Nel programma del Movimento cinque stelle, presentato prima delle elezioni, si leggeva che la Rai avrebbe dovuto essere “indipendente dalla politica” e che si sarebbe dovuta ispirare alla “Bbc, dove a capo c’è una fondazione”. Nel contratto di governo siglato tra i pentastellati e la Lega, l’idea della fondazione è scomparsa, e quella dell’indipendenza pure. I seguaci di Beppe Grillo volevano cambiare tutto. Quelli di Matteo Salvini non volevano cambiare niente. E così alla fine ha vinto il compromesso, o meglio la promessa di un servizio pubblico senza “lottizzazione politica” dove dovrebbero prevalere la “meritocrazia” e la “valorizzazione delle risorse professionali” interne all’azienda. Dal punto di vista pratico la governance della tv di Stato è rimasta quella pensata e voluta da Matteo Renzi. Che, dopo aver giurato “fuori i partiti dalla Rai”, aveva dato all’esecutivo il potere di nominare un amministratore delegato con prerogative molto più ampie e pesanti rispetto al passato.

Per questo oggi riesce difficile appassionarsi per la battaglia che si scatenerà in commissione di vigilanza intorno al nome di Marcello Foa, indicato da Cinque Stelle e Lega come presidente del Consiglio di amministrazione. Su Foa ciascuno è libero di dare il giudizio che gli pare (e noi, dopo averci lavorato tanti anni fa assieme a il Giornale di Indro Montanelli, pur non condividendo molte sue posizioni non ne pensiamo male). La verità però è una sola: il presidente in Rai non conta nulla o quasi. Così come non conta il fatto che la maggioranza gialloverde abbia messo per iscritto di volere una Rai non lottizzata e meritocratica. Certo, aver scelto come amministratore delegato un uomo come Fabrizio Salini, con alle spalle una lunga esperienza a Fox, Sky, Discovery e La 7 e un presente a Stand By Me, la società di produzione televisiva della renziana Simona Ercolani, non è un brutto segnale. O quantomeno è un segnale diverso dal scegliere per quel ruolo un manager come Antonio Campo Dall’Orto, per molti anni ospite fisso della Leopolda.

Ma a ben vedere, alla fine per i telespettatori dei Tg e per gli abbonati che ancora non possono essere in alcun modo rappresentati in azienda, cambierà poco. Persino se le promesse della maggioranza (cosa difficile) venissero totalmente mantenute. Il perché lo ha spiegato Enrico Mentana: i telegiornali non possono essere indipendenti e liberi se hanno come editori partiti e movimenti. Per capirlo basta pensare alla commissione di vigilanza. In qualunque democrazia degna di questo nome sono i giornalisti a dover vigilare sull’attività del Parlamento. Da noi invece la legge prevede l’esatto contrario. Col risultato di trasformare sempre la giusta richiesta di pluralismo contenuta nel contratto di servizio della Rai, in spazi da assegnare col cronometro alle diverse forze politiche. Detto in altre parole: se i media devono davvero essere un quarto potere, se i giornalisti devono essere cani da guardia e non da riporto, è perfettamente inutile pensare che questo accadrà con la dovuta continuità in un Tg finché le loro carriere dipenderanno dal potere esecutivo e legislativo, e non dal pubblico.

Ovvio, scegliendo direttori migliori, ci risparmieremo forse qualche passata vergogna. Le qualità personali e professionali nella vita contano. Ma può essere davvero migliore chi rinuncia a dire “voglio una Rai libera dai partiti” per scegliere invece di averli come datori di lavoro? Noi saremo romantici e utopisti, ma pensiamo di no. L’indipendenza viene prima.