Morto Rocco Commisso, presidente della Fiorentina: aveva 76 anni

L'annuncio da parte del club viola con un comunicato nella notte italiana
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Il presidente della Fiorentina Rocco Commisso è morto nella notte italiana. Aveva 76 anni. Nato a Marina di Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio Calabria, a 12 anni si era trasferito negli Stati Uniti. Dopo una carriera imprenditoriale di successo, grazie alla sua Mediacom fondata nel 1995, il 6 giugno 2019 aveva definitivamente comprato la squadra di calcio della Fiorentina.

Con lui alla guida, è stato realizzato il progetto del Viola Park e il club in campo ha raggiunto per due volte la finale di Conference League e per una volta la finale di Coppa Italia. Non è mai riuscito però ad alzare un trofeo.

Il comunicato della Fiorentina

Con grande dolore e tristezza la famiglia Commisso con la moglie Catherine, i figli Giuseppe e Marisa e le sorelle Italia e Raffaelina, comunicano la scomparsa del Presidente Rocco B. Commisso.

Dopo un prolungato periodo di cure, il nostro amato Presidente ci ha lasciati ed oggi tutti ne piangiamo la scomparsa.

Per la sua famiglia è stato un esempio, una guida, un uomo leale e fedele che accanto a sua moglie Catherine ha raggiunto il traguardo di 50 anni di matrimonio e con i suoi figli è stato un padre severo e amabile, come era il suo carattere, dolce e deciso.

Il suo amore per la Fiorentina è stata la cosa più bella che si è regalato, passando giornate indimenticabili con i ragazzi e le ragazze delle squadre giovanili, con una carezza e un sorriso sempre per tutti. Inarrestabile, ha lavorato fino agli ultimi giorni, dedicandosi alle sue aziende Mediacom e Fiorentina e al futuro di queste.

Il calcio era il suo amore e la Fiorentina lo è diventata sette anni fa quando Rocco ha preso il comando del club Viola e ha iniziato ad amare i suoi tifosi, i colori e la città di Firenze.

‘Chiamatemi Rocco’ aveva semplicemente detto a tutti, con la sua straordinaria empatia. Ed è sempre stato vicino a Firenze e ai fiorentini, nella quotidianità e anche nel periodo più difficile dell’emergenza Covid quando la campagna ‘Forza e Cuore’ ha destinato ingenti donazioni agli ospedali cittadini.

Il Rocco B. Commisso Viola Park, la casa della Fiorentina, vivrà per sempre portando il suo nome. Un segno indelebile dell’affetto e della voglia di guardare al futuro dei giovani. Proprio i ‘suoi’ ragazzi che sono cresciuti nel vivaio, conquistando trofei giovanili e proseguendo il proprio percorso nelle prime squadre maschili e femminili della Fiorentina. Sotto la sua guida la Fiorentina ha raggiunto due finali di Conference League e una finale di Coppa Italia.

La famiglia Commisso desidera ringraziare tutti coloro che gli sono stati vicino in questi momenti così delicati ed è certa che il ricordo e la memoria di Rocco rimarrà per sempre nei cuori delle tante persone che gli hanno voluto bene e che hanno passato momenti difficili e momenti bellissimi insieme a lui.

Un pensiero grande in un momento così triste va a tutte le persone della Fiorentina, staff, giocatori, dipendenti, a tutti le persone che conoscevano Rocco, a tutto il popolo viola e soprattutto a tutti quei ragazzi e quelle ragazze che continueranno a portare in Italia e nel mondo i colori viola e il ricordo del nostro Rocco.

Ci manchi e ci mancherai sempre.

Perché le regioni non pagano gli esiti in sanità invece delle prestazioni?

Perché non dare in gestione i dati sanitari ai cittadini con History Health? Eppure proprio la direzione di Lombardia Informatica, sempre nel 2014, mi disse che sarebbe stata una bella rivoluzione!
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Ho letto con attenzione la delibera della Regione Lombardia sulle “determinazioni in ordine agli indirizzi di programmazione del Ssr per l’anno 2026” del 30 dicembre 2025. Dopo tutte le parole inutili come “richiamata”, “vista”, “ritenuto”, “dato atto”, “precisato”, “vagliate e assunte” che coprono 13 pagine finalmente arriva la parola “delibera” di qualche riga che rimanda all’Allegato A.

Ho letto con attenzione anche l’allegato di ben 297 pagine! Sembra che il politichese sia una materia trattata in tutte le scuole di ordine e grado che in realtà serve solo a vociare. Senza dire nulla.

Eppure il Covid avrebbe dovuto insegnarci qualcosa, ma sono un illuso, perché avremmo dovuto avere nel piano pandemico che ci mancava delle semplici parole chiave come chi fa cosa, come e perché. Invece no. L’Allegato A sembra come la bozza del nuovo piano pandemico che si compone di 155 pagine.

Ma andiamo avanti. E fermiamoci su alcuni punti. A pagina 7, per quanto riguarda le liste di attesa, citano alcune visite specialistiche “critiche” sul territorio. Non è citata quella oculistica che ha in media una attesa di un anno. Immagino quelle citate! La Giunta come risolve il problema? Invece di chiudere tutte le attività private nelle strutture accreditate, come sono andato a dire al Colonnello dei Nas, scrivono, a pagina 9, che “alla luce di ciò, con nota n. prot. G1.2025.0020005 del 21/05/2025 è stato richiesto alle Ats di trasmettere, con cadenza trimestrale, i verbali degli esiti degli accertamenti svolti dai Nas in occasione delle eventuali ispezioni presso gli Enti del territorio di competenza. Qualora dai verbali emergesse che un Ente risulta più volte inadempiente senza adeguata motivazione, tale inadempienza potrà riflettersi sul punteggio dei Direttori Generali.”

Cattivelli, non avete fatto bene i compiti e vi mando dietro l’angolo! Mentre le liste si allungano senza soluzione.

Preoccupante la pagina 29 dove si legge: “La DG Welfare considera la trasformazione digitale una priorità assoluta per l’efficientamento dei processi sociosanitari, per favorire la collaborazione professionale, per supportare i professionisti nello svolgimento del proprio lavoro e per facilitare l’acceso ai servizi da parte dei cittadini.” Sono decenni che sono stati buttati diversi milioni di euro per la tessera sanitaria regionale, il fascicolo sanitario nazionale e ultimamente con l’ecosistema dei dati sanitari. Cambiano nome ma il problema resta. Lombardia Informatica è un carrozzone regionale che ha un unico interesse: gestire la nostra salute non per l’efficientamento del sistema sanitario ma per interessi diversi, come io dimostrai nel lontano 2014 quando riuscii a fermare una delibera dell’allora Presidente Maroni che dava in gestione i nostri dati sanitari a enti esterni a Lombardia Informatica, non solo pubblici!

Quindi siamo alle solite. Perché non dare in gestione i dati sanitari ai cittadini con History Health attivabile solo con la nostra impronta digitale e a breve con l’impronta retinica? Eppure proprio la direzione di Lombardia Informatica, sempre nel 2014, mi disse che sarebbe stata una bella rivoluzione! Lascio a voi la lettura della pagina 46 sui metodi di sicurezza da attuare per i nostri dati sanitari.

In altre pagine uno sproloquio, a mio avviso, sulla telemedicina e, peggio, sulla intelligenza artificiale, che se da un lato potrà aiutare se ben utilizzata, dall’altro è il baratro dell’empatia fondante nel rapporto medico-paziente. Salto a piè pari tutte le pagine tedianti degli investimenti con i soldi del Pnrr e sulle case di comunità, vere e proprie isole nel deserto utili, a mio avviso, solo nelle piccole comunità che sono già comunque protette dai veri medici di base che dedicano la loro vita ai concittadini.

Ovviamente non è mia intenzione pulire dalle pulci questo lungo manoscritto, ma non può non cadermi l’occhio, per concludere, come debbano essere eseguiti ancora oggi, secondo la Giunta della mia regione a pagina 121, i controlli sulle prestazioni sanitarie pubbliche e private accreditate. Si legge: “Si ricorda e si ribadisce che le Ats, come previsto dal Decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112, procedano, all’interno del 12,5% dei controlli sui ricoveri, al controllo del 10% delle Sdo riferibili al singolo anno solare di produzione per ente erogatore, come registrato nel flusso HSP 11.”

Permangono i controlli sugli elaborati scritti, inutili e dispendiosi. Basterebbe farlo sui pazienti, a campione, non per reprimere ma effettivamente per capire chi ha lavorato bene solo per la salute del paziente e non per il budget della azienda sanitaria che, nelle pagine successive, si caratterizza solo con un taglio annuale effettuato dalla regione. Invece, secondo me, se si facessero dei controlli a campione, come presentai a Report nel lontano 2010, potremmo realmente ridistribuire economia e salute a tutti.

Ecco perché ora, a conclusione, faccio una proposta di poche parole ma molti fatti. Se invertissimo rotta e la Regione, qualunque, pagasse alle strutture convenzionate gli esiti in sanità, invece delle prestazioni, dopo apposito controllo, non vivremmo tutti in un mondo migliore?

L’America che non mangia, mastica: Willy Vlautin e Ron Rash

Due romanzi, due facce della stessa medaglia. Mentre Vlautin ci fa piangere per un cavallo zoppo, Rash ci gela il sangue con il fruscio delle ali di un rapace
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C’è un’America che non brilla, che non twitta e che non vota nelle convention patinate. È l’America che puzza di fieno bagnato, di gasolio agricolo e di solitudine. Willy Vlautin è il suo profeta laico, e con La ballata di Charley Thompson (traduzione di Fabio Genovesi; Jimenez Edizioni), ci consegna un romanzo di formazione che è, in realtà, un’odissea di de-formazione, un viaggio verso il nucleo nudo dell’esistenza.

Come già accadeva in Motel Life, Verso nord o nel climaticamente gelido Il cavallo, Vlautin costruisce una narrazione fatta di sequenze ipnotiche, dove il tempo è scandito da gesti minimi. C’è una devozione quasi simbolica nei confronti del cibo in scatola: aprire una latta di fagioli o di zuppa Campbell non è solo nutrirsi, è l’ultimo rito di resistenza contro il nulla. È il commercialismo che si fa eucarestia per chi non ha una tavola imbandita; l’azione ripetitiva, il consumo di brand dozzinali, diventa l’unica ancora di salvezza in un mondo che ti vuole invisibile.

Charley Thompson, quindici anni e il cuore già gravato da troppe partenze, attraversa un West che non ha nulla di epico in compagnia di un cavallo zoppo. Incontra personaggi memorabili nella loro mediocrità tragica: addestratori di cavalli falliti, sognatori da bar e anime perse che popolano un’America marginale ma geograficamente gigantesca. È un romanzo di una bellezza straziante, dove la polvere dei circuiti ippici di periferia si incolla alla pelle del lettore. Vlautin non giudica, osserva. E in quell’osservazione c’è tutto l’amore per un’umanità che cade, si rialza e continua a camminare, anche se non sa bene verso dove.

Se Vlautin è il sussurro degli sconfitti, Ron Rash con Serena (Traduzione di Valentina Daniele; La Nuova Frontiera), è il grido d’aquila dei predatori. Spostiamoci sulle montagne della Carolina del Nord, anni della Grande Depressione. Qui, Rash mette in scena una tragedia shakespeariana trapiantata tra i boschi di conifere.

Pemberton, un magnate del legname, torna dalle terre selvagge con una sposa, Serena. Non è una donna, è una forza della natura, un’ombra lunga che cala sulla valle. Serena cavalca un’aquila addestrata, non teme il sangue e possiede una visione spietata del progresso: abbattere ogni albero, annientare ogni oppositore. La protagonista, Serena, è uno dei personaggi femminili più feroci e affascinanti della letteratura contemporanea. È priva di morale convenzionale, mossa solo da una volontà di potenza che rasenta la follia.

Rash scrive con una precisione chirurgica. La natura non è uno sfondo, è un personaggio vivo, brutale e indifferente ai destini umani. Il libro è un duello continuo tra l’ambizione umana e la resistenza della terra, tra la modernità predatoria e il misticismo rurale delle comunità montane.

Mentre Vlautin ci fa piangere per un cavallo zoppo, Rash ci gela il sangue con il fruscio delle ali di un rapace. Due facce della stessa medaglia: la grande letteratura americana che non smette di scavare nelle ferite di una nazione nata nel sangue e cresciuta nella speranza, tradita giorno dopo giorno da coloro i quali l’hanno mitizzata.

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Dalle baionette ai ‘videogiochi’: oggi droni telecomandati ammazzano civili da remoto

I bersagli vengono da informazioni di intelligence, che hanno una percentuale di errore. Anche quando sono corrette, l’ordigno provoca vittime innocenti
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di Gerardo Ongaro

Un tempo le guerre erano anche attacco all’arma bianca, quando gli uomini si guardavano negli occhi prima di piantarsi la baionetta nel cuore. Nel tempo si è passati dalla baionetta ai videogiochi. Si direbbe che ora la morte violenta sia un po’ come guardare un film, che ci fa piangere, ma poi usciamo e andiamo a ballare con gli amici.

Droni telecomandati ammazzano civili mentre se ne vanno per i fatti loro, facendo male a nessuno. Ma accade anche che l’animo umano si risvegli a darci noia. Come ci racconta un articolo del New York Times, tanta noia diede al Capitano Kevin Larson, pilota di droni statunitense: non ne poté più e si suicidò.

Da centri sparsi negli Usa, squadre militari guidano droni da remoto in centinaia di missioni. Su comando di un superiore (conosciuto come “il Cliente”), premono il pulsante che fa partire i missili della morte che dovrebbero colpire sospetti terroristi sparsi per il globo terrestre. I bersagli vengono da informazioni di intelligence, che hanno una percentuale di errore. Anche quando sono corrette, l’ordigno provoca la morte di civili innocenti.

L’ex Capitato James Klein, membro di una squadra al Creech Air Force Base (AFB) in Indian Springs, Nevada dal 2014 al 2018, guidava droni Reapers da remoto. In un’intervista al New York Times racconta che i missili colpivano donne e bambini, talvolta una ventina di civili innocenti per colpire un solo sospetto. Una volta al Capitano Larson gli fu ordinato di seguire con il drone e uccidere un terrorista. Poi, gli fu ordinato di seguire il cadavere fino al cimitero e uccidere tutti coloro che assistevano al funerale.

In un’intervista al NYT, Bennett Miller, un ex analista di intelligence presso il centro Operazioni Speciali al Shaw Air Force Base in South Carolina, racconta che avevano rintracciato un uomo in Afghanistan che si supponeva essere un talebano finanziatore. Per diverse settimane lo seguì e lo vide dar da mangiare i suoi animali, mangiare con la famiglia in cortile, camminare fino al villaggio vicino. Un giorno, gli fu ordinato di lanciare il missile. Poi vide la famiglia raccogliere i pezzi e seppellirlo. La settimana seguente, si accorsero che avevano ucciso l’uomo sbagliato. “Avevo appena ucciso il padre di qualcuno”, concluse Miller, “osservato i suoi bambini raccogliere i suoi pezzi. Poi, ero andato a casa ad abbracciare i miei di bambini”.

Dai lanciatori ai ricevitori. Al quotidiano britannico The Guardian, dal Pakistan la piccola Nabila racconta come, in un pomeriggio del 2012, il corpo della nonna fu dilaniata; mentre lei e il fratellino riportarono ferite gravi. Poi, arrivò una seconda ondata di missili, in quello che la CIA definisce “doppio colpo” per finire il lavoro.

Dallo Yemen Mohammed al-Qawli racconta come il fratello e il cugino vennero fatti a pezzi mentre trasportavano in taxi un cliente, probabilmente il bersaglio designato. Dal Pakistan, Ramazan Kha racconta della morte di tre nipoti e dell’amputazione di entrambe le gambe di un altro. Dal Pakistan Ahmed Jan racconta di quattro missili colpire un gruppo riunito per decidere una questione privata, di aver visto i pezzi dei corpi degli amici (40 morti). Lui si era rotto entrambe le gambe, aveva schegge nell’addome e gli occhi feriti.

Questo avvenne durante l’amministrazione Obama; un membro del suo staff disse alla rivista The Atlantic che il presidente non aveva alcuna intenzione di cambiare la politica dei droni. Politica che Trump aveva poi ulteriormente esteso. Secondo un documento del 2022 parzialmente desegretato, sembra che l’amministrazione Biden avesse introdotto nuovi limiti sulle operazioni dei droni da remoto (NYT).

Ci vuole poco a capire cosa stia facendo ora Trump, visto che, quelle che erano operazioni segrete, oggi si compiono alla luce del sole. Meglio sapere o ignorare? Esiste un quesito su due aspetti della natura umana, realtà e percezione: “Se un albero cade in una foresta e nessuno è li a sentire, farà lo stesso rumore?”.

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L’incidente di Palomares del 1966 è un monito: nessuno accetterebbe il rischio nucleare in cambio di sicurezza

Parlare di “incidenti improbabili” non basta più. La storia ci insegna che ciò che è improbabile può comunque accadere
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L’incidente di Palomares del 17 gennaio 1966 è una di quelle vicende che l’Europa tende a ricordare poco, forse perché mette a nudo una verità scomoda: anche il nostro continente, spesso percepito come distante dai grandi disastri nucleari, è stato teatro di un rischio enorme e sottovalutato.

Quattro bombe all’idrogeno statunitensi da 800 kg l’una – ciascuna potente come 100 volte la bomba che cancellò Hiroshima – caddero nei pressi di un piccolo villaggio andaluso dopo la collisione in volo di due aerei militari: un’aerocisterna carica di combustibile e un bombardiere che trasportava le testate termonucleari. Due ordigni detonarono solo la parte di esplosivo convenzionale, e dispersero materiale radioattivo sul suolo spagnolo. Oltre a ciò, precipitarono anche le carcasse dei velivoli: oltre 100 tonnellate di macerie caddero sul suolo della piccola città spagnola.

Tre delle quattro bombe furono recuperate subito, ma per la quarta si dovettero eseguire ricerche nel Mediterraneo: venne riportata a galla solo in aprile, dopo un recupero da 869 metri di profondità. Non ci fu un’esplosione nucleare, ma le conseguenze ambientali e sanitarie segnarono profondamente il territorio e la popolazione.

Solo nel 2023, facendo seguito ad accordi raggiunti nel 2015, la Spagna chiese ufficialmente agli Usa la rimozione dei 50mila metri cubi di suolo radioattivo contaminato dal plutonio, disperso dalla caduta degli ordigni, dal comune di Cuevas de Almanzora, in provincia di Almeria. Ma ad oggi restano ancora 40 ettari circa di terreno da rimuovere.

Palomares dimostra che il pericolo nucleare non è solo legato alla guerra totale, ma anche alla “normalità” della deterrenza, agli incidenti, agli errori umani e tecnici. In piena guerra fredda, l’episodio fu minimizzato per ragioni politiche e strategiche. Le immagini del ministro franchista Manuel Fraga che fa il bagno in mare per rassicurare l’opinione pubblica sono diventate il simbolo di una comunicazione più interessata a negare il problema che ad affrontarlo con trasparenza.

Oggi, a distanza di decenni, il messaggio di Palomares dovrebbe essere più attuale che mai. L’Europa vive in un contesto geopolitico instabile, con conflitti ai suoi confini e un ritorno esplicito alla retorica della minaccia nucleare. Parlare di “incidenti improbabili” non basta più. La storia ci insegna che ciò che è improbabile può comunque accadere, e quando accade lascia ferite che durano generazioni.

Mi auguro davvero che sul suolo europeo non avvengano mai più esplosioni nucleari, né per errore né per scelta deliberata. Questo significa rafforzare gli accordi di disarmo, ridurre la presenza di ordigni atomici, investire nella sicurezza e, soprattutto, nella diplomazia. Significa anche riconoscere apertamente gli errori del passato, bonificare davvero i territori colpiti e ascoltare le comunità che ne hanno pagato il prezzo.

Palomares non è solo un incidente del passato: è un monito. Ignorarlo sarebbe un atto di irresponsabilità storica. Ricordarlo, invece, può aiutarci a costruire un’Europa che non accetti più il rischio nucleare come un prezzo inevitabile della sicurezza, ma che lavori perché quel rischio venga definitivamente superato.

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Australian Open 2026 al via: gli italiani in campo nella notte. Il programma completo del primo giorno | Orari e dove vedere

Due gli azzurri che esordiranno nella notte tra sabato e domenica: prima Flavio Cobolli alla John Cain Arena, poi Jasmine Paolini sul Centrale di Melbourne. C'è anche Alcaraz
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Nel tennis si torna a fare sul serio. Dopo alcune settimane di preparazione, match di esibizione, tornei minori, è il momento degli Australian Open 2026 (il sorteggio degli italiani), primo Slam dell’anno in programma a Melbourne. C’è attesa per Jannik Sinner, c’è attesa per Lorenzo Musetti (ma bisognerà aspettare ancora per vederli in campo ufficialmente al primo turno). Intanto però tocca alla numero 1 del tennis italiano femminile: Jasmine Paolini ha l’onore di aprire il programma del centrale degli Australian Open, la Rod Laver Arena. In campo maschile ci sono altri ben 10 italiani in tabellone (oltre a Sinner e Musetti, anche Berrettini, Cobolli, Darderi, Maestrelli, Nardi, Arnaldi, Sonego e Bellucci). Nella notte tra sabato e domenica però toccherà solo a Flavio Cobolli. In campo anche Carlso Alcaraz – affronterà Walton – e il numero 3 del mondo Alexander Zverev. Così come la numero 1 al femminile, Aryna Sabalenka.

Australian Open 2026, gli azzurri in campo oggi

Dodici gli italiani in campo nel primo turno degli Australian Open tra tabellone maschile e femminile, ma solo due esordiranno nella giornata d’apertura. Parliamo di Jasmine Paolini – che affronterà la qualificata Aliaksandra Sasnovich – e Flavio Cobolli, che invece avrà di fronte Arthur Fery. Paolini esordirà sul centrale – la Rod Laver Arena – all’1:30 italiane, mentre Flavio Cobolli alla John Cain Arena, a partire dall’una.

  • Ore 1:00: [Q] Arthur Fery (GBR) – [20] Flavio Cobolli (ITA)
  • Ore 1:30: [Q] Aliaksandra Sasnovich (BLR) – Jasmine Paolini [7] (ITA)

Il programma completo

ROD LAVER ARENA – dall’1:30

  • [Q] Aliaksandra Sasnovich (BLR) – Jasmine Paolini [7] (ITA)
  • [3] Alexander Zverev (GER) – Gabriel Diallo (CAN)
    non prima delle 9:00
  • [1] Aryna Sabalenka (BLR) – [WC] Tiantsoa Rakotomanga Rajaonah (FRA)
  • [1] Carlos Alcaraz (ESP) – Adam Walton (AUS)

MARGARET COURT ARENA – dall’1:30

  • Maria Sakkari (GRE) – Leolia Jeanjean (FRA)
  • Francisco Cerundolo (ARG) – Zhizhen Zhang (CHN)
    non prima delle 9:00
  • [10] Alexander Bublik (KAZ) – Jenson Brooksby (USA)
  • Mananchaya Sawangkaew (THA) – [28] Emma Raducanu (GBR)

JOHN CAIN ARENA – dall’1:00

  • [Q] Arthur Fery (GBR) – [20] Flavio Cobolli (ITA)
  • [12] Elina Svitolina (UKR) – Cristina Bucsa (ESP)
  • [29] Frances Tiafoe (USA) – [Q] Jason Kubler (AUS)
  • Olga Danilovic (SRB) – [WC] Venus Williams (USA)

KIA ARENA – dall’1:00

  • [WC] Talia Gibson (AUS) – Anna Blinkova
  • Tristan Schoolkate (AUS) – [32] Corentin Moutet (FRA)
  • [Q] Michael Zheng (USA) – Sebastian Korda (USA)
  • Anastasia Pavlyuchenkova (RUS) – [Q] Zhuoxuan Bai (CHN)

1573 ARENA – dall’1:00

  • Miomir Kecmanovic (SRB) – Tomas Martin Etcheverry (ARG)
  • [11] Ekaterina Alexandrova (RUS) – [Q] Zeynep Sonmez (TUR)
  • Benjamin Bonzi (FRA) – [26] Cameron Norrie (GBR)

ANZ Arena – dall’1:00

  • Dayana Yastremska (UKR) – Elena-Gabriela Rouse (ROM)
  • Elsa Jacquemot (FRA) – [20] Marta Kostyuk (UKR)
  • Camilo Ugo Carabelli (ARG) – Marton Fucsovics (HUN)
  • Suzan Lamens (NED) – Anastasia Potapova (AUT)

COURT 6 – dall’1:00

  • Yulia Putintseva (KAZ) – Beatriz Haddad Maia (BRA)
  • Emilio Nava (USA) – [WC] Kyrian Jacquet (FRA)
  • Yannick Hanfmann (GER) – [Q] Zachary Svajda (USA)

COURT 7 – dalle 4:00

  • [WC] Patrick Kypson (USA) – Francisco Comesana (ARG)
  • Polina Kudermetova (UZB) – Guiomar Maristany Zuleta De Reales (ESP)

COURT 8 – dalle 3:00

  • Caty McNally (USA) – [Q] Himeno Sakatsume (JPN)
  • [Q] Liam Draxl (CAN) – Damir Dzumhur (BIH)

COURT 13 – dalle 4:00

  • Hailey Baptiste (USA) – [32] Marketa Vondrousova (CZE)
  • Arhur Cazaux (FRA) – [Q] Jaime Faria (POR)

Dove vedere in streaming gli Australian Open 2026

Dove e come vedere quindi i match? Il torneo è un’esclusiva di Warner Bros. Dalle qualificazioni disputate a partire dal 12 gennaio ai primi match del main draw da domenica 18 gennaio fino alla finale maschile dell’1 febbraio, l’Australian Open è tutto su discovery+ e HBO Max. I canali Eurosport, dove si vedono tutte le principali partite, sono disponibili su Dazn, TimVision e Prime Video Channels.

I riformisti hanno poche idee e ben confuse, ma ci sono (e spesso collimano con la destra): dunque oggi cos’è la sinistra?

Non è solo una questione definitoria, è il presupposto per capire se si può stare insieme per fare delle cose o solo per vincere le elezioni
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Il dibattito attorno a cosa sia sinistra è annoso e non nuovo. Se si torna per un attimo a Livorno, si vedrà che la distinzione che più ha attraversato la politica italiana e che nel 1921 lì si è realizzata nella scissione e nella nascita del Partito Comunista d’Italia, in realtà ha subito progressivi slittamenti semantici. Così massimalisti e riformisti non sono certo più gli stessi di allora.

Si pensi solo a quello che scriveva nel 1924 Piero Gobetti di Giacomo Matteotti, già assassinato dai fascisti, ovvero che quest’ultimo era pur sempre un marxista che non ignorava Hegel e non aveva trascurato Sorel (il teorico del sindacalismo rivoluzionario), che la sua intransigenza era soreliana, che l’idea di un sindacalismo graduale non era teorica ma pragmatica, “suggeritagli dall’esperienza di ogni giorno in un paese servile che è difficile scuotere senza che si abbandoni a intemperanze penose”.

Per venire con un gran salto agli ultimi decenni, il migliorismo, il craxismo, la Terza Via, sono stati i tentativi di riscrivere questo rapporto; infine è arrivata la sua riduzione macchiettistica con il renzismo, una Terza Via fuori tempo massimo, decontestualizzata. Ma Renzi ha dato nuovo vigore, una nuova casa, un nuovo leader a quel settore del centrosinistra italiano orfano del progetto di modernizzazione che aveva visto in Craxi un alfiere.

In qualche misura anche la Bolognina tentava di rispondere alle stesse domande, e non è un caso se le figure di spicco ex Pci che hanno avuto un percorso apicale nelle istituzioni, a partire da Giorgio Napolitano, venissero proprio dall’ambito dei miglioristi, così come il progetto della Margherita prima e del Pd poi veniva a sua volta colonizzato da tesi e figure del centro cattolico, ‘riformista’ per natura. E d’altro canto, un certo recupero del craxismo e della stessa figura di Craxi è avvenuta anche tra dirigenti di spicco del fu Pci. Naturalmente, questa riflessione a volo d’uccello non può dare conto della messe di sfumature, differenze, percorsi, problematiche, fasi storiche. Ma vuole portarci all’oggi, poiché di nuovo la spaccatura si ripropone, soprattutto su due piani, uno esterno e l’altro interno.

Il primo riguarda il diritto internazionale: ‘riformisti’ che, pur dicendosi ‘rammaricati’ per la violazione del diritto internazionale da parte di Trump, sostengono di non voler buttare il bambino con l’acqua sporca, salutando quindi con favore il rapimento di Maduro; ‘riformisti’ che accusano ‘la sinistra’ di andare a braccetto con i dittatori, da Maduro a Putin agli ayatollah; ‘riformisti’ che sostengono che l’Ucraina debba entrare nella Nato e nella Ue, magari riservando a Putin un trattamento ‘venezuelano’ perché ex iniuria oritur ius; ‘riformisti’ che su Gaza chiudono un occhio o anche due perché ‘Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente’. Sul secondo piano, quello interno, assistiamo a ‘riformisti’ che sostengono che il Sì alla riforma meloniana della Costituzione migliorerebbe l’Italia poiché c’è una questione magistratura irrisolta proprio dai tempi di Craxi; a ‘riformisti’ che accusano ‘la sinistra’ di essere ‘giustizialista’ (salvo poi saltare al collo degli indagati per i presunti finanziamenti ad Hamas).

Questo solleva la domanda più tragica: se si deve fare pace con il fatto che – piaccia o no – nella cultura, nei numeri, nel dibattito, e soprattutto negli studi televisivi, dove ormai hanno messo radici e sono sovrarappresentati, i riformisti esistono e si autoascrivono al ‘campo largo’ (ma non quello di Conte, vera bestia nera di questo sedicente riformismo) della sinistra, la sinistra nella sua totalità invece cos’è?

Se il riformismo sembra avere delle idee (poche, ben confuse, ma ci sono), e se queste idee sempre più spesso collimano con le idee della destra (Maduro, Ucraina, Gaza, riforma costituzionale, Europa, riarmo, austerità, spesa pubblica, etc.), la sinistra – che avrebbe in Elly Schlein il proprio massimo rappresentante – quali idee ha? Non sembri ingenerosa questa domanda, però dura ormai da troppi anni l’assalto del riformismo a un fortino egemonico della sinistra crivellato dal fuoco amico. Troppo, per non chiedere chiarezza definitoria su temi, mezzi, prospettive.

Non è solo una questione definitoria, è il presupposto per capire se si può stare insieme per fare delle cose o solo per vincere le elezioni. Come rispose Togliatti a Pajetta quando quest’ultimo occupò la prefettura di Milano: “Bravo! E adesso che ve ne fate?”.

C'era una volta la Sinistra

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Se il talento non arriva nelle piccole imprese, allora bisogna costruirlo. Ecco come

Il talento “pronto” viene assorbito dalle grandi aziende. Nelle PMI restano persone con potenziale, attitudine e voglia di crescere: la sfida è trasformare competenze grezze in valore duraturo
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Per anni il dibattito sul talento è stato raccontato come una caccia. Le imprese dovrebbero individuarlo, attrarlo, trattenerlo. Come se il talento fosse una risorsa rara già pronta, nascosta da qualche parte nel mercato del lavoro, e il problema fosse solo trovarla prima degli altri. Questa narrazione, però, smette di funzionare appena la si cala nella realtà delle piccole imprese italiane. E soprattutto non spiega perché molte PMI, pur cercando persone “brave”, continuino a faticare a crescere.

Nella pratica quotidiana delle PMI emerge una verità meno comoda ma più concreta. Il talento, inteso nel senso tradizionale del termine, spesso non arriva proprio nelle piccole imprese. I profili più strutturati, più certificati, più pronti all’uso vengono intercettati e assorbiti dalle grandi aziende, che dispongono di stipendi più elevati, percorsi di carriera più visibili e una capacità di attrazione fuori scala.

Per questo, prima ancora di chiederci come sviluppare il talento, occorre chiarire cosa intendiamo per talento in una piccola impresa. Nelle PMI il talento non coincide quasi mai con un pacchetto di competenze professionali già completo e di elevato spessore. È piuttosto una combinazione di basi professionali, attitudine all’apprendimento, capacità di adattamento e consapevolezza di crescere dentro un contesto operativo reale.

Vale, in modo molto concreto, l’antica espressione Beati monoculi in terra caecorum: nelle piccole imprese non serve essere fuoriclasse da McKinsey per emergere. In contesti dove il livello medio delle competenze professionali e manageriali è spesso basso, la differenza la fa chi vede un po’ meglio degli altri, chi collega i problemi, chi porta metodo dove prima c’era solo abitudine. Il talento, per una PMI, è soprattutto questo: non l’eccellenza assoluta, ma la capacità di alzare l’asticella rispetto allo standard esistente e di far crescere l’organizzazione insieme a sé.

È un talento meno appariscente, meno spendibile sul mercato, ma potenzialmente molto più coerente con i bisogni dell’impresa. In questo senso, il talento non è qualcosa che arriva già formato dall’esterno, ma qualcosa che prende forma nel tempo, se l’organizzazione lo rende possibile. È un investimento meno visibile immediatamente, ma molto più solido nel medio periodo.

Questo sposta radicalmente il punto di osservazione. Il tema non è più chi assumo, ma come faccio crescere le persone una volta che sono dentro. Nelle piccole imprese il talento non si manifesta al momento dell’ingresso, ma lungo il percorso. E dipende in larga misura dal modo in cui il lavoro è organizzato, dalle responsabilità assegnate, dal livello di autonomia concesso e dalla qualità del confronto quotidiano con l’imprenditore o con le figure di riferimento che, molto spesso, adottano modalità di on boarding tipiche del nonnismo da caserma.

A differenza delle grandi organizzazioni, le PMI non hanno programmi strutturati per gli high potential, né sistemi formali di sviluppo delle competenze. Ma proprio questa apparente mancanza può trasformarsi in un vantaggio competitivo. I ruoli sono meno rigidi, le funzioni si sovrappongono, le decisioni sono più vicine all’operatività. Questo crea un ambiente in cui l’apprendimento è continuo, concreto e direttamente legato ai problemi reali dell’azienda.

Il talento, in questi contesti, deve avere pazienza perché emerge quando le persone comprendono il senso di ciò che fanno e l’impatto delle proprie scelte. Quando vedono come il loro lavoro incide sui risultati economici, sui clienti, sull’organizzazione nel suo complesso. Quando ricevono feedback chiari e coerenti, non occasionali o emotivi. Senza queste condizioni, anche una persona promettente resta un potenziale inespresso, destinato prima o poi a disimpegnarsi o ad andare via.

C’è poi un elemento decisivo che nelle piccole imprese pesa più che altrove: il clima psicologico. In organizzazioni di dimensioni ridotte, la qualità delle relazioni conta più di qualsiasi procedura. Se l’azienda è governata dalla paura dell’errore, dal controllo continuo o dall’arbitrarietà delle decisioni, il talento si ritrae. Le persone smettono di proporre, di assumersi responsabilità, di pensare soluzioni. Al contrario, quando esiste un minimo di fiducia e di sicurezza psicologica, il talento emerge come risposta naturale ai problemi dell’impresa.

Molte piccole imprese, in realtà, non inseguono affatto il talento. Non per mancanza di bisogno, ma per una ragione più profonda e meno dichiarata: il timore che l’ingresso di competenze più strutturate faccia emergere i vuoti interni, i limiti organizzativi e, spesso, anche le carenze manageriali dell’imprenditore stesso. Il talento diventa così una presenza scomoda, perché pone domande, chiede metodo, rende visibili inefficienze che fino a quel momento erano state normalizzate. Per questo molte PMI preferiscono circondarsi di figure esecutive, fedeli e poco problematiche, rinunciando consapevolmente alla crescita.

Il vero nodo, allora, non è dove trovare il talento, ma che tipo di organizzazione si sta costruendo. Perché nelle piccole imprese il talento non è una materia prima da acquistare sul mercato. È un processo. E questo processo dipende direttamente dalle scelte quotidiane dell’imprenditore e del management.

“Evanland è l’unico raduno dove nessuno fuma le canne. Bastano stima e senso di comunità. Ma non è una promozione sulla felicità della vita”: così Gio Evan

Il 25 e 26 luglio la quinta edizione del festival con Cisco, ex Modena City Ramblers e Vazzanicchi di Valerio Lundini
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Il popolo televisivo più “pop” lo ha conosciuto nel 2021, quando al Festival di Sanremo ha presentato il brano “Arnica”, che si è classificato al 23esimo posto. Ma Gio Evan catalizza ormai da qualche anno l’attenzione non solo dei suoi fan, ma anche dei curiosi che partecipano in massa a quello che viene considerato “il raduno dei buoni”, Evanland che torna il 25 e 26 luglio per la quinta edizione.

“Il raduno dura 48 ore e ci sono dei workshop, gli esercizi di comunità perché quello che vorrei sempre accadesse è il senso di accoglienza e di accettazione verso l’altro. E mi piace che accada nella natura. Mi piace dire che questo è il primo festival non dove non fa uso di canne, perché davvero non ce n’è bisogno! C’è l’attenzione verso l’altro, ma attenzione non è una promozione sulla felicità della vita”.

Gio Evan ha annunciato che il 25 luglio si esibiranno Cisco e gli ex Modena City Ramblers, che celebreranno i 30 anni del disco “La grande famiglia”i. Tra gli ospiti della prima giornata di Evanland ci sarà anche il musicista colombiano Montoya. Il 26 luglio saliranno sul palco i Vazzanicchi, guidati da Valerio Lundini. Ma sono solo i primi nomi confermati.

Ma non solo: dal 6 febbraio esce in digitale l’album “L’affine del mondo live”, Il 22 marzo tappa a Londra all’Islington Assembly Hall per un concerto speciale, il 20 giugno partirà da Villa Ada di Roma “Extra Terrestre”, il nuovo tour “musicale, comico e spirituale” che aiuterà a “riflettere sulla contemporaneità, sulla tendenza all’accumulo e il conseguente allontanamento dall’essenziale”.

Infine dal 31 marzo, sarà disponibile nelle librerie il nuovo romanzo di Gio Evan “La gioia è un duro lavoro” (Feltrinelli). Una storia intima, sospesa tra sogno e realtà, in cui l’artista si confronta con la scomparsa della madre cercando un senso alla sua assenza e intrecciando il dolore agli insegnamenti spirituali ricevuti dal suo maestro. “Cerco di sdoganare il concetto della morte, – ha detto – che va guardata in faccia senza alcun problema e accolta”, ha spiegato durante l’incontro con la stampa milanese.

Morto Tony Dallara: il cantante di “Romantica” e “Come prima” aveva 89 anni

È stato protagonista assoluto della musica leggera italiana tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta e uno degli interpreti più popolari della sua generazione
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È morto all’età di 89 anni il cantante Tony Dallara, pseudonimo di Antonio Lardera. I suoi successi – da “Come prima” a “Romantica“, da “Ti dirò” fino a “Bambina, bambina” – sono entrati nella storia della canzone italiana segnando – dalla fine degli anni ’50 – una svolta nello stile interpretativo e nel gusto del pubblico. Dallara, uno dei primi “urlatori”, è stato protagonista assoluto della musica leggera italiana tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, uno degli interpreti più popolari della sua generazione, capace di segnare un’epoca con uno stile vocale innovativo e una serie di successi entrati nella storia della canzone italiana.

Nato a Campobasso il 30 giugno 1936, ultimo di cinque figli, Antonio Lardera è cresciuto a Milano, dove la famiglia si è trasferita quando era ancora bambino. Il padre, Battista Lardera, ex corista del Teatro alla Scala, gli trasmette fin da giovanissimo l’amore per la musica. Dopo la scuola dell’obbligo inizia a lavorare come barista e poi come impiegato, ma la passione per il canto prende presto il sopravvento. Comincia così a esibirsi nei locali milanesi con alcuni gruppi vocali, tra cui i Rocky Mountains, che diventeranno in seguito I Campioni, condividendo i palchi cittadini con altri giovani destinati a segnare un’epoca. In quegli anni Tony Dallara guarda con attenzione alla musica americana, in particolare a Frankie Laine e ai Platters, rimanendo colpito dallo stile del loro solista Tony Williams. È proprio ispirandosi a quel modo di cantare, potente e ritmicamente innovativo, che Dallara rielabora il repertorio melodico italiano, introducendo una vocalità nuova, più intensa e moderna rispetto alla tradizione dominante.

La svolta arriva nel 1957, quando viene assunto come fattorino all’etichetta discografica Music. Il direttore Walter Guertler lo ascolta cantare quasi per caso, va a sentirlo esibirsi al Santa Tecla di Milano e decide di metterlo sotto contratto. È Guertler a suggerirgli il nome d’arte “Dallara”, ritenendo “Lardera” poco musicale, e a fargli incidere “Come prima”, brano già presentato senza successo alla commissione del Festival di Sanremo nel 1955. Pubblicato alla fine del 1957, il brano diventa in pochi mesi un fenomeno discografico senza precedenti. A Dallara viene cucita addosso l’etichetta di “urlatore”, simbolo di una generazione che si allontana dalla tradizione melodica di cantanti come Claudio Villa o Luciano Tajoli per guardare ai modelli statunitensi. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, nonostante il servizio militare, Dallara pubblica una lunga serie di successi: “Ti dirò”, “Brivido blu”, “Non partir”, “Ghiaccio bollente”, “Julia”. Parallelamente si affaccia al cinema, partecipando a film che raccontano il nascente mondo della musica giovanile, come “I ragazzi del juke-box” di Lucio Fulci, accanto a artisti quali Adriano Celentano, Fred Buscaglione e Gianni Meccia.

Il 1960 segna il momento più alto della sua carriera. Tony Dallara vince il Festival di Sanremo in coppia con Renato Rascel con “Romantica”, brano che trionfa anche a Canzonissima. “Romantica” diventa il suo più grande successo, viene tradotto in numerose lingue – anche in giapponese – e consacra definitivamente la sua popolarità anche all’estero. Nello stesso anno prende parte a nuovi film musicali, confermando il suo ruolo centrale nello spettacolo italiano dell’epoca. A partire dal 1962, con il mutare dei gusti del pubblico e l’affermarsi del beat, la popolarità di Dallara inizia progressivamente a diminuire. Negli anni Settanta Tony Dallara decide di ritirarsi dalla scena musicale e di dedicarsi a un’altra grande passione: la pittura. Dagli inizi degli anni Ottanta, complice il revival della musica italiana, torna a esibirsi dal vivo, soprattutto nei mesi estivi, riproponendo i suoi grandi successi. Negli ultimi anni aveva affrontato gravi problemi di salute, arrivando a trascorrere anche un lungo periodo in coma. Nonostante ciò, nel 2024 era tornato in televisione, partecipando a “Domenica In”, dove aveva emozionato il pubblico cantando dal vivo “Romantica”, “Come prima” e “Ti dirò”.