“Sono egoista. Ho avuto rapporti sessuali a 30 anni con una ragazza di 16”: lo rivela Russell Brand. Il comico sarà processato per stupro e violenza sessuale

Il comico sarà processato per stupro e violenze sessuali. Durante un'intervista si definisce "sfruttatore di donne"
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Russell Brand durante una intervista nello show di YouTube della giornalista statunitense Megyn Kelly, si è descritto come “egoista” e uno “sfruttatore di donne”. E non è tutto. Il comico ha ha dichiarato di aver avuto rapporti sessuali consensuali con una ragazza di 16 anni. “A 30 anni ero una persona molto diversa. Ero molto più giovane, e mi comportavo come un trentenne immaturo”, ha detto.

“Avere rapporti sessuali consensuali con molte persone, quando c’è una forte disparità di potere, – ha continuato – come accade quando si è un uomo famoso con la capacità di attrarre donne che avevo io all’epoca, credo implichi sfruttamento. Credo sia sfruttamento. Riconosco che la mia condotta sessuale in passato è stata egoistica e non ho prestato sufficiente attenzione, quasi nessuna, a dire il vero, a come quei rapporti sessuali influenzassero le altre persone”.

Brand sarà processato dal 12 ottobre per le accuse di stupro e violenza sessuale mosse contro di lui da sei donne. Il 50enne nega tutte le accuse, che risalgono al periodo tra il 1999 e il 2009.

Dalle indagini della polizia poi fornite al tribunale, è emerso che Brand è accusato di aver violentato una donna in una stanza d’albergo mentre partecipava a una conferenza del Partito Laburista a Bournemouth, di aver palpeggiato e violentato oralmente una dipendente televisiva dopo averla trascinata in un bagno maschile e di aver baciato e molestato una dipendente radiofonica dopo averla spinta contro un muro. Brand è in libertà su cauzione in attesa del processo.

Ha un pignoramento di 300mila euro, De Luca lo mette a capo della riscossione tributi: è polemica a Taormina. Le opposizioni: “Cicala si dimetta”

Il caso scuote la cittadina siciliana alla vigilia delle amministrative nella vicina Messina. Ma il sindaco difende la nomina: "Nessun profilo di incompatibilità dell'incarico"
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Deve usare la mano dura per riscuotere i tributi, ma sulle spalle lui stesso ha un pignoramento di 300 mila euro. Lo strano caso di Roberto Cicala, nominato dal sindaco di Taormina, Cateno De Luca, alla guida di Equità urbana, la neonata partecipata del Comune che si occuperà di riscuotere le tasse dei taorminesi, ha già messo sul piede di guerra le opposizioni.

“De Luca non può pretendere rigore ‘a colpi di megafono’, costruendo una narrazione punitiva verso i cittadini, e poi difendere senza esitazioni una nomina che apre un problema evidente di coerenza e credibilità. Sono anni che fa del rigore tributario una bandiera: proprio per questo, oggi, non può far finta di niente”, attacca Luca Manuli, consigliere comunale di opposizione.

La questione del pignoramento che grava su Cicala, infatti, ha creato scompiglio nella perla dello Jonio, tanto da fare traballare la sua poltrona. L’opposizione in consiglio ha presentato un’interrogazione chiedendone le dimissioni, dopo avere già duramente criticato la costituzione stessa della nuova partecipata, e tutto il sistema di nomine di De Luca. Una polemica infuocatissima che non accenna a spegnersi, neanche dopo la difesa in diretta social del primo cittadino.

La vicenda cade in un momento elettorale molto caldo, non per Taormina, ma per il capoluogo vicino: a Messina a breve si voterà per le amministrative (24 e 25 maggio), e per favorito – addirittura vincente al primo turno – è dato l’uscente, Federico Basile, che è il candidato di De Luca. Non solo, proprio nella città dello Stretto, Cicala è stato anche assessore: proprio da lì arriva la notizia del pignoramento.

Per questo, secondo Cateno (chiamato spesso ‘Scateno’ visti i toni accesi che lo contraddistinguono) quello che ormai a Taormina è un vero e proprio caso, sarebbe solo frutto di conflitto elettorale nella città vicina: “Questo pignoramento è stato notificato un anno fa, chiedetevi perché oggi viene tirato in ballo, chiedetevi perché nell’ufficio, o in certi uffici, dove io ho preso a calci in culo mezzo mondo quando sono arrivato nel 2018 (quando è stato eletto sindaco di Messina, ndr), ora escono questi pizzini”, insinua l’ex sindaco, per ora affaccendato a far rieleggere il suo pupillo, Federico Basile, e a trovare uno schieramento (nel campo largo, al momento) per candidarsi alla presidenza della Regione.

Intanto è dalla perla dello Jonio che arriva la “grana” Cicala, un colpo al cuore della squadra di De Luca. Il neo presidente di Equità urbana, infatti, lavora con lui già da Fenapi, il patronato di De Luca, per poi approdare alle partecipate di Messina, dove è stato anche componente della giunta con delega, anche qui, alla riscossione dei tributi. Nel frattempo, avendo una società di servizi informatici, ha accumulato lui stesso debiti col fisco “130 mila euro, che diventano più del doppio con gli interessi: cartelle iscritte al ruolo per debiti da partita Iva nati nel 2010”. “Ho avuto difficoltà a incassare crediti come spesso capita alle piccole aziende in piccoli comuni (Santa Teresa di Riva, comune costiero tra Messina e Taormina, ndr), il mercato c’era ma non così florido come ci si poteva aspettare, e si ha difficoltà ad incassare”, ha spiegato Cicala nella diretta Facebook di De Luca. Il sindaco da parte sua ha sottolineato: “Non si tratta di tributi comunali non pagati, non c’è nessun profilo di inconferibilità dell’incarico”.

v>Ma dall’opposizione con ci stanno: “La riscossione vive di credibilità: chi la guida deve essere inattaccabile sotto il profilo della regolarità tributaria. Se la regolarità tributaria è una bandiera rivolta ai cittadini, allora la coerenza deve valere prima di tutto per le nomine apicali della società che deve riscuotere. Non è un attacco personale: è una questione di credibilità istituzionale“, ribadisce Manuli.

Il consigliere sposta l’attenzione anche sulla stessa esistenza della partecipata: “Abbiamo votato contro la costituzione di Equità urbana e contestiamo il modello di partecipate costruito dall’amministrazione De Luca. Per noi non sono strumenti al servizio della città, ma rischiano di diventare centri di costo e leve politiche, con nomine e governance che indeboliscono fiducia e credibilità, gravando sui cittadini”, sottolinea ancora Manuli, che è anche presidente di Prt (Progetto ricostruzione Taormina). “È una questione politica e istituzionale: si chiede ai cittadini rigore e regolarità, e nello stesso tempo si costruisce un sistema di partecipate che rischia di diventare un costo per Taormina e un terreno di nomine”, aggiunge anche Marco Rao, segretario di Prt.

Critiche che non hanno scalfito De Luca che durante la sua diretta ha annunciato di avere rifiutato le dimissioni di Cicala, puntando il dito verso la città dello Stretto: “Non so quanti candidati oggi potrebbero esibire la propria regolarità tributaria al comune di Messina”. Una campagna elettorale che si annuncia infuocata, insomma. Ma intanto da Taormina provano a riportare il focus a casa e insistono: “Chiediamo che Cicala si dimetta”.

Canfora, Carofiglio, Orsini e Cuperlo ospiti di Sommi ad Accordi&Disaccordi sabato 25 aprile. Con Travaglio e Scanzi

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Nuova puntata del talk di approfondimento di Nove “Accordi&Disaccordi”, condotto da Luca Sommi in prima serata sabato 25 aprile alle 21:30.

Ospiti il deputato del Partito democratico Gianni Cuperlo, lo scrittore Gianrico Carofiglio, lo storico Luciano Canfora e il professore Alessandro Orsini.

Al centro della discussione il decreto sicurezza, diventato legge tra grandi polemiche per il compenso agli avvocati che convincano i loro clienti migranti a tornare in patria, oltre allo scenario internazionale e alle discussioni sul 25 aprile.

Come da tradizione, il direttore de Il Fatto Quotidiano Marco Travaglio e il giornalista Andrea Scanzi analizzano i fatti più importanti della settimana.

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Neonati sepolti nel giardino di casa, Chiara Petrolini condannata a 24 anni e tre mesi

La sentenza sulla 22enne di Traversetolo a processo per gli omicidi dei due neonati partoriti il 12 maggio 2023 e il 7 agosto 2024 e poi sepolti nel giardino di casa
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Condannata a 24 anni e tre mesi. È arrivata la sentenza su Chiara Petrolini, la 22enne di Traversetolo a processo per gli omicidi dei due neonati partoriti il 12 maggio 2023 e il 7 agosto 2024 e poi sepolti nel giardino di casa. Lo ha deciso dopo poco più di tre ore di camera di consiglio, la Corte di assise di Parma, presieduta dal giudice Alessandro Conti

L’imputata è stata assolta dall’omicidio del primogenito. I giudici hanno anche riqualificato una delle due soppressioni di cadavere, quella relativa al secondo figlio, nel meno grave reato di occultamento di cadavere. Anche il gip di Parma che a settembre 2024 aveva disposto i domiciliari aveva aderito a questa tesi. La procura di Parma aveva chiesto una condanna a 26 anni: non era stato chiesto l’ergastolo perché i pm hanno considerato attenuanti generiche la giovane età e “l’immaturità”. La procura riteneva la giovane responsabile di tutti i reati contestati: due omicidi volontari premeditati e due episodi di soppressione di cadavere. Ai neonati fu tagliato il cordone ombelicale, morirono per shock emorragico e furono nascosti sotto uno strato di terra.

Chiara Petrolini ha assistito impassibile alla lettura della sentenza di condanna. Poi è uscita dall’aula, scortata dai carabinieri, gremita di giornalisti ma anche di amici della famiglia e cittadini. La 22enne è ai domiciliari da settembre 2024. Sempre all’interno dell’aula alcuni amici hanno fatto scudo ai due genitori della giovane imputata, per difenderli dall’avvicinamento dei giornalisti, sollevando alcune giacche per schermarli.

“È una vicenda molto triste. Abbiamo due bambini morti: un dramma familiare che non trova molti riscontri nella vita ordinaria”, ha detto il procuratore di Parma Alfonso D’Avino. Quanto alla pena, il procuratore ha sottolineato: “Non è una questione di soddisfazione. La pena irrogata è di poco inferiore a quella che avevamo richiesto. Noi stessi avevamo chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche in regime di equivalenza rispetto alle aggravanti, e su questo la corte ha deciso in conformità alla nostra impostazione”. D’Avino ha infine ricordato le modalità con cui la procura aveva gestito l’intera vicenda: “Abbiamo cercato di tutelare tutte le parti, inclusa l’imputata. È un caso che ci ha toccato anche sul piano umano”, ha concluso.

Lo scorso mese, in udienza, la giovane imputata ha reso dichiarazioni spontanee davanti ai giudici. Intervenendo per circa 7 minuti ha respinto l’immagine di sé emersa nel racconto pubblico della vicenda: “Sono stata anche descritta come un’assassina, come una madre che uccide i suoi figli, ma non sono questo. Io non ho mai voluto fare del male ai miei bambini”, ha affermato davanti alla Corte. Poi ha aggiunto: “Quei bambini erano parte di me, non gli avrei mai fatto del male, è una sofferenza che distrugge dentro”.

La perizia psichiatrica disposta dalla Corte d’Assise ha concluso che Chiara Petrolini era pienamente capace di intendere e di volere anche se descritta come una persona immatura e fragile: “È diventata spregiudicata con le gravidanze. Sembra guidata da un computer, segue un suo disegno, che è difficile da capire e intuire, ma c’è una continuità, nulla si contraddice”. Una persona “senza emozioni, fredda, glaciale”, ha dichiarato Domenico Berardi, uno dei consulenti psichiatrici dell’accusa.

“La prima volta che l’ho vista ho pensato, oddio, quanto è bruttina. Però ho voluto prenderla lo stesso con me”: Francesca Fialdini presenta la gatta Myra

La conduttrice di "Da noi... a ruota libera" ha raccontato del suo rapporto speciale con i felini
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Il 6 novembre scorso Francesca Fialdini ha festeggiato il suo primo anno con la gatta Myra. Il grande amore tra le due è stato immediato. Su Instagram per l’occasione la conduttrice scriveva: “Un anno insieme! Myra hai fatto all in! Ti sei presa le mie sveglie, i miei unici momenti di relax, la casa, e adesso anche le mie serate. Ma che bello che ci sei, in un anno mi hai rivoltata come un calzino. Adottate i gatti, quelli meno fortunati, aiutate i gattili, le associazioni che hanno bisogno e sarete ricompensati. In qualche modo. I gatti sono misteriosi e semplicissimi. Come me, l’universo vi ringrazierà”.

La conduttrice di “Da noi… a ruota libera” ha raccontato a Il Corriere della Sera il suo rapporto speciale: “La prima volta che l’ho vista ho pensato, oddio, quanto è bruttina. Però ho voluto prenderla lo stesso con me. Se non fossi stata io, chi altro…”.

“Avevo perso da circa un anno Mirò, che viveva con me e la mia famiglia a Lucca. – ha raccontato – Era stato difficile superare il lutto. Era una grande amore, un amico, un fratello. Sono rimasta folgorata da quel batuffolo bianco con le orecchie nere, trovata in mezzo alla campagna. Nere per un tumore che si era allargato all’occhio. E infatti è stata operata due volte. Mi sono commossa guardando un video dove si grattava le orecchie che non aveva. Dopo un anno che lei ha passato chiusa in un box perché nessuno la adottava, sono tornata a Latiano tanto più dopo aver scoperto che si chiamava Myra, il femminile di Mirò. Oggi è una dolcissima gatta bianca, equilibrata, affettuosa. Assomiglia a uno Scottish Fold. L’amore fa miracoli”.

E ancora: “Avevo bisogno di qualcuno di cui prendermi cura, volevo rafforzare il mio senso di responsabilità. Ho trovato un esserino simile a me, avventuroso, amante della vita all’aperto, sensibile. Le ho comprato un guinzaglio e la porto a passeggio”.

Quale regola avrebbe violato Mottola? Punire Report per un’inchiesta scomoda è paradossale

Inutile girarci attorno: Giorgio Mottola è finito nel mirino per le sue inchieste di ieri e di oggi
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Giorgio Mottola, inviato della trasmissione Report, è uno dei cronisti più seri e rigorosi che si possano incontrare nel panorama giornalistico nazionale. Non fa sconti a nessuno e indaga a tutto campo alla ricerca dei buchi neri che inghiottono tanta parte della Costituzione, delle istituzioni, della Repubblica. A lui si debbono decine di inchieste su malaffare, mafie, collusioni, rigurgiti neofascisti. Da sempre è nel mirino di chi non vuole trasparenza, giustizia e verità.

Adesso la Rai avrebbe deciso di non pagare la sua inchiesta sulle relazione tra Fratelli di Italia e il clan Senese, come testimoniano documenti, foto, intrecci, documenti, pubblicati da quei media che non vivono genuflessi davanti alla presidente e alla su corte, tra questi non pochi dirigenti della Rai. Tutta la storia è emblematica e paradossale.

Intanto apprendiamo che un cronista come Mottola viene pagato di volta in volta, magari dopo aver giudicato la sua inchiesta. Dal momento che non sono del tutto stupidi hanno cercato di giustificare la cosa sostenendo che stanno valutando possibili lesioni contrattuali, determinate dall’annuncio preventivo dato da Giorgio Mottola al Fatto e al festival di giornalismo di Perugia. Motivazioni inconsistenti e inesistenti. Da sempre le inchieste vengono annunciate con qualche giorno di anticipo, non solo a Report, quale sarebbe la violazione?

Mai come in questo caso la scelta sarebbe legittimata dal forte impatto della inchiesta e dalla sua indubbia rilevanza sociale e pubblica, come previsto dalle sentenze della Corte europea. Dal momento che si parla di possibili violazioni contrattuali, potremmo sapere quali provvedimenti stiano stati assunti nei confronti di quei collaboratori, da Barbareschi a Cerno, che hanno più volte attaccato Sigfrido Ranucci e la sua trasmissione, nonostante l’esplicito divieto previsto nelle clausole contrattuali previste per i collaboratori?

Inutile girarci attorno: Giorgio Mottola è finito nel mirino per le sue inchieste di ieri e di oggi. Questa Rai tornerà ad essere credibile solo quando premierà i Mottola per aver difeso le ragioni del servizio pubblico e manderà a casa chi ha deciso di trasformarla in “Telemeloni”.

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Musetti c’è: batte Hurkacz e va al terzo turno a Madrid. La vittoria e i segnali incoraggianti

Il toscano lotta, soffre e vince 6-4, 7-6 (4) dopo un'ora e 52 minuti. Ora affronterà l’olandese Tallon Griekspoor
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Dalla Caja Magica Lorenzo Musetti manda altri segnali incoraggianti. Il tabellone del Masters 1000 sulla terra rossa di Madrid gli aveva giocato un brutto scherzo: al debutto al secondo turno subito il polacco Hubert Hurkacz, sulla carta numero 63 Atp ma con un passato da Top 10. Il toscano però, dopo un buon torneo giocato a Barcellona, ha giocato un altro ottimo match. Fatto anche di lotta e sofferenza, ma senza mai perdere il controllo. Ne è uscito vincitore in due set: 6-4, 7-6 (4) il punteggio finale, dopo un’ora e 52 minuti. Così si è preso il terzo turno di Madrid, dove ora affronterà l’olandese Tallon Griekspoor (29 Atp), che ha sconfitto il bosniaco Damir Dzumhur.

Musetti, numero 9 del mondo e testa di serie n.6, aveva dannatamente bisogno di una vittoria per continuare la sua crescita dopo l’infortunio patito agli Australian Open ai quarti contro Djokovic. Il rientro sul cemento americano era stato traumatico, anche il primo approccio con la terra a Montecarlo. Dopo i quarti in Catalogna, giocare tanto a Madrid servirebbe come il pane al toscano per ritrovare ancora più fiducia e condizione in vista di Roma e Parigi. Tra gli Internazionali e il Roland Garros, infatti, dovrà difendere due semifinali.

Il segnale più importante Musetti lo ha dato nel finale del secondo set, quando sotto 6-5 ha dovuto fronteggiare con il servizio due set point a favore di Hurkacz. Il polacco sembrava sul punto di trascinare la sfida al terzo set, ma il toscano non ha perso concentrazione e fiducia, anche sotto pressione. Ha vinto due punti di fila, ha lottato ai vantaggi e si è preso il tie-break. Dove poi ha alzato il livello, come fanno i campioni quando devono chiudere il match. Anche nel primo set, dopo un inizio folgorante con doppio break, Musetti non si è scomposto di fronte alla reazione di Hurkacz, conservando il vantaggio risultato poi decisivo.

La testa, insomma, sembra tornata quella del Musetti pre-infortunio. Accompagnata certamente dalle gambe che girano sempre meglio e dai colpi che match dopo match diventano sempre più solidi. Un’iniezione di fiducia che può arrivare solo grazie a vittorie importanti, come quella odierna.

Polymarket, soldato Usa arrestato per aver scommesso sulla cattura di Maduro: era coinvolto nell’operazione

Il sergente capo Gannon Ken Van Dyke ha guadagnato più di 400mila dollari con 13 puntate. Ora rischia 50 anni di carcere
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In una settimana ha guadagnato 400mila dollari, ora rischia fino a 50 anni di carcere. Un soldato delle forze speciali degli Stati Uniti è stato incriminato per frode dopo aver scommesso sulla caduta del dittatore venezuelano Nicolás Maduro su Polymarket. Il problema è che il sergente capo Gannon Ken Van Dyke era direttamente coinvolto nella pianificazione ed esecuzione dell’operazione che il 2 gennaio ha effettivamente portato alla cattura del presidente del Venezuela. È l’ennesimo caso al limite dell’insider trading che coinvolge Polymarket, la piattaforma sulla quale si possono puntare soldi sulla predizione di qualsiasi tipo di evento. L’ultimo episodio erano state le scommesse piazzate sui bombardamenti in Iran.

La lista di accuse per Van Dyke è lunga: uso illecito di informazioni governative riservate per profitto personale, furto di informazioni governative, frode telematica e transazioni monetarie illegali. Sfruttando la piattaforma che permette di scommettere in criptovalute, il sergente ha aperto il suo primo profilo il 26 dicembre mentre era di stanza alla base militare di Fort Bragg, nella Carolina del Nord. È da lì che ha partecipato all’operazione per catturare Maduro, ruolo che gli ha fornito accesso a informazioni riservate. Grazie a quei dati confidenziali ha piazzato 13 scommesse su Polymarket. Van Dyke prima è stato cauto, con una puntata di 96 dollari il 27 dicembre. La seconda è stata già più azzardata: 32.500 dollari sulla destituzione di Maduro entro il 31 gennaio. Quasi tutte le altre si sono concentrate nella notte del 2 gennaio, il giorno dell’operazione.

Subito dopo la vincita Van Dyke ha trasferito gran parte del denaro in un portafoglio di criptovalute all’estero e ha cancellato il suo account da Polymarket. Tutte operazioni che hanno allarmato la piattaforma di prediction market che ha segnalato l’accaduto al dipartimento della Giustizia statunitense. “L’insider trading non ha posto su Polymarket”, ha dichiarato la società in una nota. A quel punto sono iniziate le indagini della autorità federali che hanno portato all’incriminazione del sergente 38enne.

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Nove cuccioli di cane ridotti all’osso trovati in un’auto abbandonata: le commoventi immagini del salvataggio

Il ritrovamento è avvenuto nella periferia di Los Angeles, dove i soccorritori hanno trovato i cuccioli in condizioni di grave denutrizione
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Non sembra una scena reale. E invece lo è. Una macchina abbandonata, ferma in un sobborgo di Los Angeles, e dentro nove vite che non avrebbero dovuto stare lì: cuccioli di cane ridotti all’osso, stretti nello spazio più sbagliato possibile, come se il mondo si fosse dimenticato di loro. Quando i soccorritori di Pups Without Borders hanno aperto la portiera, il primo istinto non è stato agire. È stato fermarsi. Perché davanti non c’era solo un salvataggio da compiere, ma un’immagine difficile da accettare: nove corpi minuscoli, “scheletrici”, immobili, con occhi enormi che osservavano senza capire se fidarsi o no.

Nel video diffuso poi dall’organizzazione, tutto è silenzio. Nessun abbaio, nessuna fuga. Solo sguardi. Un silenzio che pesa più del rumore. I volontari hanno raccontato che la scena “sembrava quasi costruita”, tanto era estrema da sembrare irreale. E invece era tutto vero. Le condizioni dei cuccioli erano critiche. Troppo magri, troppo fragili, probabilmente lì da giorni senza cibo né acqua adeguata. Le ipotesi parlano di un abbandono improvviso, forse legato a difficoltà economiche, ma ciò che resta è il dato più duro: senza intervento, non avrebbero avuto possibilità. Eppure, in mezzo alla fragilità, non c’era caos. Nessuna aggressività, nessuna fuga disperata. Solo una calma quasi inquietante, come se quei piccoli avessero già imparato ad aspettare tutto senza più opporsi.

Il salvataggio

Il salvataggio non è stato semplice. L’associazione, già sotto pressione, ha comunque scelto di intervenire. Alcuni cuccioli sono stati affidati subito a famiglie, altri presi in carico direttamente dal team. Le prime cure hanno mostrato un cambiamento rapido: corpi meno spigolosi, movimenti più sicuri, e soprattutto uno sguardo che lentamente smette di essere paura.

“Non sono più così magri e si stanno aprendo”, ha raccontato la responsabile di Pups Without Borders, Eve Bañuelos. Una trasformazione piccola ma evidente, come se la vita, appena ritrovata, avesse bisogno solo di un punto d’appoggio per tornare a scorrere. Ma forse l’immagine che resta più forte non è quella del prima o del dopo. È quella degli occhi: grandi, fermi, incredibilmente presenti. Occhi che hanno visto troppo poco e troppo presto tutto il resto.

“Condizioni inumane in carcere”: sconto di pena di 39 giorni per Alemanno. L’ex sindaco di Roma uscirà a fine giugno

La Sorveglianza concede all'ex sindaco il "bonus" previsto dalla legge: a Rebibbia, nella cella condivisa con altri cinque detenuti, ha a disposizione meno di tre metri quadrati di spazio
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Quaranta giorni di sconto di pena per Gianni Alemanno. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha accolto l’istanza dell’ex sindaco per vedersi ridurre la condanna a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite, a causa delle condizioni “inumane e degradanti” della sua detenzione in carcere. Si tratta di un risarcimento specifico previsto dalla legge sull’ordinamento penitenziario: in base all’articolo 35-ter, quando le condizioni di detenzione violano l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, “il magistrato di Sorveglianza dispone una riduzione della pena detentiva ancora da espiare pari (…) a un giorno per ogni dieci durante il quale il richiedente ha subito il pregiudizio”. Nel caso dell’ex ministro di Alleanza Nazionale, il bonus ammonta a 39 giorni: alla luce della decisione, quindi, potrà lasciare il penitenziario di Rebibbia il prossimo 24 giugno. “È una piccola grande vittoria, perché certifica la battaglia che Alemanno sta conducendo contro il sovraffolamento carcerario“, commenta all’agenzia AdnKronos il suo avvocato, Edoardo Albertario.

Alemanno è stato condannato in via definitiva al termine di uno dei processi nati dall’inchiesta “Mondo di mezzo”, per aver svolto da sindaco una mediazione illecita a favore di Salvatore Buzzi, adoperandosi in cambio di denaro per fare ottenere un trattamento di favore al “re delle cooperative” nel rimborso dei crediti da parte di due società pubbliche (Eur e Ama). L’ex primo cittadino era stato autorizzato a scontare la pena ai servizi sociali, ma ha violato le prescrizioni imposte dal giudice, venendo per questo trasferito in carcere a capodanno 2024. Concedendo il “bonus”, l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza dà atto che per quasi tutto il suo periodo di detenzione Alemanno ha avuto a disposizione meno di tre metri quadrati di spazio, parametro adottato dalla Corte europea dei diritti umani, nella storica sentenza Torreggiani del 2013, come indice di condizioni “inumane” di detenzione. Il politico, infatti, condivide la cella con altri cinque detenuti in un carcere estremamente sovraffollato (i reclusi a Rebibbia sono circa 1.700 a fronte di una capienza regolamentare di mille posti).