La Camera dei deputati ha approvato la legge che introduce il reato di propaganda fascista (quando non sanno cosa fare, infilano nel codice penale nuove fattispecie). Il primo firmatario, Emanuele Fiano, ha spiegato che non trattasi di “legge liberticida”, bensì di un argine “ai rigurgiti neofascisti”. Fiano ha anche spiegato di essere contrario all’abbattimento di monumenti, ma che l’abrasione della scritta “Mussolini dux” sull’obelisco del Foro Italico è cosa buona e giusta. Sul tema gli ha magistralmente risposto Luciano Canfora (uno a cui nessuno oserebbe attribuire simpatie fasciste) sul Giornale: “Che facciamo ci mettiamo a cambiare tutti i tombini che hanno un fascio littorio sopra? Abbattiamo l’Eur? Sono mene che fanno un po’ ridere”. Nulla da aggiungere, se non che a botte di sbianchettamenti della Storia, ci rincoglioniremo come gli americani che vogliono abbattere le statue di Cristoforo Colombo perché avrebbe aperto la via ai colonizzatori.

Domenico Gallo, magistrato della Corte di Cassazione, ha scritto che l’antifascismo della Costituzione non si riduce alla XII disposizione transitoria e finale, ma che “L’antifascismo è il presupposto della Carta perché sta nei fondamenti e nell’architettura del sistema. La Costituzione rende impossibile ogni forma di dittatura della maggioranza”. Per questo pensiamo che provare ad attuarla sia assai preferibile che tentare di manometterla. La Carta, sulla carta, ha molti anticorpi: bisognerebbe rendere effettiva la famosa prima parte che tutti dicono intoccabile, ma che intanto viene progressivamente svuotata.

A noi (si potrà ancora dire?) non piace il fez né tutto l’armamentario arrugginito dei nostalgici dell’orbace. Tuttavia ci preoccupa di più l’idea che il nostro Parlamento si scanni – con il solito, grottesco, teatrino della destra che nella persona del camerata La Russa romanamente saluta – su temi superflui. Eppure sembra che le facezie siano le uniche urgenze: al resto ci pensano i governi e tanti saluti (anzi, ciaone) alla Repubblica parlamentare. Le Camere hanno rinunciato all’esercizio della funzione legislativa, si riducono a baloccarsi con l’inessenziale: e non veniteci a dire che c’è un allarme fascismo (inteso come quello del Ventennio). Qualcosa dovranno pur fare, penserete voi.

Il Parlamento – repetita iuvant, anche se non abbastanza pare – non riesce a produrre una legge elettorale costituzionalmente corretta. Ed è il principale compito che aveva questa legislatura, dopo la bocciatura di Porcellum e Italicum (un’umiliazione inaudita). Siamo ridotti a piani B (se ne dava conto su La Stampa di ieri) per rendere omogenei i sistemi di Camera e Senato con un decreto (ma siamo matti? La legge elettorale è competenza parlamentare) o l’ennesimo ricorso alla Corte costituzionale che ormai svolge un ruolo ufficiale di supplenza. Si vota in primavera e ciascun partito è preoccupato di ottenere – sondaggi alla mano – un sistema vantaggioso per sé: l’impresa è pressoché impossibile.

In un documento della Commissione di Venezia (autorevole consesso che formula giudizi sullo stato della democrazia nei Paesi europei), adottato dal Consiglio d’Europa nel 2003 e intitolato “codice delle buone pratiche in materia elettorale” si richiamano i Parlamenti alla responsabilità nei confronti dei cittadini: “Gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale, non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione”. Diciamolo: un sistema elettorale decente forse ci permetterebbe di mandare in Parlamento gente più onorevole. Sarà per questo che preferiscono occuparsi dei rigurgiti neofascisti?