsie sui corpi delle due vittime. Un passaggio fondamentale, più volte rinviato, che dovrebbe chiarire ulteriormente le modalità dell’avvelenamento e la dinamica degli ultimi momenti di vita. Le indagini, coordinate dalla Procura, si sviluppano quindi su più livelli: dalle testimonianze alle analisi scientifiche, fino allo studio dei dispositivi elettronici. Un lavoro complesso che punta a ricostruire non solo la dinamica della morte, ma anche il contesto in cui sarebbe maturata la tragedia.
A supportare gli accertamenti è un pool di specialisti che si avvale anche della consulenza di Carlo Locatelli, direttore del Centro antiveleni di Pavia, già protagonista della prima svolta investigativa quando, a metà marzo, era stata individuata la presenza di ricina nel sangue delle due donne, elemento che aveva cambiato radicalmente l’impostazione dell’inchiesta. Gli investigatori mantengono il massimo riserbo, mentre l’attività istruttoria prosegue con un calendario serrato di audizioni e verifiche tecniche.
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Il 5 giugno alle ore 21, la rete elettrica giamaicana, già devastata dal micidiale uragano Melissa di ottobre 2025, collassa misteriosamente, gettando l’isola in un blackout totale che dura quasi 12 ore, con un ripristino del servizio a fasi progressive (prima hotel e quartieri benestanti, ovvio) che impegna centinaia di tecnici tutta la notte fino a mattino inoltrato.
Il ministro dell’Energia Daryl Vaz del governo JLP (Jamaica Labour Party) di Andrew Holness si scaglia furibondo contro la JPS, la compagnia elettrica a capitale privato che opera in Giamaica in regime di monopolio. “Imbarazzante” e “inaccettabile” i termini usati per definire il servizio di una società già oggetto di feroci critiche per i costi altissimi pagati dagli utenti e l’inettitudine della dirigenza. I social network si intasano di post, incentrati sulla possibilità di un attacco malware (malicious software) alla centrale elettrica. Il malware è un programma informatico che comprende virus e trojan, più volte utilizzato per provocare blackout in Ucraina prima e durante la guerra con la Russia.
Dopo la riunione con la JPS, il ministro smentisce tali voci, attribuendo la causa a una serie di fulmini che avrebbero colpito la centrale provocando un effetto a catena. Restano le perplessità sul fatto che neanche Melissa, uragano forza 5, fosse riuscito a spegnere tutte le luci dell’isola istantaneamente.
Un’ora prima, un incendio di natura non accertata aveva devastato il quartier generale della JDF (l’esercito giamaicano) nella capitale. Questi strani eventi sono successi dopo l’arrivo al porto di Kingston lunedì scorso della portaerei americana Nimitz, scortata da tre incrociatori, rimasti al largo mentre la nave da guerra attraccava. L’arrivo della Nimitz è stato presentato dal governo di Holness come un evento pacifico per celebrare 250 anni di relazioni bilaterali USA-Giamaica, dalla dichiarazione d’indipendenza del 1776.
Nave scuola o minaccia a Cuba?
Gli studenti sono saliti sul colosso bellico a propulsione nucleare, che può trasportare fino a 90 caccia F/A-18E/F Super Hornet. Il partito di Holness, JLP, ha una storia di mezzo secolo almeno nella partnership politica con i repubblicani Usa. Edward Seaga, suo fondatore, era pappa e ciccia prima con Reagan poi con Bush padre, appoggiando militarmente il primo nell’invasione della piccola isola di Grenada, astenendosi però quando Bush replicò con Panama.
Due fattori stridono decisamente con l’atmosfera idilliaca dal sapore di propaganda che Holness ha costruito per questo evento:
1. La presenza di 4000 soldati sbarcati dalla portaerei, che non è facile immaginare in procinto di “imbiancare scuole” come ha fatto ironicamente notare Byron Blake, un ex diplomatico di Caricom, la Comunità Caraibica per il Libero Scambio: “Il fatto che, in un momento storico in cui la tensione tra Cuba e Stati Uniti è al top, si scelga di mettere una nave di questa portata bellica proprio davanti alle coste cubane suona come un atto di intimidazione e una prova di forza di cui la Giamaica diventa inevitabilmente complice”.
2. È quindi sospetta la tempistica di organizzare questa visita proprio quando Trump e Rubio progettano di sferrare il colpo di grazia a Cuba, il nemico storico ormai messo in ginocchio dal blocco navale che impedisce l’arrivo di carburante, alimenti e medicine, con il Venezuela ridotto a Stato succube, dopo il sequestro di Maduro e il suo petrolio interdetto all’isola un tempo alleata.
Cuba, che soffre anche della fuga dei capitali stranieri – primi fra tutti la rinuncia delle catene spagnole di alberghi come Melia e Iberostar che stanno abbandonando l’Avana – è a 20 minuti di aereo da Kingston a Santiago. Anche Visa e Mastercard hanno interrotto il servizio di pagamento ai turisti che soggiornano a Cuba.
E non è un caso che le prime critiche all’opportunità di tale spiegamento di forze dirimpetto all’isola nel contesto attuale siano venute dal partito rivale PNP (People National Party) il cui storico leader, MichaelManley, fu alleato di Cuba a lungo, osteggiato dagli Stati Uniti che soffiarono sul fuoco, favorendo il conflitto civile tra i due partiti. Un migliaio di persone furono uccise durante le elezioni del 1980. Anche Bob Marley, che appoggiava Manley, fu ferito in un attentato.
Raul Castro il prossimo?
Un’altra coincidenza temporale sospetta è che la nave sia arrivata in Giamaica proprio nel momento in cui la chiacchierata trattativa tra gli Usa e il nipote di Raul Castro – Raul Guillermo Castro, detto El Cangrejo per via di una mano deformata – sembra destinata al naufragio, dopo l’incriminazione del nonno da parte del Procuratore Distrettuale Usa Todd Blanche, per l’abbattimento nel 1996 di due aerei civili appartenenti all’organizzazione anticastrista di Miami Brothers to the Rescue che avevano violato lo spazio aereo cubano. In quella circostanza morirono 4 persone, tra cui 3 cittadini americani.
Una mossa strumentale da parte di Trump, probabilmente sollecitata dal Segretario di Stato Marco Rubio per sabotare ogni margine di trattativa con l’arcinemico cubano, e fornire un eventuale pretesto per un’invasione nell’isola ai fini di arrestare il 94enne fratello di Fidel, sulla falsariga di ciò che è stato fatto con Maduro.
Ma potrebbe essere solo una minaccia per intimorire l’élite castrista, puntando al suo simbolo storico, e se questa ipotesi fosse veritiera, la presenza della Nimitz nel porto di Kingston coinciderebbe con tale minaccia. Speculations ovviamente, prive di riscontro al momento.
La portaerei ha lasciato Kingston il 5 giugno, proprio lo stesso giorno del blackout notturno in Giamaica. Il governo di Holness ha respinto ogni ipotesi di “stress test” di un cyber attack sulle postazioni JPS con effetto collaterale l’incendio della caserma, e soprattutto che la presenza della nave Usa servisse a intimidire il governo cubano, accusando social e opposizione di complottismo.
Tuttavia rimangono le inconsistenze della versione ufficiale: l’oscuramento totale di una nazione provocato da un temporale, e una nave da guerra armata fino ai denti che si scomoda per un viaggio così costoso solo a scopo didattico. Della serie, negare per non spiegare.
Le serate (ad ingresso gratuito) saranno registrate e trasmesse prossimamente in prima serata su Rai1, in contemporanea su Rai Radio2 e disponibili anche su RaiPlay
Carlo Conti e Andrea Delogu per il terzo anno consecutivo tornano al timone di Tim Summer Hits che apre l’estate 2026 a Roma. Quattro serate-evento nel cuore della Capitale: sul palco di Piazza del Popolo si alterneranno le star della musica per cantare insieme al pubblico i loro successi del momento, dando vita a performance live.
Gli appuntamenti sono fissati per domenica 21, lunedì 22, martedì 23 e mercoledì 24 giugno. Una delle piazze di Roma tra le più conosciute al mondo si trasformerà così nel più grande palcoscenico a cielo aperto di questa stagione, accogliendo i gli artisti e le artiste delle classifiche, le icone pop con le canzoni che si candidano a diventare tormentoni dell’estate.
Le serate (ad ingresso gratuito) saranno registrate e trasmesse prossimamente in prima serata su Rai1, in contemporanea su Rai Radio2 e disponibili anche su RaiPlay.
Il numero uno del mondo è uscito dall’ospedale milanese dopo una mattinata di controlli già programmati. Percorso di monitoraggio avviato dopo il malessere a Parigi: dalle analisi di routine alle ipotesi su stress agonistico, infiammazione silente, microbioma e allergie
Il numero uno del mondo è arrivato in ospedale nelle prime ore del giorno per una serie di controlli specialistici, parte di un percorso di monitoraggio iniziato nei giorni scorsi dopo le difficoltà fisiche accusate al Roland Garros. All’uscita, la scena è rapida: pochi passi verso l’auto, il volto disteso e un accenno di sorriso rivolto a chi lo ha riconosciuto.
I controlli
Nei giorni precedenti il tennista si era già sottoposto a verifiche approfondite al J Medical di Torino, in un quadro di esami preventivi legati al crollo fisico avuto durante il torneo parigino dove le temperature hanno toccato anche i 30°. Un episodio che aveva reso necessario un controllo più esteso sulle sue condizioni dopo settimane di grande intensità agonistica.
Anche oggi gli accertamenti rientravano in questo percorso di valutazione complessiva dello stato di forma, con l’obiettivo di monitorare il recupero e assicurarsi che non vi siano strascichi del recente affaticamento. Nessun dettaglio ufficiale è stato diffuso sull’esito delle visite. La sola immagine che resta, al momento, è quella di Sinner che lascia l’ospedale con passo tranquillo, la fascia al braccio e un’espressione che sembra andare nella direzione della normalità ritrovata. Un’uscita senza clamori, coerente con il suo stile, mentre il lavoro di recupero prosegue in vista dei prossimi impegni stagionali.
Le ipotesi
Gli esami potrebbero servire a valutare in modo approfondito la risposta dell’organismo allo stress agonistico cronico, andando oltre i normali esami di routine. Tra le ipotesi, l’uso di diagnostica avanzata per individuare eventuali segni di “infiammazione silente”, oltre all’analisi dell’equilibrio ormonale e di parametri metabolici non rilevabili con i comuni esami del sangue.
Un altro possibile fronte di indagine riguarda il microbioma intestinale, che può risentire di viaggi, cambi di alimentazione e stress competitivo (vedi quanto avvenuto a Matteo Arnaldi, ndr), influenzando anche il sistema immunitario. Vengono inoltre richiamati eventuali approfondimenti allergologici e respiratori, considerando la sensibilità del giocatore ai pollini e le condizioni ambientali sfavorevoli già riscontrate in passato. Infine, gli accertamenti potrebbero aver compreso anche analisi del sangue e delle urine, utili a definire un piano nutrizionale personalizzato, insieme a eventuali ulteriori controlli cardiologici e specialistici, nell’ottica di chiarire le cause dei recenti episodi di malessere.
Il tecnico spagnolo del Como ha un'opinione chiara sullo smartphone e i social network: "No Instagram, no Twitter, cerco di proteggere la sua adolescenza"
“Mi piacerebbe che i miei figli provassero quella gioia, quella sensazione di libertàcreativa“. Quando parla della sua infanzia, CescFabregas quasi si commuove. L’ex calciatore, oggi allenatore e protagonista dell’impresa del Como qualificato alla prossima Champions League, è convinto che smartphone e social network stiano facendo perdere tempo alle nuove generazioni: “Ora il tempo è occupato dall’iPad, dai social, da tutta quella merda lì che divora il tempo dei bambini“, accusa il tecnico spagnolo, nel corso della sua intervista a Walter Veltroni per il Corriere della Sera.
È una versione inedita di Fabregas, poco conosciuta. Che investe il suo ruolo di allenatore ma anche di padre: “Mia figlia di tredici anni è l’unica della sua classe che non ha telefono. Ma anche se lei si innervosisce per questo, io tengoduro. Fino a sedici o diciassette anni, l’età minima che dovrebbe essere prevista, non lo avrà. No Instagram, no Twitter, cerco di proteggere la sua adolescenza. Voglio che faccia di questo un uso consapevole, non che si faccia mangiare il tempo della sua vita da un telefono”, spiega Fabregas.
L’allenatore del Como racconta il suo tempo da bambino: “D’estate i miei mi lasciavano dai nonni. Davanti alla loro casa c’era un campetto da cinque contro cinque e io, dalla mattina alla sera, stavo lì. Mi bastava sentire dalla finestra il rumore del pallone e scendevo di corsa. Era una magnificaossessione“. Oggi, invece, a suo dire tutto è occupato dalla società digitale, che considera pericolosa per una ragione: “L’illusione di vivere in un mondo che non è reale, non esiste. Tutta la gente che ti esalta o che ti insulta sui social, non esiste. Spesso sono dei robot, persone frustrate, rancorose, gente che abita dall’altra parte del mondo e dopo cinque minuti neanche si ricorda di essersi occupata di te“.
È un problema che Fabregas riscontra anche sul campo da calcio, confrontandosi con i suoi calciatori: “Non hanno pazienza, non riescono più a concentrarsi per più di due minuti, devono cambiare sempre tema, non riescono a fare una cosa per volta. Se un giocatore sbaglia un passaggio sembra sia la fine del mondo, ma sbagliare è naturale, direi necessario. Chi debutta in prima squadra dovrebbe essere emozionato, legato al collettivo. Invece no, alcuni di loro stanno seduti con il telefonino in mano. Dov’è la gioia?”. Per questo il tecnico spagnolo lavora a un antidoto: “Li faccio festeggiare. Tutto. Un esordio, un compleanno, il primogol. Devono percepire l’importanza di quello che fanno”. Anche questo fa parte della ricetta vincente del suo Como: “Bisogna vivere la gioia, celebrare ogni piccolo passo della vita”.
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Caro carburanti, protesta Greenpeace: adesivi con Trump e Meloni sulle pompe di benzina
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