“Ho perso un figlio, così ho cantato la sua canzone preferita. Me lo immagino che mi prende e mi porta con sé”: Pasqualino commuove tutti a “The Voice Senior”

“L’acrobata” di Michele Zarrillo è la canzone che il cantautore romano ha presentato al Festival di Sanremo 2001
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Momento di commozione durante la puntata di ieri 23 ottobre di “The Voice Senior”, in onda su Rai Uno con alla conduzione Antonella Clerici. Sul palco è apparso Pasqualino Costantini che ha presentato il brano “L’acrobata” di Michele Zarrillo.

Un grande successo per il cantante perché tutti e quattro i coach Fiorella Mannoia, Nek, Clementino con Rocco Hunt e Arisa si sono girati con le loro poltrone perché catturati dall’interpretazione vocale di Pasqualino.

“Come mai hai deciso di venire qui a The Voice portando questo brano?”, ha chiesto Arisa prima di conoscere la scelta del cantante. “È molto importante per me questa canzone. Io ho perso un figlio”. Lo studio e tutti i presenti si sono commossi all’istante.

E ancora: “A mio figlio piaceva tantissimo questa canzone. E io immagino un acrobata che si lancia nel vuoto ogni volta che la canto e mio figlio mi prende per mano e mi porta con sé”.

Arisa ha poi domandato: “E come ti senti adesso che l’hai cantata? Come ti senti?”. La risposta di Pasqualino è stata: “Benissimo, adesso benissimo. Grazie a voi”. Arisa poi ha chiuso affermando: “Emozioni come il dolore più profondo vanno espresse, vanno urlate. A volte più che urlarle basta una canzone”.

Torna l’ora solare: lancette indietro di un’ora nella notte tra sabato e domenica. Il pediatra: “Disturbi del sonno per qualche giorno, anticipare cena e nanna di 10 minuti”

Il consiglio è procedere per gradi: da lunedì anticipare cena e rituali della buonanotte di circa dieci minuti al giorno, così che entro fine settimana l’orologio biologico si riallinei a quello esterno
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Nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre si torna all’ora solare: alle 3 le lancette vanno portate indietro di sessanta minuti. In cambio di un’ora di sonno in più e di mattine più luminose, il buio arriverà prima nel pomeriggio. Il passaggio, avverte all’AdnKronos il pediatra Italo Farnetani (professore ordinario di Pediatria alla Libera Università degli Studi di Scienze Umane e Tecnologiche United Campus of Malta), può disturbare il riposo di grandi e piccoli e richiede alcuni giorni per essere assorbito. Farnetani, da tempo favorevole all’ora legale per tutto l’anno, parla di un’ora di luce “scambiata” con un’ora di buio, trascorsa magari tra le mura di casa. A chi obietta che d’inverno svegliarsi al buio sarebbe un problema, risponde che la luce in più al pomeriggio fa bene all’organismo. Ciò che conta, per lui, è mettere fine al cambio dell’ora.

Sulla stessa linea c’è Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), che insieme a Consumerismo No Profit promuove una petizione con oltre 360.000 firme verificate. L’obiettivo è una sperimentazione italiana rigorosa dell’ora legale permanente, per misurarne vantaggi e criticità nella vita quotidiana. Dopo il via libera della Camera al documento conclusivo dell’indagine conoscitiva e la recente presentazione di una risoluzione, Miani chiede al Governo di portare la questione in sede europea per rendere possibile il test in Italia.

Perché il cambio ci scombussola? Secondo Farnetani, l’alternarsi di luce e buio regola sonno, umore, appetito ed energia, e l’organismo, in particolare quello dei bambini, si è ormai abituato a sette mesi di ora legale. Da attendersi, dunque, notti agitate e risvegli anticipati, soprattutto tra i più piccoli.

Mistero fitto sul nuovo James Bond, la rosa dei candidati si stringe ma la produzione ha la bocca cucita. Ecco quale sarà l’identikit dell’agente 007

Callum Turner, Jack Lowden, Josh O’Connor e Jack O’Connell: la corsa al ruolo più ambito del cinema entra nel vivo con i provini a Londra. E mentre Amazon prepara il rilancio della saga, Denis Villeneuve si prepara a riscrivere il futuro dell’agente segreto più famoso del mondo
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“Il domani non muore mai, ma per tutti gli attori tranne uno, il sogno di diventare il prossimo James Bond probabilmente morirà questa settimana”. Non potevamo che ricopiare l’apertura di The Hollywood Reporter che, parafrasando uno dei più iconici capitoli della saga cinematografica 007 (Tomorrow Never Dies, 1997, Bond era Pierce Brosnan), mette sul piatto dell’ufficialità la voce secondo cui nel weekend verrà scelto il nuovo Bond tra due attori, più forse un altro, “bianchi”: l’inglese Callum Turner, lo scozzese Jack Lowden e, come terzo incomodo, l’inglese Jack O’Connell. Secondo quanto scriveva THR non molto tempo fa, il gruppetto dei finalisti comprendeva addirittura Jacob Elordi, star di Frankenstein e Cime tempestose.

I provini starebbero iniziando proprio in queste ore a Londra. Prova smoking permettendo, il nuovo agente segreto al servizio di Sua Maestà (per la prima volta sarà re Carlo e non più la regina Elisabetta) dovrà ricoprire un ruolo delicatissimo, sia perché da tempo l’hype della sagoma di 007 si è sgonfiato, volteggiando freneticamente per aria a destra e a sinistra come quei palloncini che vengono svuotati all’improvviso, sia perché il franchise più longevo della storia del cinema ha bisogno di una pompata assoluta e rigenerante di ossigeno commerciale.

In gara in queste ore ci sarebbero dunque Turner e Lowden. Trentasei anni, ex modello, fresco maritino di Dua Lipa, Turner si è già fatto le ossa al cinema sia nel franchise di Animali fantastici, sia con Clooney in The Boys in the Boat, nonché da terzo incomodo in Eternity. Anche Lowden ha 36 anni, ma viene da una tradizione e un’esperienza recitativa più teatrale. In Italia al cinema lo abbiamo visto probabilmente solo in Dunkirk, ma la sua presenza scenica molto potente l’abbiamo imparata a seguire nella serie Slow Horses, mentre il suo cuore, come l’anulare della mano sinistra, è stato conquistato da un paio d’anni dalla celebre attrice Saoirse Ronan.

Così, se O’Connell sembra non invitato alla festa dell’ultimo provino per un pelo, c’è anche la versione/variante del Guardian da tenere sott’occhio. Già, perché il foglio progressista londinese segnala che ai provini dovrebbe partecipare nientemeno che Josh O’Connor. Inglese, 36enne pure lui, celebre per Challengers di Guadagnino insieme a Zendaya, ma anche per aver fornito prove stralunate per Alice Rohrwacher in La chimera.

Scrive ancora il Guardian che, secondo alcune fonti, il provino verterà su tre elementi principali: acrobazie, presenza scenica e dialoghi. Tutti e tre ugualmente importanti per un Bond moderno. “Eliminate le acrobazie e il film sarà noioso. Eliminate la presenza scenica e rischiate di ritrovarvi con un George Lazenby, che potrebbe rovinare quello che altrimenti sarebbe un capolavoro. Eliminate i dialoghi e vi ritroverete con Quantum of Solace, e Dio solo sa quanto non ne abbiamo bisogno di un altro”.

Difficile andare oltre queste già dense previsioni. Anche perché da Amazon Studios non hanno rilasciato commenti, lasciando tutto sospeso all’ultima loro dichiarazione, dove veniva affermato che “la ricerca del prossimo James Bond è in corso. Pur non avendo intenzione di commentare dettagli specifici durante il processo di casting, non vediamo l’ora di condividere ulteriori notizie con i fan di 007 non appena sarà il momento opportuno”. Ad attendere Turner, Lowden, O’Connor o O’Connell ci sarà comunque il regista pluripremiato Denis Villeneuve (Dune, Blade Runner 2049), che Amazon ha designato a proseguire la saga da quando ha acquisito i diritti creativi del franchise dalla famiglia Broccoli nel febbraio 2025.

Sesto San Giovanni, il bosco nel cuore delle ex Falck rischia di essere abbattuto per fare spazio a nuove costruzioni: Legambiente: “Salviamolo”

Quarantamila metri quadrati di alberi e arbusti, presenti da oltre settant’anni, potrebbero lasciare spazio a nuove costruzioni. Legambiente chiede di riconoscere l’area come bosco e di tutelarla, avviando una raccolta firme per salvarla.
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A Sesto San Giovanni, il Comune più popoloso della città metropolitana, dopo Milano, esiste un bosco. All’interno di uno dei settori occupati fino al 1995 dagli stabilimenti siderurgici della Falck. Un bosco che rischia di essere raso al suolo per lasciare spazio a nuove costruzioni. Per questo il Circolo sestese di Legambiente si è mobilitato.

“Nel complesso del Vittoria B, tra viale Italia e via General Cantore, c’è un’area pari a 40mila metri quadrati con piante d’alto fusto e arbusti, presenti da più di settant’anni”, scrive l’associazione ambientalista sui propri profili social, specificando che “per la legge regionale del 2008 è definibile bosco e come tale da proteggere ai sensi del decreto legislativo del 2004”.

Insomma, non potrebbe essere abbattuto. Anche se potrebbe accadere. Dal momento che si trova all’interno delle aree Falck, sito che il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio ha inserito nel 2001 nell’elenco degli interventi di bonifica di interesse nazionale (SIN). Un sito interessato dal “progetto di riqualificazione più grande d’Europa”, gestito da Milanosesto spa, con la trasformazione di circa 1,4 milioni di mq in un nuovo polo residenziale, direzionale e sanitario. Oltre che in un parco urbano di 175mila mq, che “sarà elemento essenziale e principale della rigenerazione urbana dell’area”, per il sindaco leghista Roberto Di Stefano.

Il Piano Integrato di Intervento è stato definitivamente approvato dal Consiglio comunale ad aprile 2012, con la stipula della convenzione urbanistica a gennaio 2013. In un’area di circa 83mila mq, tra quella occupata dai due stabilimenti Vittoria, uno per la produzione del filo d’acciaio, l’altro specializzato nella trafilatura a freddo, e appunto il bosco, verrà realizzata edilizia residenziale, oltre a spazi “a verde”.

Il bosco è di oltre 4 ettari, con alberi, di altezza fino a 22 metri, di olmo campestre, robinia, pioppo sia nero che bianco, tiglio e platano. Ai quali si aggiungono cespugli di olmo, alloro, sambuco, lauro ceraso, ligustro e ailanto. Un habitat naturale nel quale si segnala la presenza, tra gli altri, di fagiani e di piccoli rapaci. “L’area boscata è documentata da riprese aeree, almeno dagli anni Cinquanta del Novecento”, spiega a ilfattoquotidiano.it Alessio De Biasi, presidente del Circolo Legambiente Chico Mendes di Sesto San Giovanni, aggiungendo la descrizione delle azioni intraprese dall’associazione.

A partire, a novembre 2025, dalla richiesta al Comune, ma anche alla Città metropolitana di Milano, di valutazione dell’effettiva possibilità di definire bosco quell’area di circa 40mila mq e quindi di apporvi un vincolo. Una richiesta supportata da una perizia realizzata da botanici e agronomi. “La risposta del Comune è stata che, trattandosi di un Sito di Interesse Nazionale, e dunque dovendo presumibilmente anche l’area essere interessata dalle necessarie opere di bonifica, la presenza o meno del bosco non appariva rilevante”, racconta De Biasi, che si dice in disaccordo con l’interpretazione dell’amministrazione comunale, sostenendo che “anche se l’area fosse inquinata, si tratta in ogni caso di un bosco, a tutti gli effetti. E quindi andrebbe salvaguardato”.

Per molti motivi. Un bosco all’interno di un centro urbano abbassa la temperatura dell’aria circostante, assorbe gli inquinanti e garantisce la permeabilità del suolo. Salvaguardare il bosco nell’area ex Falck contribuirebbe a far respirare un Comune che, secondo i dati del Rapporto ISPRA sul consumo di suolo, è uno dei più cementificati d’Italia e tra i primi in Lombardia.

Il Circolo di Sesto San Giovanni ha avviato una raccolta firme per salvare l’area boschiva, per informare almeno la popolazione locale che proprio al centro della città esiste quello spazio. “Vorrei essere libero come un uomo … che ha di fronte solamente la natura, che cammina dentro un bosco”, cantava Giorgio Gaber. Già, salvaguardare quel bosco sarebbe anche un atto di libertà.

Assemblee, picchetti e barricate: da Milano a Palermo, la mappa delle occupazioni nelle scuole di tutta Italia

Studenti mobilitati contro il carovita, il decreto Scuola e tanto altro: ad alimentare la rabbia anche le parole di Valditara secondo cui le proteste "non hanno un fondamento razionale"
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Da Palermo a Milano passando per Napoli, Roma, Firenze, Bologna e Genova, decine di scuole sono occupate. Gli studenti protestano contro il carovita, la destra di governo, le scuole fatiscenti, il decreto Scuola e tanto altro. E a Roma c’è persino chi scende in piazza contro chi manifesta a difesa delle lezioni. Gli studenti si preparano al prossimo sciopero proclamato da Usb, l’Unione sindacale di base, per il 30 ottobre e allo sciopero internazionale del 20 novembre. Ad alimentare la rabbia anche le parole del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: “Gran parte delle proteste che si svolgono in questi giorni nelle scuole non ha un fondamento razionale. Partiamo da dati veri e non inganniamo gli studenti”.

La mappa delle occupazioni ha bandierine su ogni regione. A Palermo i ragazzi del liceo “Meli“, del “Rutelli“, del “Catalano“, del “Cannizzaro” e del “Duca degli Abruzzi” hanno manifestato davanti alla scuola con un sit-in, mentre al “Regina Margherita” è stata organizzata un’assemblea permanente. Al “Cascino” è stato bloccato un ingresso con cassonetti rovesciati, petardi e lanci di uova. Così all’”Umberto I” e al “Vittorio Emanuele II“, dove da giorni non si fanno più lezioni ma assemblee e momenti di confronto, cercando di coinvolgere anche i docenti.

A Napoli sono occupate 25 scuole. All’Istituto Orientale è stato organizzato anche un collegamento con gli autotrasportatori parlando di caro affitti, di guerra in Palestina, riarmo e Cpr. Anche al “Mazzini” al Vomero, al “Vico”, al “Canova”, al “Fonseca” e all’istituto “Elena di Savoia” le lezioni sono sospese. Al “Mazzini” si sono registrate anche devastazioni, armadietti svuotati, libri stracciati e palloni scaraventati contro i soffitti. Una vicenda sulla quale stanno facendo luce gli investigatori, dal momento che i danni ammontano a trentamila euro. La protesta è arrivata anche fuori dal centro e in provincia: a Fuorigrotta sono occupato il professionale “Rossini”, lo scientifico “Labriola” e l’artistico “Boccioni”; a Torre del Greco il “De Bottis”e il “Nobel”; il “Flacco” a Portici; il “Pitagora” e il “Majorana” a Pozzuoli e il “Segre” a Marano.

Nel Lazio l’onda della mobilitazione è arrivata in decine di scuole oltre a quelle della Capitale. A Firenze è scattato l’allarme per la presenza in città, lunedì, del ministro Valditara. Allo stato attuale, nel capoluogo toscano sono occupati il “Gramsci”, il “Michelangelo”, il “Galileo”, l’”Alberti Dante”, il “Castelnuovo”, il “Peano”, il “Rodolico”, il “Pascoli”, il “Duca d’Aosta” e il “Macchiavelli”, dove la preside ha presentato denuncia. Occupazioni anche all’“Enriques” di Castel Fiorentino e al “Pacinotti” di Pisa. A Novoli, al “Sassetti”, il dirigente ha dovuto fare i conti con corridoi allagati, lavagne rotte e barricate. A Bologna il collettivo del “Minghetti” ha bloccato l’entrata. Proteste anche a Genova al professionale “Odero” di Borzoli, al liceo “Klee Barabino”, al “Filippo Buonaroti”, al “Gastaldi”, al “Majorana” e all’”Einaudi”.

“L’AI non sta risolvendo l’infodemia, la sta industrializzando”: la sanità globale tra allucinazioni digitali e rivoluzione scientifica

Kent Buse e Sarah Hawkes lanciano l’allarme su PLOS Global Public Health: modelli generativi e informazioni prive di fonti rischiano di indebolire le politiche sanitarie proprio mentre tagli e licenziamenti mettono sotto pressione le istituzioni pubbliche. Ma nella diagnostica, nella genomica e nella ricerca farmaceutica l’intelligenza artificiale apre nuove frontiere. La sfida è distinguere le promesse tecnologiche dalle prove scientifiche.
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L’Intelligenza Artificiale sta sommergendo la sanità pubblica globale di informazioni prive di fonti, proprio mentre le istituzioni perdono personale e finanziamenti. È il grido d’allarme lanciato su PLOS Global Public Health da Kent Buse e Sarah Hawkes: in un’epoca in cui produrre un’ipotesi dall’aspetto autorevole costa zero, “distinguere le prove misurate dalle affermazioni non supportate è diventata una responsabilità fondamentale”. Il lavoro per verificare la verità scientifica rischia così di diventare un lusso impoverito dai tagli. Eppure, la stessa tecnologia che rischia di paralizzare le politiche sanitarie con testi inaffidabili sta contemporaneamente rivoluzionando la medicina diagnostica e la ricerca di laboratorio grazie alla sua straordinaria capacità di analizzare enormi quantità di dati.

Per comprendere la gravità del problema istituzionale, secondo i ricercatori, basta guardare al recente taglio dei fondi statunitensi al programma Demographic and Health Surveys (DHS). Per quasi quattro decenni, questo progetto da 47 milioni di dollari all’anno – meno dello 0,1% del budget USAID – ha fornito dati essenziali su mortalità infantile, nutrizione e vaccinazioni a oltre novanta Paesi. Lo stop improvviso ha lasciato ventitré Paesi a metà delle rilevazioni, esponendo “la fragilità dell’infrastruttura delle prove quando le istituzioni pubbliche dipendono da un singolo donatore”.

In questo vuoto di dati primari e con istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) colpite da ristrutturazioni e licenziamenti, si sono inseriti i modelli linguistici generativi. L’AI generativa agisce come una cassa di risonanza priva di discernimento: genera “abbondanza senza discernimento”, ponendo sullo stesso piano uno studio peer-reviewed e un’allucinazione di sistema, fabbricando citazioni bibliografiche inventate e amplificando i pregiudizi esistenti attingendo a dati prodotti in gran parte nel Nord del mondo. Quando gli stessi autori dell’articolo hanno cercato informazioni sullo stato del programma DHS durante la stesura, la prima risposta ottenuta è stata una sintesi generata dall’AI “sicura di sé e solo parzialmente fondata su fonti”. Come intuì Herbert Simon nel 1971, una ricchezza di informazioni crea una povertà di attenzione. L’AI non sta risolvendo l’infodemia, la sta industrializzando.

Sarebbe tuttavia un errore condannare la tecnologia in modo indistinto. La distinzione fondamentale risiede nella differenza tra l’AI usata come generatore di testo e l’AI impiegata come analizzatore di dati complessi. Se nel campo della politica sanitaria l’AI generativa rischia di oscurare le fonti, nell’ambito della medicina clinica, della genomica e della diagnostica sta guidando una vera e propria rinascita scientifica. Quando si tratta di elaborare moli titaniche di dati biologici, l’Intelligenza Artificiale raggiunge traguardi straordinari. Nella diagnostica per immagini, gli algoritmi di deep learning analizzano milioni di radiografie, risonanze e TAC in pochi secondi, individuando microlesioni tumorali o patologie retiniche con un’accuratezza talvolta superiore a quella dell’occhio umano.

Nel campo del ripiegamento proteico e della ricerca farmaceutica, strumenti come AlphaFold hanno risolto la struttura tridimensionale di centinaia di milioni di proteine, accelerando in modo esponenziale la scoperta di nuovi farmaci e vaccini. Nella medicina di precisione e nella genomica, l’AI sviscera il sequenziamento genetico di intere popolazioni incrociandolo con le cartelle cliniche digitali per identificare marcatori rari e suggerire terapie personalizzate. Un conto è chiedere a un chatbot di riassumere la politica vaccinale di un Paese, rischiando l’invenzione di sana pianta, un altro è utilizzare reti neurali per individuare pattern matematici ed evidenze biochimiche sommerse in terabyte di dati scientifici.

La sfida per il futuro della salute globale non è quindi fermare l’Intelligenza Artificiale, ma ridefinirne i confini di utilizzo e rafforzare gli arbitri del sistema. Buse e Hawkes invocano l’adozione di standard di provenienza chiari, affinché ogni dato o stima usata in ambito sanitario specifichi se sia stato misurato, modellato o generato, indicando sempre il margine di incertezza. Inoltre, sottolineano la necessità di difendere l’indipendenza delle istituzioni pubbliche, poiché “i modelli vendono fluidità piuttosto che verifica” e l’esternalizzazione della verità rischia di distruggere la legittimità della scienza.

L’Intelligenza Artificiale rappresenta uno dei più potenti microscopi che l’umanità abbia mai inventato per decifrare la complessità della biologia. Tuttavia, quando si tratta di decidere le politiche sanitarie che guidano la vita di milioni di persone, nessun algoritmo potrà mai sostituire il rigore dell’evidenza empirica e la responsabilità delle istituzioni pubbliche.

Valentina Arcovio

Lo studio

Iran, dai laboratori balistici al ministero della Difesa: chi è Akhlaqi, “uomo dei missili” e tecnico della deterrenza

Dopo mesi di vuoto istituzionale, il Parlamento iraniano approva a larga maggioranza la nomina del manager aerospaziale, entrato nelle industrie legate alla Difesa già negli anni Ottanta. La sua nomina segnala la volontà di ricostituire una piena capacità industrial-militare dopo i bombardamenti subiti nei mesi scorsi, mentre crescono le tensioni con Israele e Stati Uniti
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Duecentotrentadue giorni dopo, l’Iran ha un nuovo ministro della Difesa. Con 237 voti favorevoli e solo 15 contrari, il Parlamento iraniano lo scorso 18 ottobre ha approvato la nomina di Mehrdad Ketabchi Akhlaqi per l’importante dicastero, rimasto “orfano” del suo titolare dallo scorso 28 febbraio, quando un bombardamento israelo-americano uccise l’allora ministro Aziz Nasirzadeh. Da quel giorno, la carica era stata assunta ad interim da Majid Ebn-Reza, anch’egli poi sfuggito ad un altro bombardamento ad inizio marzo. La nomina di Akhlaqi, proposta due settimane prima del voto dal presidente riformista Masoud Pezeshkian, e poi valutata dalle commissioni parlamentari preposte, è significativa per diverse ragioni.

La più immediata ha a che fare proprio con i tempi ridotti della sua approvazione: Akhlaqi ha infatti ottenuto il placet in un Parlamento dominato da maggioranza principalista, normalmente ostile ai riformisti, tanto da spingere lo stesso Pezeshkian a congratularsi con i deputati a margine del voto, e parlare di un “chiaro messaggio (di unità, ndr) al mondo intero”. Suo figlio Yousef, consigliere politico e professore di fisica, noto soprattutto per la sua pagina di aggiornamenti politici su Telegram, ha aggiunto che il voto “dimostra che quelli che vogliono creare divisioni nel Paese sono pochi, e che c’è grande unità tra i nostri ufficiali in tempi in cui bisogna difendersi”. La sua nomina arriva in giorni peraltro concitati sul confine occidentale iraniano, nei pressi del quale sono in corso scontri armati tra reparti dell’Irgc e miliziani curdi del Pjak – che, ironicamente, hanno preso ad utilizzare anche droni a fibra ottica, gli stessi usati da Hezbollah contro le Idf nel sud del Libano, in grado di bypassare gli strumenti di jamming.

Quella di Akhlaqi è una figura sui generis, sia perché sembra aver messo d’accordo un Parlamento di norma molto conflittuale e polarizzato, sia per un’altra ragione, connessa alla prima, nonché al momento storico che sta vivendo la Repubblica islamica: a differenza di gran parte dei suoi predecessori, che provenivano dalla politica, dalla diplomazia o dai ranghi delle Forze armate, Akhlaqi ha alle spalle una lunga carriera nell’industria. Non un’industria qualunque, bensì quella aerospaziale e missilistica, che gli hanno fatto guadagnare l’appellativo di “uomo dei missili”.

Dopo gli studi in ingegneria chimica e management strategico, Akhlaqi è entrato nelle industrie legate alla Difesa nei primi anni 80, attorno ai 25 anni, per poi avvicinarsi professionalmente ad Hassan Tehrani Moghaddam, il “padre” del programma di missili balistici iraniani, rimasto ucciso nel 2011. Nella biografia di quest’ultimo – “L’uomo eterno“, scritta dalla giornalista Masoumeh Sepehri – si racconta del ruolo del neo ministro della Difesa nella scelta di approvare, quasi 20 anni fa, un investimento da 10 milioni di dollari per lo sviluppo di quello che diventerà uno dei fiori all’occhiello del programma missilistico iraniano, il missile Fateh 110, nonostante le diverse incertezze, al tempo, sulla sua riuscita.

Un manager, in grado di valutare correttamente il rischio imprenditoriale, ma anche un tecnico specializzato, se è vero che buona parte della carriera di Akhlaqi – nei primi 2000 a capo del Shahid Bagheri Industrial group, dal 2014 alla guida della Aerospace Industries Organization – è ruotata attorno alla gestione delle industrie legate alla costruzione dei missili balistici e soprattutto allo sviluppo dei sistemi propulsivi a combustibile solido, che caratterizzano diversi dei missili iraniani come il Fateh 313, il Sejjil ed il Khaibar Sheikan.

La propulsione a combustibile solido è particolarmente utile agli iraniani, dato che rispetto a quella a combustibile liquido permette ai missili di rimanere immagazzinati per periodi molto più lunghi, nonché di accorciarne i tempi di preparazione prima del lancio. Come noto, al netto dell’inferiorità dell’aviazione iraniana sul piano convenzionale rispetto ai suoi nemici, i missili balistici di Teheran costituiscono un fondamentale – seppur limitato – strumento di deterrenza, poiché in grado di colpire obiettivi anche molto lontani, e di farlo sfuggendo spesso alle difese anti missile. Il loro numero, che già era complicato calcolare prima dell’aggressione israelo-americana, è tuttora sconosciuto ma la stessa Cia ha confermato nei mesi scorsi che Teheran ha ripreso a pieno regime la loro produzione.

Con Akhlaqi – che secondo Pezeshkian sarebbe a sua volta nella lista degli obiettivi americani e israeliani, e da quasi 20 anni è sotto sanzioni americane, britanniche e dell’Ue – è verosimile che questo processo venga rafforzato, e la sua nomina segnala la volontà di ricostituire una piena capacità industrial-militare dopo i bombardamenti subiti nei mesi scorsi. Secondo Iran International, oltre a ribadire il sostegno agli alleati regionali come Hezbollah, Akhlaqi avrebbe proposto di aumentare i ritmi di produzione delle difese aeree e sviluppare nuove tecnologie, intensificando la collaborazione con le università e accorciando i tempi di messa a punto di alcune tecnologie difensive ad un massimo di sei mesi, anche grazie ad un processo di semplificazione gestionale, con cui oltre il 75% della loro produzione verrebbe direttamente affidato ad aziende al di fuori del Ministero della Difesa.

Mentre si rincorrono le voci su una possibile ripresa della guerra – con la notizia che Netanyahu avrebbe cercato di convincere Trump a bombardare l’Iran prima delle elezioni israeliane del 27 ottobre -, che sembra soltanto questione di tempo, Akhlaqi nel corso di alcune interviste ha risposto alle domande sulle recenti nuove minacce americane, compresa quella che allude all’utilizzo della bomba GBU-43, la più potente tra quelle non nucleari. “Siamo pronti ad adottare misure in risposta. Il presidente americano dovrebbe concentrarsi su come far uscire i suoi soldati dalla regione ancora vivi. Se decide di sganciare una bomba, è bene che si faccia un’idea su quanti di questi soldati dovranno essere portati a casa orizzontalmente”.

Nazionalisti, liberali, ultrareligiosi: il “Blocco del cambiamento” sfida Netanyahu alle elezioni. Ma sulla Palestina la pensa (quasi) come lui

Ci sono il generale Gadi Eisenkot, favorito nei sondaggi, ma anche la coppia Lapid-Bennett, l'ultranazionalista Lieberman e il laburista Golan. Un'alleanza eterogenea (troppo?) tenuta insieme dalla volontà di togliere a Bibi il potere esecutivo. Ma per i palestinesi non si annunciano grandi cambiamenti
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Un mese prima del voto del 27 ottobre, i maggiori esponenti politici israeliani fuori dall’attuale governo si sono ritrovati nella casa di Tel Aviv del leader di Yesh Atid, Yair Lapid, per suggellare un patto: rimanere uniti con l’obiettivo di escludere Benjamin Netanyahu dall’esecutivo israeliano. Riuniti intorno a un tavolino da caffè ci sono il padrone di casa insieme al suo alleato Naftali Bennett nella coalizione Yachad, il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, quello dei Democratici, Yair Golan, e di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman. Promettono un radicale stravolgimento delle politiche portate avanti dall’esecutivo Netanyahu, insieme ai suoi alleati estremisti Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, e per questo sono già stati ribattezzati Change Bloc, il blocco del cambiamento. Ma basta leggere i loro programmi elettorali e ascoltare le loro dichiarazioni per capire che sul tema diventato di gran lunga il più importante per il futuro dello Stato di Israele, ossia il rapporto con il popolo palestinese, poco cambierà anche in caso di loro vittoria. Nessuno di loro si batterà per liberare i territori illegalmente occupati e nella campagna ellettorale non trova spazio nemmeno l’idea di un percorso di pacificazione tra popolazione ebraica e palestinese.

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“19 chat Telegram controllate da sei admin”: chi c’è dietro “Italia in piazza”, la galassia social che organizza le proteste

Un report illustra il ruolo delle piattaforme digitali. Le chat coordinano, TikTok il motore. Il ricercatore Lorenzo Alvisi: “Mai vista una tecnologia così sofisticata per organizzare contestazioni”
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“Mai vista una tecnologia così sofisticata per organizzare le proteste”, dice Lorenzo Alvisi, dottorando del Programma Nazionale in Cybersecurity presso Scuola Imt Alti Studi Lucca. È tra gli autori di un’analisi preliminare sul ruolo svolto dalle piattaforme digitali nell’organizzazione delle proteste esplose il 17 ottobre. Uno studio in attesa di pubblicazione, ma ilfattoquotidiano.it può già anticiparne i dettagli. Spicca un dato: “Cinque admin e un fondatore che controllano tutto”, dice l’esperto, illustrando un messaggio in chat. Appare in automatico, ogni volta che un utente porge domande sulla struttura di comando.

Il report traccia la mappa della galassia online marchiata “Italia in piazza”, tra i detonatori delle iniziative di protesta: un sito web e circa 40 gruppi, tra pagine TikTok e 19 chat Telegram. Instagram, secondo Alvisi, è solo la copertina e la costola meno importante. “Telegram ha compiti di coordinamento, ma il motore è TikTok”, dice il ricercatore. “È il social network della generazione Alfa, ragazzini delle superiori nati dopo il 2010”, aggiunge. Dunque minorenni intorno ai 16 anni. Mentre un piccolo nucleo di sei admin controlla la rete di 19 gruppi Telegram, sorti il 7 ottobre. Il motivo? La chat WhatsApp, battezzata Italia in piazza 17 ottobre all’inizio dello stesso mese, era frenata dal tetto per gli iscritti: massimo mille. Dunque, stando al report, l’8 ottobre chiude i battenti e trasloca su Telegram, senza vincoli al numero dei partecipanti. La chat nazionale copia il nome da WhatsApp: Italia in piazza, togliendo la data. Le 18 edizioni locali si distinguono adottando nomi di città e regioni.

“Sul gruppo nazionale, al 19 ottobre, si contavano 4.073 utenti”, dice Alvisi. In totale “saliamo a 9.010, ma la stragrande maggioranza degli utenti locali partecipa anche alla pagina nazionale”, prosegue il dottorando. Le 19 chat Telegram condividono lo stesso stemma: un megafono nero. E rimandano l’una all’altra: quando un utente chiede lumi sui vari gruppi, risponde un bot offrendo l’intera lista dei link. Quando si invocano informazioni sui capi, il bot firma un messaggio automatizzato con i nomi dei profili al comando delle chat: “Fondatore: Andrea, web developer. Vice-fondatore: Ludo, staff. Amministratore: Ily, staff. @Marco, staff. @nonbannato. @ssoqquadro, moderatrice”. Sei nomi inventati, nessun indizio sulle persone reali. Non sappiamo se il profilo Andrea sia il creatore delle 19 chat Telegram. “Ora il profilo è chiuso, ma nei messaggi appare come il fondatore”, dice Alvisi. Il nickname Andrea nasce contestualmente alla chat nazionale. Suo è il primo post, il 7 ottobre. Lui è il creatore dei topic, gli argomenti discussi dagli utenti. Il mare è l’immagine del suo emblema, “iltuoprefe2” come tag per essere trovato dagli altri utenti.

Alvisi delinea la struttura al comando della galassia Telegram: “Sei admin detengono il nucleo del potere, Andrea è tra gli amministratori di tutte le chat tranne due, dove non c’è lui è presente Marco”. Gli admin tengono le redini: escludono gli utenti con un ban, decidono chi accogliere, restringono o ampliano i poteri di centinaia di moderatori, mettono in evidenza i messaggi in chat orientando il dibattito. Poche persone, una struttura decentrata, per depistare l’identificazione. Se cade una delle 19 gambe Telegram, il corpo resta in piedi. Una pianeta in grado di calamitare infinite orbite delle proteste: “Se voglio organizzare una contestazione in una scuola, conviene spedire un link in quella rete, già ricca di migliaia di nodi”, dice Alvisi. L’esperto tira le somme della ricerca preliminare: “Mai prima d’ora le proteste avevano poggiato su un’infrastruttura tecnologica così complessa e coordinata”. Sito web con link a decine di gruppi, chat e comunità, bot automatici per gestire i collegamenti, sfuggendo a ogni radar, perché “nessuno aveva idea di cosa stava succedendo”. Sabato 24 ottobre si annunciano proteste nelle più importanti città d’Italia. Sarà il banco di prova, per capire se dalle chat si scende in piazza.

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Una nuova era senza i veterani: così l’Italia degli sport invernali cerca di ripartire dopo Milano-Cortina

Pellegrino e Wierer hanno annunciato il ritiro, Brignone e Goggia hanno ancora bisogno di tempo. Senza i suoi pilastri, l’Italia deve ricostruire il movimento in vista delle Olimpiadi 2030
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Milano–Cortina 2026 è stato un trionfo per l’Italia. Il record di 30 medaglie nell’edizione di casa resterà per sempre impresso nella storia dello sport azzurro. Tra i simboli del successo ci sono Federica Brignone e Francesca Lollobrigida, capaci di vincere due ori, Arianna Fontana, che ha stabilito il nuovo primato italiano di medaglie olimpiche con 14, e Federico Pellegrino, che ha regalato alle staffette dello sci di fondo due podi. Tutti atleti alla fine della loro carriera.

Pellegrino ha appeso gli sci al chiodo a marzo 2026, lasciando un vuoto nello sci di fondo, che ora è senza un leader, capace di nascondere le difficoltà del movimento. Anche Dorothea Wierer, regina del biathlon, che ha fatto uscire il suo sport dalla nicchia nel nostro Paese, raggiungendo trionfi mai visti prima, si è ritirata. Brignone, dopo il miracolo olimpico, è ancora alle prese con la riabilitazione dal grave infortunio dell’aprile 2025. In un’intervista a Eurosport, ha detto che non è più disposta a sciare con il dolore. L’intenzione di tornare c’è, ma vista l’età, 36 anni, e il recupero che dura da 1 anno e mezzo, ci vorrà tempo per rivederla in gara.

Lo stesso vale per Sofia Goggia, che ha patito un’infezione virale durante il ritiro in Sud America. La bergamasca potrebbe rientrare a inizio dicembre, ma non c’è una data certa. Fontana deve ancora svelare il suo futuro nello short track, non è chiaro se proseguirà e se la vedremo in gara questo inverno. Lollobrigida ha annunciato sui social la sua seconda gravidanza e per forza di cose salterà la stagione del pattinaggio di velocità. La campionessa olimpica di 3.000 e 5.000 metri, però, ha manifestato la volontà di puntare ai Giochi 2030 in Francia.

Della “vecchia guardia”, ossia coloro che già nei quadrienni precedenti avevano ottenuto medaglie olimpiche o mondiali, rimangono in piena attività solo Michela Moioli nello snowboard cross, Lisa Vittozzi nel biathlon e Dominik Paris nello sci alpino. Senza i suoi pilastri, l’Italia deve ricostruire il movimento in vista delle Olimpiadi 2030. Può sembrare un paradosso, ma con il ritiro e lo stop forzato di atleti che negli ultimi 15 anni hanno fatto la storia degli sport invernali l’unica via è ripartire. E bisogna farlo dai giovani. Tommaso Giacomel, al rientro dopo l’aritmia cardiaca che lo ha costretto a fermarsi durante la mass start olimpica, ha detto che è stata la sua estate peggiore e difficilmente potrà lottare per la classifica generale, ma è un talento su cui costruire il futuro del biathlon italiano, assieme a Vittozzi. Lo stesso vale per Flora Tabanelli nello sci freestyle. Post bronzo olimpico, la 18enne è stata operata al legamento crociato anteriore del ginocchio destro, fratturato a novembre 2025, e sta ultimando il recupero. Giovanni Franzoni è la grande speranza dello sci alpino. È esploso nella scorsa stagione, vincendo l’argento olimpico in discesa.

Da lui riparte il settore maschile, mentre al femminile punta su Laura Pirovano e Marta Bassino, che rientra nel gigante di Soelden dopo aver saltato l’intera scorsa stagione per infortunio. Tra i giovani talenti c’è anche Simone Deromedis, oro olimpico nello ski cross, che andrà a caccia della Coppa del Mondo generale, dopo aver chiuso secondo negli ultimi due anni. Lo slittino dovrà confermare i fasti di Milano Cortina 2026, dove ha vinto due ori e due bronzi. Tra gli atleti in rampa di lancio ci sono Riccardo Lorello nel pattinaggio di velocità, bronzo nei 5.000 ai Giochi, Elisa Confortola, Thomas Nadalini e Pietro Sighel nello short track. Le certezze restano Andrea Giovannini e Davide Ghiotto nello speed skating e lo snowboard italiano nel gigante parallelo.

Ad aprire il sipario sulla stagione invernale sono sci alpino, short track e pattinaggio di figura, cominciate nella notte. A seguire, il 13 novembre è fissata la prima tappa di Coppa del Mondo di pattinaggio di velocità. Il 21 e 22 novembre partono salto con gli sci, bob e skeleton. Sci di fondo, combinata nordica, freestyle, snowboard e biathlon scattano la settimana successiva; mentre slittino e sci alpinismo debuttano a inizio dicembre. L’Italia ha ancora frecce al suo arco, ma non ha più l’abbondanza che a Milano–Cortina 2026 ci ha consentito di salire sul podio in 12 discipline diverse. Per ritrovarla bisogna ripartire dai giovani, da quelli già affermati, ma soprattutto dagli altri, per mantenere la versatilità che negli ultimi anni ha contraddistinto gli sport invernali italiani e ci ha regalato le gioie a cinque cerchi.