“Il nostro governo è talmente decisivo come ponte fra Stati Uniti e Europa che Trump si è scordato di avvisarci”: le parole di Marco Travaglio ad Accordi&Disaccordi

"Crosetto ha poi saputo tutto da Big Mama, che fortunatamente aveva la televisione accesa quando hanno attaccato gli americani e gli israeliani"
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“Se Stati Uniti, Israele violano l’ABC del diritto internazionale, sterminano un capo di Stato e migliaia di civili, è cosa buona e giusta. Se l’Iran risponde, cosa che è legittima per il diritto internazionale, la rappresaglia contro un’aggressione, ecco, quello è un peccato mortale”. Così Marco Travaglio, ospite di Accordi&Disaccordi sul Nove, nella sua rubrica Passaparola. “Questa è la linea dell’Europa”, spiega il direttore del Fatto Quotidiano.

“Per fortuna abbiamo Mattarella, che quando Putin invase l’Ucraina puntò subito il dito contro la Russia, invitando tutti a mobilitarsi – prosegue Travaglio ironizzando e riprendendo le parole del Capo dello Stato – Adesso che ci sono di mezzo gli americani, gli israeliani, fa il vago”.

Travaglio ne ha anche per Meloni: “Subito di primo acchito ha detto ‘sono vicina alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti’. Mai nominati né gli americani né gli israeliani”. Anche qui il paragone va al conflitto russo-ucraino. “Un’altra persona rispetto a quella del 2022. Inaccettabile attacco bellico su grande scala della Russia contro l’Ucraina. È il tempo delle scelte di campo, l’Occidente e la comunità internazionale siano uniti nel mettere in campo ogni utile misura a sostegno di Kiev”.

“Anche lì bastava copiare – suggerisce il direttore – E invece avrebbe dovuto dire che questa volta noi stiamo con gli aggressori”. Poi c’è Crosetto, prosegue Travaglio: “Si era portato avanti col lavoro, infatti era già a Dubai ancora prima dell’attacco. Si era portato tutta la famiglia, proprio in vacanza, ignaro dell’attacco. Forse preveggente. Chi lo sa. Il nostro governo è talmente decisivo come ponte fra gli Stati Uniti e l’Europa che Trump si è scordato di avvisarci“.

“Crosetto ha poi saputo tutto da Big Mama, che fortunatamente aveva la televisione accesa quando hanno attaccato gli americani e gli israeliani”, scherza ancora Travaglio che non risparmia neanche Luigi Di Maio, inviato speciale dell’Unione europea nel Golfo Persico. Crosetto, continua elencando tutte le versioni poi cambiate sul suo viaggio a Dubai “passava per quello serio del governo quindi figuratevi gli altri. Ci siamo giocati anche lui. Di Maio al confronto è uno statista”.

Poi, ancora, c’è Tajani, che, evidenzia Travaglio “ha dato il meglio di sé”. “Appena partito l’attacco ha dichiarato ‘la situazione è complicata, speriamo che duri il meno possibile’. Tipo uno al bar,
uno che commenta con gli amici”, osserva il direttore del Fatto, mettendo in evidenza anche in questo caso la differente reazione rispetto a quella avuta con l’invasione russa dell’Ucraina.

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Il ministro Nordio “censura” Bartolozzi: “Si scusi per la frase sui magistrati”

A sera il guardasigilli prende le distanze ("Mi dispiace") dai toni usati dalla sua capa di gabinetto, che in un dibattito tv ha detto: "Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione"
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“Mi dispiace per le parole usate dal mio capo di gabinetto. Anche se pronunciate nel contesto di un confronto televisivo lungo e acceso, quell’affermazione è apparsa un attacco all’intera magistratura“. È sera quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio interviene per provare a chiudere il caso scatenato dalle parole pronunciate in tv da Giusi Bartolozzi, la sua capa di gabinetto, parlando del referendum sulla riforma della giustizia: “Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione.

In una nota, il guardasigilli prende le distanze dai toni usati dalla sua più stretta collaboratrice. E di fatto le impone di chiedere scusa: dopo aver scritto che “la riforma non indebolisce in alcun modo la magistratura né intende attaccare i magistrati, bensì punta a restituire loro prestigio e autorevolezza”, aggiunge che Bartolozzi “ha già chiarito che si riferiva a una piccola parte di giudici politicizzati e sicuramente non avrà alcuna difficoltà a scusarsi per parole che sono certo non rispecchiano il suo pensiero e la stima che ha della magistratura, di cui, tra l’altro lei stessa fa parte”.

La presa di posizione arriva al termine di una giornata di polemiche scatenate da quel passaggio del dibattito televisivo a cui Bartolozzi ha partecipato su Telecolor Sicilia, nel corso di un confronto sul referendum costituzionale. Magistrata, ex parlamentare di Forza Italia dal 2018 al 2022, Bartolozzi ha cercato di ridimensionare il senso della frase sostenendo che il suo riferimento era solo a “una piccola parte” della magistratura. “Nel corso della trasmissione ho più volte precisato che la gran parte dei magistrati sono eccellenti professionisti”, ha spiegato, aggiungendo che «solo una piccola parte, purtroppo quella correntizzata, governa però il sistema”. Spiegazioni che non hanno però placato le reazioni delle opposizioni, che hanno chiesto le sue dimissioni.

La polemica si è allargata anche a un altro passaggio del confronto televisivo, quando Bartolozzi, parlando con il consigliere togato del Csm Marco Bisogni, ha detto: “Io ho un’inchiesta in corso, io scapperò da questo Paese”. Una frase che la stessa capa di gabinetto ha poi definito “una boutade“. Bartolozzi rischia di finire a processo nell’inchiesta sul caso Almasri: i pm la accusano di falsa testimonianza per aver fornito, secondo l’accusa, informazioni consapevolmente infondate su alcuni passaggi della vicenda legata al rilascio del generale libico su cui pendeva un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.

Orsini: “Rido delle minacce di querela di Crosetto. Meloni? Comportamento tipico del presidente di uno Stato satellite della Casa Bianca”

Il professore di Sociologia del Terrore: "A Stati Uniti e Israele serve un accordo sul nucleare con l'Iran per poter sterminare i palestinesi e rubare la loro terra"
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“Cosa vuole querelare Crosetto? Ad Accordi & Disaccordi ho spiegato che Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Guido Crosetto, se inviassero i Sam-T in Iran diventeranno corresponsabili dello sterminio dei bambini iraniani. Io rido delle loro minacce”. In una sala gremita ben oltre la capienza nella libreria ‘Feltrinelli’ a Roma, il professor Alessandro Orsini commenta, per la prima volta, l’annuncio di querela che gli giunge dal ministro della Difesa del governo Meloni, Guido Crosetto. Orsini poi commenta le ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio italiano che non condivide e non condanna l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti ed Israele. “Tipico comportamento del presidente di uno Stato satellite della Casa Bianca. Giorgia Meloni sta a Trump come Lukashenko sta a Putin, Giorgia Meloni ha paura di dire qualcosa che la Casa Bianca non gradisce e sa benissimo Meloni di poter essere distrutta dalla casa Bianca”. Per Orsini l’obiettivo della guerra è chiaro. “Stati Uniti ed Israele vogliono sbarazzarsi del governo di Teheran perché l’Iran finanzia la resistenza palestinese e per rubare la loro terra, Israele ha bisogno di fare fuori il regime di Teheran. In questo momento – continua Orsini – Gaza è stata distrutta ed è diventata una proprietà di Donald Trump ma c’è ancora una resistenza palestinese, quindi il bombardamento dell’Iran è un mezzo per raggiungere un fine”. Ma il segretario di Stato americano Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti non mirano al cambio di regime ma ad un’altra leadership per gestire il Paese. “Questo non mi sorprende e gli Stati Uniti hanno già incassato la prima sconfitta in Iran perché Trump era partito per il cambio di regime e poi si è reso conto che non è possibile”

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I missionari comboniani: “Votare No al referendum, la riforma indebolisce i meccanismi costituzionali di equilibrio e controllo”

Nigrizia pubblica l'appello della congregazione: "Riteniamo che, in questa fase storica, le ragioni a favore della conservazione dell’assetto costituzionale attuale siano molto più solide e convincenti di quelle a sostegno della riforma proposta"
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“Come Missionari Comboniani della Provincia Italiana sentiamo il dovere di rivolgere un appello a tutta la comunità cristiana e a quanti e quante si riconoscono nei valori di dignità, giustizia, equità e solidarietà che animano il nostro impegno missionario”. È quanto si legge in un appello pubblicato da Nigrizia e diffuso dalla Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani, nel quale si invita a votare ‘no’ al referendum sulla giustizia.

“Come Missionari Comboniani riteniamo che, in questa fase storica, le ragioni a favore della conservazione dell’assetto costituzionale attuale siano molto più solide e convincenti di quelle a sostegno della riforma proposta. Invitiamo pertanto a votare NO – dicono esplicitamente i Comboniani – perché questa riforma rischia di indebolire quei meccanismi di equilibrio e controllo che la Costituzione ha sapientemente costruito per garantire davvero la giustizia e il bene di tutti e tutte, specialmente dei più fragili“.

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Ordigni vicino casa del sindaco di New York, arrestati due giovani: “Ispirati dall’Isis”. Volevano una strage più grande di Boston

Tre dispositivi trovati tra la protesta anti-musulmani e un’auto parcheggiata vicino alla residenza del sindaco Zohran Mamdani. Gli arrestati, 18 e 19 anni, erano arrivati dalla Pennsylvania. Su un foglio il delirio jihadista
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Un’indagine per terrorismo ispirato all’Isis è stata aperta a New York dopo il ritrovamento di diversi ordigni vicino alla casa del sindaco Zohran Mamdani. Le autorità statunitensi hanno incriminato due giovani sospettati di aver pianificato un attentato durante una manifestazione anti-musulmani che si è svolta vicino a Gracie Mansion, la residenza ufficiale del primo cittadino. A confermare la natura dell’inchiesta è stata la responsabile della polizia di New York, Jessica Tisch, spiegando che in totale sono stati rinvenuti tre dispositivi esplosivi. Due sono stati individuati sabato durante la protesta, mentre un terzo è stato scoperto il giorno successivo all’interno di un’auto parcheggiata nelle vicinanze dell’abitazione del sindaco.

I due sospettati, Emir Balat, 18 anni, e Ibrahim Kayumi, 19, sono stati arrestati poco dopo essere arrivati a New York dalla Pennsylvania. Secondo quanto riferito dallo stesso Mamdani, sarebbero giunti in città con l’intenzione di compiere “un atto di terrorismo”. Le accuse sono pesanti: i due sono stati incriminati anche per l’uso di un’arma di distruzione di massa. Le autorità hanno spiegato che l’ordigno artigianale lanciato nei pressi della casa del sindaco era simile a quello utilizzato nell’attentato alla maratona di Boston del 2013, in cui morirono tre persone e oltre 260 rimasero ferite.

Secondo gli investigatori, i due giovani avrebbero esplicitamente fatto riferimento a quell’attacco. Balat avrebbe dichiarato di conoscerne i dettagli e di voler realizzare un’azione ancora più devastante. Durante le indagini, inoltre, Kayumi avrebbe ammesso di aver guardato video di propaganda dell’Isis e di esserne stato “in parte ispirato”. Elementi che rafforzano la pista jihadista. Poco dopo essere arrivato al distretto di polizia, Balat avrebbe scritto su un foglio un messaggio di fedeltà allo Stato Islamico: “Tutte le lodi ad Allah, signore di tutti i mondi. Giuro fedeltà allo Stato Islamico. Morite nella vostra rabbia, yu kuffar”, usando il termine arabo per indicare gli “infedeli”.

I due sono comparsi davanti al giudice per la prima udienza indossando tute di plastica bianche, con le manette e le caviglie legate da una catena intorno alla vita, una procedura utilizzata nei casi di massima sicurezza. La procuratrice generale degli Stati Uniti Pam Bondi ha confermato le incriminazioni sottolineando che Washington non tollererà minacce terroristiche sul territorio nazionale. “Non permetteremo che l’ideologia velenosa e antiamericana dell’Isis minacci questa nazione. Le nostre forze dell’ordine rimarranno vigili”, ha scritto sui social.

Salgono ancora i prezzi dei carburanti, Urso: “Contrastiamo la speculazione”. I consumatori: “Solo aria fritta”

La Commissione di allerta rapida: "I prezzi medi alla pompa, in particolare con riferimento a due delle principali compagnie, sono aumentati più dei prezzi consigliati". Il governo potrebbe attivare già mercoledì la cosiddetta accisa mobile, ma se si impiegasse solo l'extra gettito Iva il costo finale per gli automobilisti scenderebbe di pochi centesimi al litro
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Prosegue la corsa dei prezzi dei carburanti alla pompa, con benzina e gasolio sui massimi da mesi mentre il governo accende i riflettori su possibili rincari anomali e potrebbe intervenire sulle accise attivando già mercoledì la cosiddetta accisa mobile. Il che però ridurrebbe il costo finale per gli automobilisti di pochi centesimi al litro. Secondo la rilevazione di Staffetta Quotidiana, la benzina è al livello più alto da quasi un anno mentre il gasolio è ai massimi da oltre tre anni e mezzo. Le medie dei prezzi vedono la benzina self service a 1,782 euro al litro e il diesel a 1,965 euro, con aumenti rispettivamente di 38 e 98 millesimi. Al servito si sale a 1,917 euro per la benzina e a 2,091 per il gasolio, mentre sulle autostrade il diesel servito arriva fino a circa 2,2 euro al litro. Q8 ha aumentato di due centesimi al litro il prezzo consigliato della benzina e di dieci quello del gasolio, mentre Tamoil ha ritoccato i prezzi di sei centesimi sulla benzina e di quattordici sul diesel. In rialzo anche gli altri carburanti, dal Gpl al metano.

L’andamento dei prezzi alla pompa è stato esaminato lunedì dalla Commissione di allerta rapida convocata dal ministro delle Imprese Adolfo Urso. Al termine della riunione il Mimit ha segnalato che “negli ultimi giorni – in particolare con riferimento a due delle principali compagnie petrolifere – i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento”. Dinamica che sarà oggetto di controlli mirati da parte della Guardia di finanza: Mister Prezzi trasmetterà alle Fiamme gialle “un nuovo elenco di casi anomali”.

Urso parlando alla Stampa ha sostenuto che oggi il governo dispone di strumenti più efficaci rispetto al passato per contrastare speculazioni. “A differenza di quanto accadde quattro anni fa, oggi abbiamo strumenti più efficaci per contrastare la speculazione e stroncare la spirale inflattiva che allora falcidiò il potere d’acquisto delle famiglie”, ha detto, spiegando che con il decreto del 2023 “abbiamo istituito un efficace sistema di monitoraggio sia sulla rete di distribuzione del carburante sia sull’intera catena del valore”.

Le associazioni dei consumatori contestano però la ricostruzione. “Magari fosse così! Le armi contro le speculazioni sono ancora e sempre le stesse, quindi spuntate”, afferma il presidente dell’Unione nazionale consumatori Massimiliano Dona. “Il decreto del 2023 era solo aria fritta che dava qualche potere in più al Garante per la sorveglianza dei prezzi per monitorare i prezzi, non per bloccare le speculazioni. Non c’era nulla per dare più poteri all’Antitrust contro i rincari anomali”. Secondo Dona l’unica misura utile prevista, l’app per confrontare i prezzi dei distributori, non è mai entrata in funzione: “Dopo la bellezza di 3 anni e 2 mesi dal varo del decreto, quell’app non ha ancora visto la luce”. Per questo, conclude, “se il Governo vuole davvero fare qualcosa, nel Consiglio dei ministri di domani riduca le accise sui carburanti di almeno 10 centesimi”.

Il cdm non è stato ancora convocato ma la premier Giorgia Meloni nel fine settimana ha aperto all’attivazione dell’accisa mobile, il meccanismo introdotto con la finanziaria per il 2008 e modificato nel 2023 che consente al ministro dell’Economia, di concerto con quello dell’Ambiente, di ridurre temporaneamente le accise sui carburanti utilizzando le maggiori entrate Iva determinate dall’aumento del prezzo del greggio sul mercato. Va detto che se ci limitasse a utilizzare l’extra gettito la riduzione di costo si fermerebbe al momento a circa 4-5 centesimi al litro sulla benzina e 7-8 centesimi sul gasolio. Un risultato insufficiente sia per le associazioni dei consumatori sia per le opposizioni, a partire dal Pd che pure aveva chiesto di ricorrere all’accisa mobile. “È chiaro che reinvestire l’extra gettito dell’Iva non è sufficiente, perché servirebbe un taglio di almeno di 25 centesimi per litro per annullare la stangata per i cittadini e per le imprese”, dice ora Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato. “Servono risorse ingenti. Mi auguro che domani in Cdm la Premier arrivi con proposte all’altezza dell’emergenza: servono almeno 10 miliardi perché l’aiuto sia concreto”.

“Col sì ci togliamo di mezzo la magistratura”: la frase di Bartolozzi in tv fa insorgere le opposizioni. “Si dimetta o intervenga Nordio”

Pd, M5s e Verdi-Sinistra contro l'uscita della capa di gabinetto del ministro della Giustizia che in tv aveva parlato di toghe come "plotoni di esecuzione". Lei prova a difendersi: "In tutta la trasmissione ho precisato che la riforma è fatta in favore dei giudici per recuperare credibilità"
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Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione“. A scandire queste parole, nella foga di un dibattito televisivo, è stata Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Bartolozzi, magistrata, parlamentare di Forza Italia per 4 anni dal 2018 al 2022, era ospite di Telecolor Sicilia in un confronto sul referendum. Un’uscita che rende ancora più spiazzante la sua presenza a un talk show, visto che è abbastanza irrituale vedere un capo di gabinetto che fa campagna elettorale, dà interviste e fa interventi in televisione, laddove il ruolo di solito contempla figure silenziose, riservate, nell’ombra. Pd, M5s e Verdi-Sinistra chiedono le dimissioni. Lei prova a difendersi così: “Ho partecipato a un’ora e mezza di trasmissione e fin dall’inizio ho precisato che la riforma è fatta in favore della magistratura per recuperare la credibilità, che purtroppo ormai è persa. Nel corso del dibattito tv ho più volte precisato che la gran parte dei magistrati sono eccellenti professionisti, che lavorano nel silenzio della aule e che non cercano ribalte. Solo una piccola parte, purtroppo quella correntizzata, governa però il sistema”. Un principio che però, ammesso pure che fosse nello spirito del ragionamento, da quella frase non è mai saltato fuori.

La frase del braccio destro di Nordio suscita oggi le proteste delle opposizioni. “Meloni ha speso 13 minuti di video per nascondere quello che Giusi Bartolozzi, il capo di gabinetto del ministro Nordio, padre della riforma, ha ammesso in tv in pochi secondi” scrive sui social il presidente del M5s Giuseppe Conte. “Votiamo no al referendum salva-casta che serve solo a controllare politicamente la giustizia evitando inchieste scomode per chi è al potere” aggiunge. Poco prima anche Simona Bonafè, capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali a Montecitorio, aveva espresso un concetto simile: “In 13 minuti la presidente Meloni ha provato a raccontare le ragioni del sì. In 13 secondi, Giusi Bartolozzi le ha azzerate tutte”. “Ecco il vero obiettivo del governo: non le parole di Meloni, non i discorsi lunghi e retorici, ma quello che Bartolozzi ha detto chiaro e tondo. Si vuole mettere a tacere la magistratura, ridurla al silenzio, far sparire un presidio fondamentale di democrazia e giustizia”.

Chiede le dimissioni della capa di gabinetto Alleanza Verdi Sinistra: “Siamo ben oltre ogni limite di decenza – dice Nicola Fratoianni -. Chi ha un incarico cosi delicato e si esprime in questo modo, dovrebbe immediatamente dimettersi e se non lo fa, dovrebbe essere il ministro Nordio a cacciarla seduta stante”. Angelo Bonelli chiede un intervento della premier Giorgia Meloni: Bartolozzi, aggiunge, “va immediatamente rimossa dal ministro Nordio, o sarà anche lui responsabile di questo clima di intimidazione nei confronti della magistratura. C’è chi sta usando il referendum come una clava per imporre il dominio della politica sull’autonomia della magistratura”.

Ironico il M5s: “Apprezziamo la sincerità della capo di gabinetto del ministro Nordio Bartolozzi che, come il suo diretto superiore, ha ammesso le vere finalità della riforma, cioè consumare la vendetta del centrodestra contro la magistratura, che gli eredi di Berlusconi non hanno mai tollerato” si legge in una nota dei parlamentari delle commissioni Giustizia dei 5 Stelle. “Dire ai cittadini che bisogna votare sì per togliersi di mezzo la magistratura, vista come un plotone di esecuzione, da parte di un’esponente di vertice del ministero della Giustizia è un messaggio eversivo, ma almeno chiarisce ancora una volta perchè il governo Meloni ha voluto questa riforma: sbarazzarsi della magistratura. Altrettanto eversivo che un’esponente delle istituzioni affermi candidamente di avere in animo di scappare all’estero mentre è indagata, peraltro a seguito della vergognosa vicenda Almasri che ha infangato le nostre istituzioni. Il referendum costituzionale è una partita decisiva per la nostra democrazia, chi sostiene il sì afferma candidamente di volerne minare le fondamenta”.

Il riferimento al caso Almasri è a un altro passaggio dell’intervento televisivo di Bartolozzi. In uno scambio diretto con il consigliere togato del Csm Marco Bisogni (eletto con la corrente di centro Unicost), Bartolozzi è sbottata: “Marco, io ho un’inchiesta in corso, io scapperò da questo Paese”, ha sostenuto Bartolozzi. Per questo poco dopo Giuseppe Pipitone, giornalista del Fatto Quotidiano, le ha chiesto: “Ho capito bene o la dottoressa Bartolozzi ha detto che intende andare via dall’Italia perché è sotto inchiesta per il caso Almasri?”, ha chiesto Pipitone. “Era una boutade”, ha ribattuto Bartolozzi.

Vale la pena ricordare che Giusi Bartolozzi rischia di finire a processo per l’inchiesta sul rilascio generale libico su cui pendeva un mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. La capa di gabinetto deve rispondere di falsa testimonianza perché secondo i pm ha fornito consapevolmente informazioni infondate su almeno quattro aspetti della vicenda.

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A cura di Paolo Frosina
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Stretto di Hormuz, la scommessa dell’armatore greco Prokopiou: invia cinque navi e una viaggia già al largo dell’India

Secondo la stampa greca alcuni equipaggi disattiverebbero i sistemi di localizzazione per non essere individuati con facilità, mentre a bordo vengono impiegate guardie armate per sorvegliare i ponti delle navi durante il transito nelle acque più pericolose
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Nel pieno della crisi internazionale provocata dalla guerra in Medio Oriente, lo Stretto di Hormuz per cui il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato una missione difensiva – è tornato a essere uno dei punti più sensibili del commercio energetico globale. Da questo passaggio marittimo, largo appena poche decine di chilometri, transita infatti una quota enorme del petrolio mondiale diretto verso Asia, Europa e Stati Uniti. Con l’intensificarsi delle tensioni e la minaccia di possibili attacchi, molte compagnie di navigazione stanno però evitando di far passare le proprie petroliere lungo questa rotta. Le conseguenze sono che l’oro nero viaggia intorno ai 100 dollari.

In questo contesto si distingue la scelta dell’armatore greco George Prokopiou, 79 anni, proprietario della compagnia di trasporto marittimo Dynacom Tankers. Secondo la stampa internazionale, negli ultimi giorni il magnate ellenico ha deciso di inviare almeno cinque navi della sua flotta attraverso lo Stretto di Hormuz, nonostante il rischio crescente legato al conflitto. Una decisione definita dal Wall Street Journal “una delle mosse più audaci” della sua lunga carriera nel settore dello shipping. Una delle petroliere della compagnia, la Shenlong, avrebbe già completato il passaggio nello stretto dopo aver caricato petrolio nel Golfo Persico. I dati di localizzazione delle navi analizzati da Bloomberg indicano che l’imbarcazione, con a bordo greggio saudita, si trovava nelle ultime ore al largo delle coste dell’India, diretta probabilmente verso i mercati asiatici.

Il contesto in cui si muove la flotta di Dynacom è però tra i più rischiosi degli ultimi anni. Dall’inizio della guerra, diversi operatori del trasporto marittimo hanno ridotto o sospeso i viaggi nella regione per il timore che le navi possano essere colpite o sequestrate. Le tensioni con l’Iran, che controlla una delle sponde dello stretto, hanno trasformato il corridoio energetico in un potenziale teatro di incidenti militari e già alcune navi sono state colpite. Tanto da spingere il colosso danese della logistica Maersk a sospendere il passaggio delle sue navi per ragioni di sicurezza.

Per ridurre i rischi, molte petroliere adottano misure straordinarie: secondo la stampa greca alcuni equipaggi disattiverebbero i sistemi di localizzazione per non essere individuati con facilità, mentre a bordo vengono impiegate guardie armate per sorvegliare i ponti delle navi durante il transito nelle acque più pericolose.

Il clima di incertezza ha avuto effetti immediati anche sui costi del trasporto marittimo. Le tariffe per le petroliere in partenza dal Golfo Persico sono salite a livelli record. Secondo l’agenzia Argus, il noleggio giornaliero di una VLCC – una very large crude carrier, tra le più grandi petroliere al mondo – che attraversi lo Stretto di Hormuz diretta verso la Cina può arrivare a circa 500 mila dollari al giorno, senza includere le polizze assicurative aggiuntive contro i rischi di guerra.

In questo scenario, la scelta di Prokopiou appare tanto rischiosa quanto potenzialmente redditizia. Soprannominato dal Financial Times “il miliardario bucaniere”, l’armatore è una figura ben nota nel mondo degli affari greco e internazionale, anche per i suoi importanti investimenti immobiliari che gli hanno valso il soprannome di “re del real estate”. Spesso fotografato con il suo immancabile cappellino da baseball, il magnate continua a muoversi nel settore dello shipping con una strategia aggressiva, puntando proprio sulle rotte che molti concorrenti stanno abbandonando.

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“Anisa Murati annegò perché le fu dato il braccialetto sbagliato”, in sei verso il processo per la morte nel bioparco

Alla base delle contestazioni, spicca un dettaglio che per gli inquirenti sarebbe stato fatale: il braccialetto che Anisa indossava al polso era arancione, riservato ai nuotatori, anziché verde, destinato ai più piccoli
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Era il 17 luglio 2024 quando la piccola Anisa Murati, sette anni, annegò nel bioparco AcquaViva di Caraglio (Cunero). La Procura di Cuneo ha chiesto il rinvio a giudizio per sei persone, tra animatrici, gestori e tecnici, accusati di “imprudenza, negligenza e imperizia”. Alla base delle contestazioni, spicca un dettaglio che per gli inquirenti sarebbe stato fatale: il braccialetto che Anisa indossava al polso era arancione, riservato ai nuotatori, anziché verde, destinato ai più piccoli. Le due animatrici che seguivano la comitiva sono accusate anche di non aver allertato tempestivamente i soccorsi. La piccola era stata ritrovata in fin di vita a due metri di profondità in uno dei laghi balneabili del bioparco. I soccorritori avevano tentato di salvarle la vita, ma le loro manovre di rianimazione erano purtroppo risultate inutili.

Non si tratta, però, di una dimenticanza isolata. Il gestore del parco, Roberto Manzi, è indagato per un documento di valutazione dei rischi considerato “carente”, mentre il progettista Stefano Ferrari e il responsabile dell’ufficio tecnico comunale, Graziano Viale, sono accusati di falsità nei certificati di regolare esecuzione dei lavori, giudicati non corrispondenti al progetto esecutivo approvato. Mancavano presidi di sicurezza essenziali e cartellonistica chiara, in particolare per segnalare profondità e pendenza del bacino.

Anche il parroco di Demonte, don Fabrizio Della Bella, figura tra gli indagati: pur non essendo presente quel giorno ad AcquaViva, secondo il pubblico ministero avrebbe autorizzato la partenza della comitiva senza preavviso e con un numero insufficiente di accompagnatori. La comunità della valle Stura resta segnata dal dolore, con i ricordi della bambina che sorridente partecipava alle attività estive e il senso di incredulità per una morte così evitabile. L’udienza preliminare, ancora da fissare dal gup di Cuneo, sarà il primo passo per accertare le responsabilità e fare luce sulle mancanze che hanno trasformato una giornata di gioco in tragedia.

Referendum, sul sorteggio dei giudici al Csm Marina Berlusconi supera perfino il padre Silvio

"L’argine all’influenza della politica all’interno del Csm", lo ha definito l'imprenditrice in una lettera a Repubblica. Ma le raccomandazioni dell'Ue prevedono che almeno la metà dei membri dei Consigli di giustizia "devono essere i giudici scelti da parte dei loro colleghi"
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“L’argine all’influenza della politica all’interno del Csm è il sorteggio”, ha scritto Marina Berlusconi nella lettera affidata a Repubblica. Ma certo non ha attribuito l’idea a suo padre. Sarebbe stato difficile visto che giusto nel 2010, quando Silvio Berlusconi era premier e Guardasigilli Angelino Alfano, l’Italia era tra i paesi europei che a Bruxelles sottoscriveva una storica Raccomandazione intitolata così: “Judges: independece, efficiency and responsibilities”. Al punto 27, parlando dei Consigli di giustizia, come il nostro Csm, era possibile leggere questa frase: “Almeno la metà dei membri di tali consigli devono essere i giudici scelti da parte dei loro colleghi di tutti i livelli del sistema giudiziario e nel rispetto del pluralismo all’interno del sistema giudiziario”.

Era il 17 novembre del 2010. Agli atti non resta traccia di un dissenso italiano sulle raccomandazioni della Ue. Quattro anni prima, quando il Cavaliere si lancia, poi sconfitto, nella riforma costituzionale, tra le modifiche all’articolo 104 sul Csm si può leggere solo il nuovo sistema d’elezione dei laici “per un sesto dalla Camera e per un sesto dal Senato federale della Repubblica”. Parità di rappresentanza tra laici e togati dunque, ma niente sorteggio. L’unico sorteggio che piaceva a Berlusconi era quello delle squadre che incontrava il suo Milan nelle coppe europee quando che vinceva di continuo.

E arriviamo al 2025, mentre Meloni e Nordio puntano tutto sul sorteggio secco dei togati, nel Rule of Law Report l’Europa conferma la linea del 2010 sui Councils for the judiciary, sulla loro indipendenza, nonché sulla composizione, ripetendo le stesse parole scritte 15 anni prima. In Italia vengono battezzate come la “Magna carta dei giudici” e a tradurre la risoluzione è Raffaele Sabato, oggi giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Il punto 27, che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere sta per stravolgere col sorteggio, è sempre identico. Un principio su cui né Berlusconi, né tantomeno Alfano, ebbero da ridire. Ma che sta per essere cancellato. Come il Guardasigilli Carlo Nordio ha ignorato le regole europee sull’abuso d’ufficio, ora sta per farlo sul sorteggio dei togati che tra i partner Ue esiste solo in Grecia.

Maria Rosaria Guglielmi, presidente di Medel, l’Associazione dei magistrati europei per la democrazia e le libertà, è netta: “Con l’introduzione del sorteggio ci poniamo in contrasto con gli standard europei che nei Consigli di giustizia richiedono magistrati eletti dai loro pari per garantire la più ampia rappresentatività rispetto alle funzioni e alla composizione della magistratura”. “La raccomandazione del 2010 – si accalora Guglielmi – ha anche precisato che essi devono essere scelti da giudici di uffici di tutti i livelli, nel rispetto del pluralismo all’interno del sistema giudiziario”. Magistrata espertissima delle regole europee, oggi tra i pm di Eppo, lo European public prosecutor’s office, Guglielmi considera la raccomandazione Ue, mai violata finora, un libro comune per tutti. Con il sorteggio invece l’Italia “mette in crisi l’indipendenza dei sistemi giudiziari nonché lo stesso Stato di diritto che non è solo un affare di rilevanza interna, bensì un valore condiviso sul quale si fonda l’Europa”.

Guglielmi ricorda che anche nel rapporto del 23 ottobre 2025 sulla giustizia italiana Margaret Sattherwaite, la Special Rapporteur dell’Onu sull’indipendenza dei giudici, parla di Csm dove “la maggioranza dei membri siano giudici eletti dai loro pari”. Il giurista dell’Università Statale di Milano Gianluigi Gatta definisce “un vulnus all’Europa” il sorteggio dei togati del Csm perché “sarebbe anche del tutto eccentrico e contrario alle raccomandazioni internazionali”. “In un clima di continui attacchi alla magistratura – dice ancora Gatta – verrebbe visto come un vistoso indebolimento della garanzia d’indipendenza dal potere politico di giudici e pm”.

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