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venerdì 18/05/2018

L’Italia (del Nord) omofoba che nega il patrocinio ai gay pride. I comitati: “Esibizionismo? No, aiutano chi si sente emarginato”

Da Trento a Genova, molte amministrazioni dicono no alle manifestazioni "perché si tratta di folklore". Arcigay: "C'è chi ci dice: 'vorrei partecipare ma perderei il posto di lavoro'...noi facciamo queste manifestazioni soprattutto per loro"
L’Italia (del Nord) omofoba che nega il patrocinio ai gay pride. I comitati: “Esibizionismo? No, aiutano chi si sente emarginato”

Il più coerente è Attilio Fontana: aveva detto no quando era sindaco di Varese e lo ha ribadito ora che è presidente della Lombardia. Nella geografia d’Italia sono sempre di più le realtà dove i Gay pride – le manifestazioni dell’orgoglio omosessuale – non ottengono il patrocinio delle istituzioni: succede nel profondo Nord, a Novara, Genova, Trento e Varese. Il tutto mentre in Italia oltre 50 persone sono vittime di omofobia ogni giorno, secondo i dati diffusi ieri da Gay Help Line per la giornata contro l’omofobia.

Il caso emblematico è quello di Trento, dove il 9 giugno ci sarà la prima edizione del “Dolomiti pride”. La Provincia ha negato il patrocinio e il presidente Ugo Rossi – non un leghista, ma l’espressione di una coalizione di centrosinistra – ha detto che la parata è un evento di “folklore e di esibizionismo che sicuramente non apporta alcun contributo alla crescita e valorizzazione della società trentina e della sua immagine”. Lo ha detto a Trento, la stessa città che ha appena ospitato – ovviamente con tutti i patrocini del caso – l’Adunata degli alpini. Con tanto di episodi di sessismo e piccole molestie (etero), denunciati dal comitato “Non una di meno”.

Ma i gay pride sono davvero solo esibizionismo? “No di certo” risponde Claudio Tosi, presidente di Arcigay a Genova. Nella sua città il sindaco di centrodestra Marco Bucci ha definito il Pride una “manifestazione divisiva”.

“Negli ultimi tre anni – replica Tosi – nella sola Genova ci sono stati quattro ragazzi che sono rimasti senza casa, cacciati dalle loro famiglie solo perché hanno fatto coming out e ammesso la loro omosessualità”. Ma cosa c’entra questo con i Gay pride? “Sono manifestazioni che aiutano chi si sente solo: così capiscono che ci sono associazioni pronte ad aiutarli. E chi è stato cacciato da casa con la sola colpa di essere gay, grazie al Pride capisce che in realtà non è colpevole”.

Ilaria Gibelli, che fa parte del comitato organizzatore del Pride ligure, ieri era in Regione per cercare di spiegare i motivi dell’orgoglio arcobaleno: “Sabato faremo a Genova una grande cena colorata per manifestare contro l’omofobia”. Con il patrocinio, questa volta? “No, lo hanno negato”.

L’Italia è alla posizione 32 su 42 nella classifica che valuta le politiche e le leggi a favore degli omosessuali. La graduatoria, diffusa ieri, è compilata da Ilga-Europe, l’organizzazione che riunisce le associazioni pro gay di tutta Europa. Il nostro Paese ha un punteggio del 27%. Nella classifica generale arriva dopo Albania, Kosovo, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Repubblica Ceca, Cipro e Slovacchia. I primi sono Malta, Belgio e Norvegia.

“È soprattutto nelle piccole realtà che si vive la discriminazione – spiega Giovanni Boschini, presidente di Arcigay a Varese, città che ha ottenuto il patrocinio del Comune ma non quello della Regione – Da noi c’è chi vive una doppia vita: nasconde l’omosessualità a Varese e la vive alla luce del sole a Milano, dove c’è più libertà. Sappiamo che c’è chi è costretto a osservare il Gay pride nascosto da una colonna. ‘Vorremmo partecipare, dicono, ma perderemmo il posto di lavoro’. Ecco, i Pride li facciamo soprattutto per loro”.

Ma se il coro di patrocini negati arriva in genere da zone governate dal centrodestra, in Trentino la giunta è di centrosinistra. Ma qui alle elezioni nazionali ha vinto per la prima volta la Lega e in ottobre ci sono le provinciali: “Forse l’omofobia istituzionale di Rossi è un calcolo politico– dice Paolo Zanella, coordinatore del Dolomiti pride – ma non si dovrebbero fare calcoli politici sui diritti delle persone”.

Il Pride sarà un mese dopo l’Adunata degli alpini. “Credo che la Provincia abbia adottato due pesi e due misure – spiega Zanella – eppure durante l’Adunata ci sono stati episodi di molestie e di sessismo contro le donne (come ha denunciato il comitato “Non una di meno”, ndr). Il Pride non è esibizionismo: vogliamo solo chiedere più libertà. I cittadini lo hanno capito, la Provincia no”.

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Nel documento, contestato dalle manifestanti, si prevede l’impegno per la sindaca e la giunta a “riallineare e a promuovere il ‘Progetto casa internazionale della donna’ alle moderne esigenze dell’Amministrazione e della cittadinanza, attraverso la creazione di un centro di coordinamento gestito da Roma Capitale e prevedendo con appositi bandi, il coinvolgimento delle associazioni”. “Vogliono liquidare il Progetto della Casa Internazionale delle Donne solo perché non riusciamo a pagare integralmente il canone onerosissimo di affitto”, protestano le attiviste.

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