“Non mangiate il tiramisù, si rischia la salmonella”: il Daily Mail mette all’indice il dolce italiano, il monito dell’esperta dopo l’epidemia nel Regno Unito

Un'epidemia di intossicazioni alimentari (con due decessi accertati) spinge gli esperti britannici a sconsigliare il consumo di dolci e salse a base di uova crude nei ristoranti. Nel mirino dell'esperta Natalie Stanton anche formaggi a pasta molle, frutta pre-tagliata e la gestione domestica degli avanzi
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Una foto in primo piano di una porzione di tiramisù, accompagnata da un monito perentorio destinato alla popolazione: “Il tiramisù è tra gli alimenti che gli esperti di igiene hanno sconsigliato ai britannici di consumare durante l’epidemia”. Il quotidiano britannico Daily Mail lancia un massiccio allarme sulla sicurezza alimentare nel Regno Unito e, per farlo, sceglie l’immagine del dessert italiano più famoso e amato al mondo. L’obiettivo, dal punto di vista scientifico e giornalistico, non è colpire la ricetta in sé, ma l’ingrediente crudo che ne costituisce la base: le uova.

La situazione oltremanica è delineata con chiarezza dalla testata: “Il Regno Unito è attualmente nel pieno di una crescente epidemia di intossicazione alimentare. Finora sono stati segnalati oltre 500 casi e due decessi correlati a focolai di salmonella in tutto il Regno Unito, e gli esperti avvertono che probabilmente si tratta solo della punta dell’iceberg”. I casi di intossicazione alimentare, si legge, sono aumentati di quasi il 20% in soli due anni.

Le autorità sanitarie hanno già individuato il vettore principale dell’infezione: “In ogni allerta sanitaria emessa finora, le autorità hanno indicato chiaramente il colpevole: le uova, importate dall’estero”. Il quotidiano precisa infatti che le uova britanniche, contrassegnate dal “caratteristico marchio Red Lion, sono probabilmente a basso rischio”. Il problema sorge consumando pasti fuori casa, “dove è impossibile risalire al Paese di origine di un alimento”.

Famiglia nel bosco, dopo le denunce della famiglia aperto un procedimento disciplinare per l’assistente sociale

Al centro del procedimento ci sono sei presunte violazioni del codice deontologico. La professionista avrà ora la possibilità di presentare le proprie deduzioni e di rispondere alle contestazioni. Intanto a occuparsi del caso si occuperà un'altra figura
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L’Ordine degli assistenti sociali d’Abruzzo ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti di Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che ha seguito il caso della famiglia del bosco di Palmoli, nel Chietino. Al centro del procedimento ci sono sei presunte violazioni del codice deontologico. D’Angelo avrà ora la possibilità di presentare le proprie deduzioni e di rispondere alle contestazioni. Il fascicolo è stato aperto dal collegio territoriale di disciplina dell’Ordine dopo due segnalazioni.

Le denunce della famiglia

La prima era stata presentata il 22 gennaio dalla presidente dell’Ordine, Francesca D’Atri, per “la necessaria verifica del corretto esercizio della professione” da parte dell’assistente sociale, anche in relazione a presunte “dichiarazioni” rilasciate alla stampa. La seconda segnalazione era arrivata sette giorni dopo dagli allora legali dei genitori, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas che poi avevano lasciato l’incarico. Nell’esposto di otto pagine, secondo quanto riportato, i legali avevano sostenuto che D’Angelo si è mostrata “ostile” e “non ha svolto il proprio incarico con l’imparzialità richiesta dal ruolo”. Nel documento erano stati inoltre contestati un presunto “conflitto personale” e una gestione definita “manchevole” del rapporto con la famiglia. Posizioni quindi della difesa della coppia dei genitori verso cui sono stati presi i provvedimenti di sospensione della responsabilità genitoriale lo scorso novembre, l’allontanamento della madre dei bambi per i comportamenti “ostili” proprio nei confronti degli operatori che si sono occupati nel corso del tempo dei fratellini.

Vale la pena ricordare che la coppia dal 2021 viveva con tre figli piccoli in un casolare fatiscente. I fratellini non frequentavano la scuola (i genitori sostenevano l’educazione parentale), non avevano assistenza pediatrica, né completato il ciclo di vaccinazioni e non parlavano italiano. Nel settembre 2024 la famiglia si era intossicata con funghi raccolti dal padre ed è stata soccorsa casualmente da un vicino. In ospedale i genitori avevano rifiutato alcune cure per i figli che rifiutavano il sondino nasogastrico, episodio che aveva fatto partire le segnalazioni alle autorità.

Il caso dei bimbi

L’allontanamento dei bambini era avvenuto nell’ambito di un percorso seguito dai servizi sociali e disposto dal Tribunale per i minorenni, sulla base di valutazioni relative alle condizioni di vita dei minori. La più grande al momento dell’allontanamento aveva una bronchite non curata. Dopo un periodo di permanenza nella casa, la madre è stata allontanata il 7 marzo dalla struttura per l’atteggiamento “ostile” e “squalificante” nei confronti degli operatori. A seguito della decisioni i giudici erano stati attaccati dalla stessa premier, Giorgia Meloni, e hanno subito una ispezione decisa dal ministro della Giustizia che si è conclusa con l’archiviazione. I coniugi erano stati ricevuti dal presidente del Senato e hanno partecipato anche a una conferenza stampa alla Camera. La coppia ora vive in una nuova abitazione messa a disposizione dal Comune, dove verranno raggiunti dai tre bambini dopo la recente decisione dei giudici che prevede un ricongiungimento graduale.

Il procedimento

Il procedimento non costituisce un giudizio sulla condotta professionale dell’assistente sociale. Il consiglio di disciplina ha deciso di procedere perché “non sono stati ritenuti sussistenti i presupposti per consentire un’eventuale archiviazione immediata”. L’archiviazione, secondo quanto riportato negli atti, sarebbe stata possibile qualora “i fatti palesemente non sussistano” oppure nel caso in cui “le notizie pervenute siano manifestamente infondate“. Le contestazioni riguardano diversi articoli del codice deontologico. Tra i principi sui quali il collegio dovrà fare le proprie valutazioni c’è quello secondo cui l’assistente sociale “considera ogni individuo anche dal punto di vista biologico, psicologico, sociale, culturale e spirituale, in rapporto al suo contesto di vita e di relazione”.

Un’altra norma stabilisce che il professionista “non esprime giudizi di valore sulla persona in base alle sue caratteristiche o orientamenti e non impone il proprio sistema di valori”. Il procedimento riguarda inoltre il principio secondo cui l’assistente sociale “riconosce le famiglie, nelle loro diverse e molteplici forme ed espressioni, nonché i rapporti elettivi di ciascuna persona, come luogo privilegiato di relazioni significative”. Tra gli aspetti sottoposti all’attenzione del consiglio di disciplina c’è anche la gestione dei rapporti con la stampa. Il codice stabilisce che “l’assistente sociale, oltre a ispirarsi a criteri di equilibrio e misura, è tenuto al rispetto della riservatezza e del segreto professionale nei rapporti con la stampa”.

Secondo l’esposto dei legali, D’Angelo non avrebbe inoltre rispettato la norma che prevede che l’assistente sociale “chiede al proprio datore di lavoro di essere sollevato dall’incarico, fornendo ogni elemento utile alla continuità del processo di aiuto, nel caso in cui l’interesse prevalente della persona lo esiga o quando, per gravi motivi, venga meno la relazione di fiducia”. L’ultima contestazione riguarda infine il rapporto con lo stesso Ordine professionale. Intanto una nuova assistente sociale si occuperà del caso Giuseppina Tittaferrante incontrerà l’avvocato della famiglia, Simone Pillon. Al momento, tuttavia, D’Angelo non risulta essere stata formalmente rimossa dal proprio incarico.

“Sono ancora vivo stasera, grazie a un uomo. Loek Hartog”: si ferma e salva il collega intrappolato nell’auto in fiamme – Video

Bellissimo gesto altruistico del pilota olandese Loek Hartog: si accorge della situazione critica del collega Ollie Millroy e arresta la sua gara per salvarlo
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Interrompe la propria gara e salva l’avversario-collega dall’auto in fiamme. Lo scorso fine settimana, a Shangai, durante una gara del campionato automobilistico ChinaGT, il pilota britannico Ollie Millroy si è trovato intrappolato nella propria vettura in fiamme a seguito di un brutto incidente. Gli esami hanno poi accertato la frattura di cinque costole, una clavicola, una mano e un dito.

Data la lentezza dei soccorsi – la squadra del britannico, AAI Motorsports, dopo la gara ha accusato gli addetti alla sicurezza di Shangai di essere impreparati e ha ritirato i propri piloti dalle altre gare del campionato – è intervenuto il pilota olandese Loek Hartog, che ha fermato la propria auto e assistito il collega: Prima ha cercato di far uscire Millroy dal lato del passeggero, senza successo, poi ha preso un estintore per cercare di spegnere l’incendio. Infine è riuscito a tirare fuori Millroy di peso dalla portiera del pilota. Solo dopo che è avvenuto il salvataggio, sono arrivati sul luogo gli assistenti di gara. “Grazie Loek. Ti devo la vita per il gesto altruistico che hai compiuto”: così il pilota britannico ha ringraziato su Instagram l’amico che lo ha salvato.

“Sono ancora vivo stasera, grazie a un uomo. Loek Hartog si è fermato all’istante senza bandiere, senza squadre di vigili del fuoco e rischiando la propria vita per tirarmi fuori dall’auto. Non ricordo nulla tra i 30 secondi prima dell’incidente e 1 ora dopo, ma ricorderò il suo incredibile atto di coraggio per il resto della mia vita. Un giorno racconterò questa storia ai nostri tre figli e Loek sarà il più grande supereroe nella storia ai loro occhi. Sono qui stasera con 5 costole rotte, una costola rotta, una mano rotta e un dito e un polmone contuso, ma avrebbe potuto essere molto peggio. Grazie Loek. Ti devo la mia vita per il tuo atto altruistico oggi”.

Vannacci ‘docente’ a un incontro di aggiornamento professionale per i poliziotti a Torino (con i saluti del Questore)

L’iniziativa, prevista il 18 settembre, è stata riconosciuta come attività di aggiornamento professionale ed è organizzata dai sindacati Fsp e Fmpi. La Cgil: "Come è stata autorizzata?"
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Roberto Vannacci versione “docente” al corso di formazione sulla “Insicurezza urbana” per i poliziotti a Torino. Il leader di Futuro Nazionale sarà, infatti, tra i relatori del convegno organizzato il 18 settembre all’Hotel Nh dai sindacati Fsp-polizia di Stato e Fmpi: un evento che è stato riconosciuto come attività di aggiornamento professionale e che prevede, in apertura, anche i saluti del Questore del capoluogo piemontese, Massimo Gambino.

Sul piede di guerra il Silp Cgil Piemonte che ha chiesto formalmente al Questore di revocare il provvedimento con il quale l’evento è stato riconosciuto come attività di aggiornamento professionale. La presenza di Vannacci rappresenta “un elemento sufficiente a incrinare il presupposto che la normativa richiede per il riconoscimento dell’autoformazione: la natura tecnico-scientifica e la stretta neutralità dell’iniziativa rispetto a qualsiasi connotazione politica. Il rilievo riguarda i criteri con cui è stata concessa l’autorizzazione”, sottolinea il Silp Cgil. Nella richiesta il sindacato richiama, tra gli altri, l’articolo 98 della Costituzione, il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici e quello del personale della polizia di Stato, oltre alle direttive del Dipartimento della pubblica sicurezza che, secondo il Silp Cgil, subordinano appunto il riconoscimento dell’autoformazione alla natura strettamente tecnico-professionale dell’iniziativa.

Oltre a Vannacci, è prevista la presenza dei sindacalisti Luca Pantanella e Valter Mazzetti, dell’imprenditore Francesco Toselli, del criminologo clinico Emilio Chiodo e di Pietro Senaldi, condirettore di Libero. “Si sono sempre invitati politici a queste iniziative di formazione, lo stesso Vannacci è già venuto due volte e nessuno ha avuto da ridire”, replica Pantanella a Repubblica.

Intanto la polemica diventa anche politica. “Siamo davvero oltre ogni limite, il ministro Piantedosi ora deve spiegare al Parlamento e all’opinione pubblica del nostro Paese quale contributo alla formazione professionale del personale della Polizia di Stato possono dare le idee e le proposte di cui si fa portatore l’europarlamentare Vannacci”, afferma il leader di Alleanza Verdi-Sinsitra Nicola Fratoianni. “È necessario – aggiunge – che il riconoscimento professionale che è stato riconosciuto con un’apposita circolare per questa iniziativa venga annullato e che il questore di Torino, responsabile dell’Autorità di Pubblica Sicurezza, si astenga dal partecipare a quell’evento”.

Cosa ci dice la scelta di Don Lanfranco Casali di diventare diamante blu dopo la morte

Il sacerdote marchigiano, morto a 93 anni, aveva affidato a un video-testamento una volontà precisa. Abbiamo cominciato a trasformare la materia del corpo in linguaggio
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Don Lanfranco Casali, sacerdote marchigiano morto a 93 anni, aveva affidato a un video-testamento una volontà precisa: essere cremato e vedere trasformate le proprie ceneri in un diamante blu, da collocare in un luogo sacro. Per continuare, aveva spiegato, a “riflettere la luce di Dio”.

Il desiderio è stato realizzato in Svizzera da Algordanza, azienda specializzata nella creazione dei cosiddetti Diamanti della Memoria. Il carbonio estratto dalle ceneri viene purificato, trasformato in grafite e sottoposto a pressioni e temperature elevatissime, fino a diventare una pietra autentica, le cui sfumature blu dipendono dal boro presente nel corpo umano. La vicenda è stata raccontata dall’Ansa.

Di fronte a una scelta simile, la reazione più immediata è spesso quella di stabilire se sia giusta oppure sbagliata, rispettosa oppure eccessiva. Ma il compito di una death educator non è distribuire approvazioni. È provare a comprendere che cosa una scelta racconti del tempo in cui viviamo. Per secoli abbiamo affidato i morti a luoghi riconoscibili: una tomba, una cappella, un cimitero. Sapevamo dove trovarli e, andando a visitarli, accettavamo anche la distanza che la morte aveva introdotto. Oggi quella geografia sta cambiando. Le ceneri possono essere disperse, custodite in casa, trasformate. Il morto non è più necessariamente “là”, in uno spazio separato dalla vita quotidiana. Può diventare qualcosa da tenere vicino, da portare con sé, persino da tramandare.

Il diamante non parla soltanto del desiderio di rendere eterno ciò che è destinato a scomparire. Dice qualcosa di più sottile: abbiamo cominciato a trasformare la materia del corpo in linguaggio. Non conserviamo semplicemente un resto, gli chiediamo di raccontare ancora chi siamo stati, ciò in cui abbiamo creduto, il modo in cui desideriamo essere ricordati.

In questo senso, la decisione di don Casali non sembra una fuga dalla morte. Al contrario, nasce dall’averla pensata in anticipo e dall’averle dato una forma coerente con la propria biografia spirituale. Quel diamante non vuole sostituire la persona né negarne la fine. È la conclusione materiale di una metafora che ha attraversato la sua vita: ricevere una luce e rifletterla.

Stiamo entrando in un’epoca nella quale anche il destino del corpo diventa parte del racconto individuale. Non ereditiamo più soltanto rituali: sempre più spesso li scegliamo, li modifichiamo, ne inventiamo di nuovi. È un cambiamento che può disorientare, perché mette in discussione ciò che consideravamo immutabile. Ma i riti funebri non sono mai stati immobili: si trasformano insieme al nostro modo di concepire il corpo, custodire la memoria, vivere i legami, esprimere la devozione e riconoscere le nostre appartenenze. Forse la domanda più interessante, allora, non è se sia opportuno diventare un diamante. È un’altra; quale forma desideriamo dare alla relazione quando il corpo della persona amata non c’è più?

Perché ogni epoca costruisce i propri modi di restare e la nostra, mentre sembra voler cancellare la morte, sta forse cercando nuove parole – e nuove materie – per continuare a parlarle.

“Gli Emirati avvisarono Netanyahu dei piani di Hamas prima del 7 ottobre. Lui non avvertì l’intelligence”. Il primo ministro nega ma in Israele scoppia la polemica

A un mese dal terzo anniversario della strage del 7 ottobre, Haaretz pubblica in anteprima alcuni estratti del nuovo libro del giornalista Shlomi Eldar sui retroscena delle trattative per la liberazione degli ostaggi detenuti da Hamas
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“Un terremoto contro Israele”. È la fine di settembre del 2023 e l’emiro di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed, sente al telefono il premier Benjamin Netanyahu, e in 45 minuti di chiamata lo avverte che il leader di Hamas Yahya Sinwar sta pianificando un attacco contro Israele, un “terremoto”, per far fallire gli Accordi di Abramo. Lo racconta in un lungo e dettagliato pezzo il giornale israeliano Haaretz, che a un mese dal terzo anniversario della strage perpetrata dal movimento islamista anticipa alcuni estratti di un nuovo libro del giornalista di Channel 1 Shlomi Eldar sui retroscena delle trattative per la liberazione dei 251 ostaggi israeliani. Secondo la ricostruzione, basata su fonti anonime straniere e israeliane, dopo quella conversazione con l’emiro il primo ministro israeliano non avvertì del possibile e imminente pericolo l’intelligence e nemmeno i vertici militari.

Una rivelazione che può avere ripercussioni importanti sulla politica interna, proprio mentre il Paese è in piena campagna elettorale si prepara alla elezioni di fine ottobre. L’ufficio del primo ministro ha già respinto le accuse, definendo il retroscena “una menzogna totale“. Il primo ministro Netanyahu, è la replica, “non ha parlato con il presidente degli Emirati durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua”. Anche Ronen Bar, all’epoca capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, e Herzi Halevi, allora capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, hanno dichiarato di non essere stati informati di alcun avvertimento proveniente dal presidente degli Emirati. Mentre l’ex premier israeliano Naftali Bennett, candidato con il suo partito B’Yachad, ha invece sostenuto che quanto riportato dall’inchiesta di Haaretz è vero e che Netanyahu fu avvertito circa dieci giorni prima del 7 ottobre. Bennett ha parlato di “responsabilità personale e diretta” del premier e di “negligenza criminale“.

L’avvertimento di bin Zayed partì dalle conversazioni tenute a settembre 2023 con Sinwar da parte di un intermediario palestinese noto con il soprannome “Occhi neri”, un dirigente di Fatah con fluente conoscenza dell’ebraico e rapporti sia con Hamas sia con lo Shin Bet, i servizi di intelligence interna israeliani. In quel periodo, il governo israeliano, che si era insediato a fine 2022, stava trattando segretamente attraverso questa intermediazione per raggiungere una hudna, una tregua in arabo, con Hamas, un accordo a lungo termine che includeva la graduale rimozione del blocco su Gaza, la creazione di una zona industriale nel nord della Striscia, l’aumento dei permessi di lavoro ai palestinesi, la fornitura di gas naturale alla Striscia. La trattativa ambiva a essere ultimata con il rilascio di due civili israeliani vivi e dei corpi di due soldati uccisi, in cattività a Gaza da anni, in cambio del rilascio di 30 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, tra cui 20 ergastolani. I negoziati si erano arenati ad agosto 2023, in quanto Netanyahu rimandava la convocazione della commissione ministeriale necessaria per approvare il rilascio. A inizi settembre, riporta Haaretz citando una fonte dello Shin Bet, Sinwar scomparve e smise di trattare con gli israeliani. In seguito, avrebbe chiesto all’intermediario di trasmettere il messaggio agli israeliani che se non si andava avanti, avrebbe scatenato un “terremoto” (zilzal in arabo).

L’intermediario riferì il messaggio in primis a bin Zayed, attraverso il consigliere palestinese dell’emiro di Abu Dhabi, emigrato anni addietro da Gaza, di cui l’inchiesta non rivela il nome ma il cui profilo sembra rispondere a Mohammad Dahlan. Il 15 settembre 2023, il consigliere palestinese di bin Zayed trasmise l’avvertimento allo Shin Bet, il cui capo avrebbe informato Netanyahu e convocato una riunione di sicurezza il 17 settembre, raccomandando un’azione militare decisiva per l’eliminazione di Sinwar. Secondo le fonti, Netanyahu chiese allo Shin Bet di presentargli un piano e la decisione fu posticipata.

A fine settembre, dieci giorni prima dell’attacco, bin Zayed avrebbe telefonato direttamente a Netanyahu. Nella stessa settimana, secondo quanto rivelato da Yediot Ahronot ancora nel 2023, anche il ministro dell’Intelligence egiziano, il generale Abbas Kamel, avvertì Netanyahu che Hamas stava preparando ”qualcosa di insolito in arrivo”. Secondo quanto riportato dalle inchieste, nessuno avrebbe segnalato espressamente che il ”terremoto” di cui si parlava sarebbe venuto da dentro Gaza, bensì dalla Cisgiordania. Lo Shin Bet, riporta Haaretz, partì da una valutazione ancora più errata, sostenendo che Hamas stava cercando di “mettere le mani su Elisabeth Tsurkov”, ricercatrice israliana rapita in Iraq sei mesi prima.

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“Non sono ancora riuscito a far salire Kimi in moto, mi ha detto che non può”: la rivelazione di Bezzecchi su Antonelli

Il pilota Aprilia era presente a Monza durante lo storico successo dell'amico e ha raccontato il legame nato ormai diverso tempo fa: "Siamo così legati che, qualche giorno fa, sono andato a casa di un mio amico e me lo sono ritrovato lì"
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Due ragazzi, due fenomeni del motorsport e una passione comune che ha finito per portarli molto più vicini di quanto suggeriscano le rispettive carriere. Marco Bezzecchi e Kimi Antonelli si sono conosciuti e frequentati fino a costruire un rapporto che ormai va oltre le piste: il pilota Aprilia è stato infatti ospite del weekend di Formula 1 a Monza, dove ha seguito da vicino il giovane talento Mercedes trionfare in una gara storica, prima di tornare con la testa alla MotoGP e al prossimo appuntamento di Misano, la gara di casa. A raccontare quanto sia diventato stretto il rapporto è lo stesso Bezzecchi, con un aneddoto che fotografa bene la confidenza raggiunta: “Ormai io e Kimi siamo così legati che, qualche giorno fa, sono andato a casa di un mio amico e me lo sono ritrovato lì come se niente fosse“.

A Monza, dunque, Bezzecchi ha vestito i panni dello spettatore speciale per due giorni, sabato e domenica, facendo il tifo per l’amico e, naturalmente, anche per la Ferrari: “Io e lui appena possiamo ci vediamo, e poi ci chiamiamo e ci sentiamo spesso. Kimi è un super tifoso di Vale e con lui ha creato un grande rapporto, sono felice che a Monza abbia deciso di fare un casco in suo omaggio perché è venuto benissimo. Mi aveva fatto vedere le immagini, quando l’ha pensato con Aldo Drudi, e sapevo sarebbe venuto da paura”.

Poi la rivelazione: “Non siamo ancora riusciti a farlo salire in moto – ha ammesso Bezzecchi – un po’ perché non vuole ma soprattutto perché non può, con il suo contratto di F1, perché se potesse secondo me alla fine un giro se lo farebbe. Ma io non cedo, prima o poi, a stagione ferma, riuscirò a farlo salire sulla moto”.

Al contrario, anche Bezzecchi non ha mai guidato una vera monoposto da corsa in pista, mentre Antonelli, per ragioni contrattuali, deve per ora limitarsi a guardare le moto senza salirci. Ma il pilota Aprilia, comunque, non rinuncia: “Con la moto mi trovo meglio, la macchina la lascio a Kimi. Non ho mai provato una macchina vera da corsa in pista, solo qualche test drive, ma magari in futuro capiterà, ora però mi concentro sulla MotoGP“.

Cani ridotti a scheletri, chiusi nei recinti sotto il sole: uno muore di stenti, cucciolo trovato che pesa due chili. Arrestata la “padrona degli orrori”

Alcuni esemplari, tra cui diversi cuccioli, necessitano di cure mediche urgenti e per il momento non sono disponibili per l'adozione
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Un cane trovato già senza vita dentro un recinto di rete metallica, altri quindici ridotti alla fame, alcuni cuccioli così denutriti da riuscire a malapena a reggersi in piedi. È l’agghiacciante scenario scoperto in una proprietà rurale di Bay Minette, cittadina della contea di Baldwin, in Alabama, dove gli agenti dello sceriffo locale sono intervenuti lo scorso 31 agosto dopo una segnalazione sulle condizioni degli animali custoditi in un’abitazione privata. Lo riporta People.

Ad attendere gli agenti, una volta varcato il cancello, è stata una scena da incubo. In un recinto chiuso giaceva il corpo senza vita di un cane, morto probabilmente da giorni. Poco distante, altri quindici cani, la maggior parte rinchiusi in due sole gabbie, versavano in condizioni disperate: gravemente denutriti, senza cibo né accesso ad acqua pulita, con addosso segni evidenti di parassiti e infezioni cutanee. Sul posto è stato ritrovato anche un gatto, anch’esso in stato di abbandono.

Tra gli animali sopravvissuti, a colpire gli inquirenti sono stati soprattutto due cuccioli in condizioni disperate: praticamente pelle e ossa, pesavano poco più di due chili ciascuno e sono stati definiti dai soccorritori in condizioni «critiche».

Per la proprietaria della casa, Jessica Phillips di 49 anni, è scattato l’arresto con l’accusa di maltrattamento aggravato di animali, reato che negli Stati Uniti configura un vero e proprio crimine. La donna è stata rilasciata dietro pagamento di una cauzione ed è già tornata nella sua abitazione, dove secondo quanto riportato dai media locali sarebbe stata vista discutere con una donna che si è presentata come sua madre, la quale ha detto di non essere al corrente della reale gravità della situazione in cui versavano gli animali.

Gli inquirenti fanno sapere alla stampa che le indagini sono ancora in corso e non escludono che nei prossimi giorni possano scattare ulteriori capi d’imputazione a carico della donna.

Nel frattempo i cani superstiti sono stati presi in carico dal canile della contea e sottoposti a controlli veterinari approfonditi. Alcuni esemplari, tra cui diversi cuccioli, necessitano di cure mediche urgenti e per il momento non sono disponibili per l’adozione. Nei giorni successivi al salvataggio si è mobilitata anche un’associazione di volontari locale, che ha preso in custodia quattro dei cani più bisognosi di attenzioni, impegnandosi a occuparsi anche degli altri non appena le condizioni lo permetteranno.

Una vicenda che ha suscitato indignazione nella comunità di Bay Minette, dove nelle ultime ore si moltiplicano gli appelli sui social affinché alla donna venga vietato in futuro di detenere altri animali.

Bimbo di 6 anni abbraccia il padre per fermare il padre violento con la madre: 32enne arrestato

È successo a Giugliano, nel Napoletano. Il bambino ha cercato di proteggere la madre durante l'aggressione. La donna ha riportato la frattura di una costola. All'aggressore contestati gli atti persecutori e le lesioni
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Ha visto la madre cadere a terra sotto i colpi del padre e ha cercato di fermarlo con l’unico gesto che un bambino di sei anni potesse compiere: lo ha abbracciato con tutta la forza che aveva, nel tentativo di difenderla: “Papi no, pani no”. È successo lunedì a Giugliano, in provincia di Napoli, durante l’aggressione di un 32enne alla ex compagna, madre del loro unico figlio. Erano quasi le 17 quando l’uomo ha raggiunto la donna, che si trovava in strada insieme al bambino.

Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, il 32enne ha colpito ripetutamente l’ex compagna con calci e pugni, fino a farla cadere a terra. L’ennesimo atto di violenza nei confronti di una donna nei giorni in cui la cronaca ha dovuto raccontare il 34° femminicidio da inizio anno: quello di Lorena Isceri, aggredita sequestrata e gettata via da un cavalcavia dall’ex compagno Federico Vella.

La donna ha cercato aiuto. Il figlio ha assistito alla scena e si è messo in mezzo. Il bambino ha abbracciato il padre, tentando di bloccarlo e di proteggerne la madre. L’uomo, però, ha continuato l’aggressione e si è poi allontanato. La donna è stata soccorsa e trasportata in ospedale. I medici le hanno riscontrato diverse ferite e la frattura di una costola, con una prognosi di trenta giorni.

Dopo essere stata dimessa, la vittima è andata alla stazione dei carabinieri di Pozzuoli e ha raccontato ai militari quanto era appena accaduto. Nel corso della denuncia ha riferito anche di una serie di vessazioni e violenze che, secondo la sua ricostruzione, sarebbero proseguite dal 2023.I carabinieri hanno avviato le ricerche del 32enne e lo hanno rintracciato poco dopo. L’uomo è stato arrestato in flagranza differita con le accuse di atti persecutori e lesioni. Il 32enne è stato trasferito in carcere, dove resta in attesa di essere ascoltato dal giudice.

Ghiacciaio del Sommeiller: dallo sci estivo negli anni Ottanta alla (quasi) scomparsa

Le immagini girate dal drone in Alta Valsusa sopra Bardonecchia mostrano quello che rimane di un ghiacciaio a oltre 3mila metri dove, fino a metà degli anni '80, si sciava anche in estate
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Le immagini girate dal drone al Colle del Sommeiller, in Alta Valsusa sopra Bardonecchia, mostrano quello che rimane oggi di un ghiacciaio a oltre 3mila metri dove, fino a metà degli anni ’80 del Novecento, si sciava anche in estate. Una testimonianza emblematica del cambiamento che stanno affrontando tutti i ghiacciai alpini, messi a dura prova, anno dopo anno, da estati sempre più calde.

Gli impianti sul Colle del Sommeiller vennero chiusi nel 1984, vinti dalla concorrenza di località più facilmente raggiungibili. Ma la storia non sarebbe comunque stata destinata a continuare: con il passare dei decenni è iniziato infatti anche il declino inesorabile del ghiacciaio, che appare oggi irriconoscibile rispetto alle foto dell’epoca, per quanto si è ridotto e per la mancanza di copertura nevosa.