Visto che la politica, come spiegava il grande economista americano John Kenneth Galbraith, non è l’arte del possibile, ma consiste nello scegliere tra il disastroso e lo sgradevole, ci sentiamo di scommettere sulla nascita di un governo nel giro di pochi mesi. A suggerirci l’azzardo sono i numeri, il ragionamento e una semplice considerazione. Moral suasion a parte, il presidente Sergio Mattarella ha in mano un’arma potentissima e definitiva per spingere le varie forze politiche a trovare un’accordo: il ritorno immediato alle urne. Se il Colle dimostrerà di volerla davvero usare, l’Italia avrà presto un esecutivo. Vediamo perché.

Oggi né il Movimento 5 Stelle, né il centrodestra hanno i voti necessari per ottenere la fiducia delle Camere. Chi è messo meglio (Salvini & co) ha bisogno di almeno una sessantina di deputati per essere relativamente tranquillo solo a Montecitorio. Ai pentastellati ne servono più di 80. In queste condizioni è impossibile pensare di uscire dall’impasse facendo ricorso ai soliti voltagabbana. I voti che mancano sono troppi. La compravendita di poltrone (attività in cui Silvio Berlusconi eccelle) non basta. Per formare un qualsiasi governo (a meno che non si pensi davvero a un’alleanza Lega, Fratelli d’Italia e Movimento) ci vuole per forza il benestare del Partito democratico. Tutti, o quasi, in questo momento credono che l’accordo sia impossibile. Matteo Renzi ha giurato e spergiurato che i Dem resteranno all’opposizione. “Mai con gli estremisti”, ha detto, “mai con chi ci odia, chi ci ha insultato, chi ci ha definito mafiosi e corrotti”. E per esserne certo si è pure inventato le dimissioni al rallentatore. Smetterà di essere per davvero segretario solo dopo la creazione di un esecutivo (che probabilmente immagina di unità nazionale o di scopo solo per fare una nuova legge elettorale). La maggioranza del partito, per ora lo segue. È normale che sia così. Renzi è riuscito a riempire il Parlamento di fedelissimi. Uomini e donne che, non avendo ancora elaborato il lutto della sconfitta, hanno come unico riferimento il loro capo.

Tra qualche settimana molto, però, cambierà. Si dovranno eleggere i presidenti delle Camere, inizieranno le consultazioni e magari Mattarella affiderà a qualcuno un mandato esplorativo. Se nessuno avrà successo, le forze politiche dovranno avere chiaro che si tornerà subito alle urne con questa legge elettorale. Chi vincerà tra cinquestelle e centrodestra nessuno per ora può saperlo. Ma di certo il Pd crollerà ancora. Passando magari dal 18 al 10 per cento e conservando in Parlamento solo una cinquantina di seggi. Molti dei nuovi eletti dem non rientreranno. I collegi sicuri non esisteranno più. Nemmeno per Maria Elena Boschi. Il partito poi sarà talmente debole da essere di fatto destinato alla scomparsa, un po’ come è accaduto con Rifondazione comunista. Nuove elezioni per il Pd significano insomma disastro sicuro. Un’alleanza per fare un governo è invece solo sgradevole. E potrebbe addirittura risultare alla lunga piacevole se il nuovo esecutivo farà bene. La congiuntura economica a differenza del 2013 è favorevole. Margini di manovra per migliorare la condizione degli italiani ci sono. Ovvio, se la scelta (come appare politicamente più logico) cadesse sull’alleanza coi 5Stelle, il Pd chiederà di avere almeno un paio di ministri. E qui Di Maio, se vuole governare stendendo un contratto sulle cose da fare, dovrà cedere. Magari pensando proprio a Beppe Grillo, che ieri ha detto: “Non sopravvive la specie più forte, ma quella che si adatta meglio”.