Ora che per la giustizia italiana Massimo Bossetti è il killer di Yara, ora che l’ergastolo chiude ogni cosa, un’immagine ritorna dalle migliaia di questa storia incredibile. L’istantanea di quella mano che stringe un ciuffo d’erba ancora attaccato al terreno. Campo di Chignolo d’Isola, 26 febbraio 2011, il corpo della 13enne Yara Gambirasio è coperto dalle foglie, dilaniato dagli animali, i pantaloni abbassati, e quella mano chiusa in un pugno, l’estremo sforzo di opporsi alla violenza omicida. Morirà per il gelo Yara, e non per le ferite. Era scomparsa tre mesi prima, il 26 novembre 2010, fuori dal centro sportivo a 700 metri dalla casa di via Rampinelli a Brembate.

L’inchiesta per omicidio coordinata dal pm Letizia Ruggeri inizia già in ritardo. E con una prima macchia. Il 5 dicembre 2010, viene fermato il marocchino Mohamed Fikri. Su di lui pesa un’intercettazione (“Allah perdonami non l’ho uccisa”). Intercettazione sbagliata nella traduzione. Fikri viene scagionato. Si torna a Chignolo. Si sceglie l’inchiesta genetica. Sui leggings di Yara c’è sangue e anche sugli slip. Il Ris estrae un profilo genetico maschile, lo chiameranno Ignoto 1. È il maggio del 2011. L’indagine entra nelle viscere di questa zona della Bergamasca, nei segreti inconfessabili di un popolo tanto riservato da essere omertoso. Verità nascoste, incontri segreti nei boschi di Chignolo. Sesso e bugie.

Si arriva alla discoteca “Le Sabbie Mobili” di Chignolo, 31 mila iscritti, altrettanti Dna estratti, si stringe a 467, se ne trova uno, il cui aplotipo Y (quello della linea paterna) coincide con quello di Ignoto 1. Si tratta di Damiano, il nipote di Giuseppe Guerinoni, autista di Gorno morto nel 1999. Il Dna del vecchio Guerinoni viene estratto da un francobollo. Il match sul profilo paterno di Ignoto 1 coincide. La traccia è buona, ma i figli censiti non corrispondono. Di più: il nipote (figlio della domestica dei Gambirasio) il 26 novembre 2010 era all’estero. La nuova pista porta così al figlio illegittimo di Guerinoni. Bossetti non lo sa, forse lo immagina, ma è in questo momento che il suo destino cambia. Lui, operaio di Mapello, riservato, abitudinario, amante degli animali, padre di tre figli. Un uomo comune con un’ombra sconosciuta: essere figlio di una relazione segreta. Quella tra la madre Ester Arzuffi e l’autista di Gorno. Il 14 giugno 2014, a Bossetti viene prelevato il Dna simulando un controllo con l’etilometro. Il match, per la scientifica, è totale. Lui è Ignoto 1. Bossetti viene fermato in un cantiere a Seriate il 16 giugno.

Meno di due anni dopo la sentenza di primo grado. In mezzo tantissimi dubbi che pesano forse più di quell’unica certezza genetica, comunque contestata dalla difesa. La discussione è tecnica: esiste il Dna mitocondriale e quello nucleare. Il primo non coincide con Bossetti, il secondo sì. Per il pm identifica il killer. Qui, però, i dati oggettivi finiscono. Il resto sono “indizi” che la pm definisce “concordanti”. E nonostante questo, per stessa ammissione dell’accusa, il movente non è stato individuato, e nemmeno la dinamica (come è salita sul furgone) e la modalità dell’omicidio.

Secondo la parte civile, il movente “non può che essere sessuale”. Ma è solo un’ipotesi che resta probabile. Come solo probabili sono le analisi delle celle telefoniche.

Alle 18:15 del 26 novembre il cellulare di Yara, che non sarà mai ritrovato, aggancia la cella attorno alla palestra. Alle 18:49 riceve un sms da un’amica. In quel momento il telefono è sotto la cella di Mapello, la stessa agganciata da Bossetti alle 17:45. Ma c’è un problema: quell’unico ripetitore copre un’area che va da Mapello fino a Brembate. Alle 18:55 il cellulare di Yara fa l’ultimo aggancio, agli atti risulta la cella di via Ruggeri che però è dalla parte opposta rispetto alla direzione che da Brembate porta a Chignolo. Il cellulare di Bossetti dopo le 17:45 si spegne per riaccendersi il giorno dopo. Lui non ha dubbi: “Ero a casa”, la moglie Marita conferma. Secondo il pm “mente come ha sempre mentito”.

Poi c’è il furgone Iveco Daily di Bossetti. In realtà anche qui si parla solo di corrispondenza probabile. Quindici quelle censite dal Ros tra le immagini di un Iveco Daily filmato attorno a casa Gambirasio e nei dintorni della palestra e quello di Bossetti. Gli accertamenti sono partiti dai 14.735 prodotti da Iveco, poi scremati fino a cinque e nessuno collocabile a Brembate quel 26 novembre. Ci sono poi le fibre dei sedili. Tutte ritrovate sui leggings di Yara. Ma quella stessa composizione si ritrova su oltre 150 mila camion. Indizi, dunque. A volte pettegolezzi, come i centri abbronzanti frequentati da Bossetti. Pesano, va detto, quelle ricerche pedopornografiche in Rete mai del tutto chiarite. Se il verdetto è ormai storia. I dubbi restano. Ma più di tutto resta il ricordo di Yara e della sua morte assurda.